giovedì 28 aprile 2011

Palestina - Hamas-Fatah, una pace per convinzione e per necessità

Palestina Piantina
di Umberto De Giovannangeli

L'accordo di riconciliazione fra le due principali fazioni palestinesi tenta di rispondere alle richieste della popolazione, in un momento in cui tutta la regione è in fermento. Israele non approva. A settembre proclamato lo Stato di Palestina?
Un po’ per convinzione, molto per necessità. Perché di fronte al caotico vento della rivolta che spira in Medio Oriente, dall’Egitto allo Yemen, dalla Siria al Bahrein, Hamas e Fatah non potevano rappresentare l’elemento di stagnazione, fossilizzati in un sempre più asfissiante status quo.
Quella necessità insopprimibile di smuovere le acque stagnanti - a Gaza come a Ramallah - viaggiava ormai da mesi sul web, su Facebook e su Twitter, determinando una rete sempre più fitta e consapevole di giovani esasperati da una nomenclatura inamovibile al potere, sia nella sua versione islamista radicale sia in quella moderata; giovani che vogliono il rinnovamento, pronti come in Egitto a chiedere conto dei continui fallimenti di una classe poco dirigente. Una “rete” che invocava, rivendicava, esigeva un atto di unità.
L’intesa era diventata ormai obbligata anche a fronte dell'acclarata volontà del governo di destra-destra israeliano di “perpetuare il presente” parlando di negoziato ma, in realtà, continuando nella politica dei fatti compiuti: la ripresa della costruzione di case nelle colonie in Cisgiordania e i nuovi piani di edificazione di agglomerati ebraici a Gerusalemme Est ne sono una tangibile conferma.

mercoledì 20 aprile 2011

Siria - Il manifesto dei ragazzi di Dera'a


Leadership della Gloriosa Rivoluzione dei Giovani del 15 Marzo,
Dera'a Siria

Al popolo siriano, ai discendenti di Salih al Ali, Sultano Pasha al Atrash, Ibrahim Hananoi; a tutto il popolo libero della Siria in tutte le province siriane; a tutti i figli dell'orgogliosa tribù araba, ai fratelli curdi, e a  tutte le confessioni religiose con le quali noi condividiamo la nostra vita sulla terra di questa nazione.
Noi vi promettiamo di continuare la nostra rivoluzione fino a quando questo regime criminale che uccide i suoi figli a sangue freddo possa cadere. Noi speriamo che tutti i fratelli domani verranno alla dimostrazione e annunceranno la disobbedienza civile e il rifiuto di andare a lavorare e di raggiungerci in questa gloriosa rivoluzione e di sostenerla nelle province di Deraa, Latakia, Homs, Az Zabadani, Douma, Daria, al Kiswa, Damascus,  e nel resto delle province che si stanno rivoltando fino a che il regime cada e gli obiettivi della rivoluzione sono raggiunti, questi ultimi sono:

Le promesse spese ed il matrimonio nucleare che non s'ha da fare

Una grande vittoria sul nucleare, ma anche un possibile cavallo di Troia: timeo Danaos atque dona ferentes

di Luca Tornatore

Viene al ricordo quella scena d'apertura de Le promesse spese, dove un Governo Abbondio incrocia sulla strada dei referendum i bravi di Don Rodrigo Nucleare e dell'Innominata compagnia delle acque.
Cosa comanda? – chiede il governo, alzando gli occhi dai sondaggi – Lei ha intenzione – proseguono i bravi – di maritar a Giugno il referendum dell'acqua con quello del nucleare!
Cioè – risponde Don Abbondio – lor signori sono uomini di mondo, sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c'entra: voi fate i pasticciacci vostri, e poi.. poi venite da noi come si andrebbe da un banco a riscuotere.. noi, noi siamo i servitori. Si degnino di mettersi ne' i miei panni.. se la cosa dipendesse da me..
Or bene – gli disse il bravo, all'orecchio, ma in tono solenne di comando – questo matrimonio non s'ha da fare, né a Giugno, né mai.

Nucleare - Attenti alla trappola

di Ugo Mattei


L'annunciata sospensione dei programmi nucleari in Italia, in modo tale da «tener conto» di quanto emergerà a livello europeo nei prossimi mesi, è una brillante mossa populista del governo. Che il clima intorno alla politica nucleare dopo l'incidente giapponese fosse drammaticamente mutato nel nostro paese (e anche a livello internazionale) non era un mistero. È sufficiente considerare i recenti rumorosi successi elettorali dei Verdi tedeschi per averne sentore. Berlusconi, in crisi, deve presentarsi con qualcosa alle ormai imminenti elezioni. Mostrare un volto responsabile sulla politica energetica può in parte compensare le intemperanze sulla magistratura e sulla scuola pubblica.
Ma gli effetti della mossa rischiano di non fermarsi qui. Già la moratoria di un anno aveva cercato di sdrammatizzare la questione nucleare nel tentativo di mandare gli elettori al mare nei giorni del referendum, il 12 e 13 giugno. Oggi il rinvio a tempo indeterminato della ripresa del programma nucleare italiano prosegue in quella direzione, e c'è chi dichiara che questa mossa rende inutile il referendum, che quindi non potrebbe più essere celebrato insieme a quelli sull'acqua e sul legittimo impedimento.

Messico - Della riflessione critica, individui e collettivi - Scritto del Subcomandante Marcos

Seconda Lettera a Luis Villoro nell’Interscambio Epistolare su Etica e Politica 


DELLA RIFLESSIONE CRITICA, INDIVIDUI E COLLETTIVI
Aprile 2011

“Se in cielo c’è unanimità, riservatemi un posto all’inferno”
(SupMarcos. Istruzioni per la mia morte II)

I. – LA PROSA DEL TESCHIO
Don Luis:
Salute e saluti maestro. Speriamo veramente che stia meglio di salute e che la parola sia come quei rimedi casalinghi che alleviano anche se nessuno sa come.
Mentre inizio queste righe, il dolore e la rabbia di Javier Sicilia (lontano per distanza ma da sempre vicino per ideali), si fanno eco che riverbera tra le nostre montagne. C’è d’aspettarsi e dà speranza che la sua leggendaria tenacia, così come ora convoca la nostra parola e azione, riesca a radunare le rabbie e i dolori che si moltiplicano sui suoli messicani.

Di don Javier Sicilia ricordiamo le critiche irriducibili ma fraterne al sistema di educazione autonoma nelle comunità indigene zapatiste e la sua ostinazione nel ricordare periodicamente, alla fine della sua colonna settimanale sulla rivista messicana PROCESO, la pendenza del compimento degli Accordi di San Andrés.

La tragedia collettiva di una guerra insensata, concretata nella tragedia privata che l’ha colpito, ha messo don Javier in una situazione difficile e delicata. Molti sono i dolori che aspettano di trovare eco e volume nel suo reclamo di giustizia, e non sono poche le inquietudini che aspettano che la sua voce accorpi, che non guidi, le ignorate voci di indignazione.

E succede anche che intorno alla sua figura ingigantita dal dignitoso dolore, volino gli avvoltoi mortiferi della politica dell’alto, per i quali una morte vale solo se aggiunge o toglie nei loro progetti individuali e di gruppuscoli, benché si nascondano dietro la rappresentatività.

Si scopre un nuovo assassinio? Allora bisogna vedere come questo impatta la puerile contabilità elettorale. Là in alto interessano le morti se possono incidere sull’agenda elettorale. Se non si possono capitalizzare nei sondaggi e nelle tendenze di voto, allora tornano nel lugubre conto dove le morti non interessano più, anche se sono decine di migliaia, perché tornano ad essere una questione individuale.

Nel momento di scriverle queste parole, ignoro i passaggi di questo dolore che convoca. Ma il suo reclamo di giustizia, e tutti quelli che si sintetizzano in questo reclamo, meritano il nostro rispetto e sostegno, anche se con il nostro essere piccoli ed i nostri grandi limiti.

Nell’andirivieni delle notizie su quell’evento, si ricorda che don Javier Sicilia è un poeta. Forse per questo la sua persistente dignità.

Nel suo stile molto particolare di guardare e spiegare il mondo, il Vecchio Antonio, quell’indigeno che è stato maestro e guida per tutti noi, diceva che c’erano persone capaci di vedere realtà che ancora non esistevano e che, siccome non esistevano nemmeno le parole per descrivere quelle realtà, allora dovevano lavorare con le parole esistenti e sistemarle in un modo strano, in parte canto e in parte profezia.

Il Vecchio Antonio parlava della poesia e di chi la fa. (Io aggiungerei di chi la traduce, perché anche le traduttrici e i traduttori della poesia che parla lingue lontane devono essere molto creatrici e creatori di poesia).
I poeti, le poetesse, vedono più lontano o vedono in altro modo? Non lo so, ma cercando qualcosa che, dal passato, parlasse del presente che ci fa male e del futuro incerto, ho trovato questo scritto di José Emilio Pacheco, che tempo fa mi mandò un mio fratello maggiore e che viene a proposito perché nessuno capisca:

venerdì 15 aprile 2011

Ciao, Vik

Foto Vittorio Arrigoni
Restiamo Umani.
Vittorio Arrigoni è morto. Il suo corpo è stato trovato questa notte intorno alle 1.50 in un'abitazione nella Striscia di Gaza, nella periferia di Gaza City. La notizia è stata dapprima diffusa da fonti di Hamas e poi confermata da un'attivista dell'International Solidarity Movement, l'italiana Silvia Todeschin. Hamas, il movimento islamico che controlla il territorio della Striscia non è riuscito a mediare per la sua liberazione. Le forze di sicurezza di Hamas hanno circondato l'area nella quale era detenuto Vittorio, dando luogo a un'irruzione armata, in seguito alla quale alcuni militanti salafiti sarebbero stati feriti, altri due militanti sarebbero stati arrestati, mentre altri sarebbero ricercati. Non è chiaro come Vittorio sia stato ucciso. Silvia Todeschin, attivista dell'International Solidarity Movement, ha riconosciuto il corpo alle 3.10. Ha raccontato a PeaceReporter che - secondo quanto le è stato riferito dalla sicurezza di Hamas - Vittorio sarebbe morto qualche ora prima del loro arrivo. Il pacifista è stato strangolato, anche se, dal racconto di Todeschin, dietro la nuca presentava contusioni varie. Il pacifista italiano era stato rapito ieri da un gruppo islamico salafita che, in un filmato su You Tube, minacciava di ucciderlo se entro 30 ore, a partire dalle ore 11 locali di ieri (le 10 in Italia), il governo di Hamas non avrebbe liberato alcuni detenuti salafiti. Addio, Vik.

*Tratto da Peacereporter

Il blog di Vittorio Arrigoni
Vai all'articolo Restate Umani di Christian Elia
Links Utili:

giovedì 7 aprile 2011

La Carovana nel deserto

Sidi Bou ZidProfughi: dalle Marche al confine libico

Dire, gridare, manifestare contro i bombardamenti in Libia e schierarsi idealmente con i rivoltosi in Maghreb e Mashreq è importante, cosi come difendere i diritti dei migranti. Ma non è sufficiente: bisogna costruire relazioni tra persone, movimenti e associazioni in tutta l'area mediterranea per sostenere concretamente le spinte democratiche che hanno mosso i paesi della sponda sud del mare nostrum. È quel che pensano i promotori della Carovana internazionale che partirà venerdì da Tunisi diretta al campo profughi di Ras Jadir al confine con la Libia, per portare aiuti, medicinali, latte per i bambini. L'iniziativa è nata nell'ambito di “uniti contro la crisi” su spinta di un gruppo di compagni marchigiani che da tempo hanno stretto legami e costruito iniziative con un gruppo di giovani tunisini presenti nel territorio. Rete dei centri sociali autogestiti, Ya Basta! e Ambasciata dei diritti in testa, a cui si sono aggiunte molte realtà, dal Nordest ai romani di Action capitanati dal consigliere Andrea Alzetta, agli studenti e alle esperienze legate a “uniti contro la crisi” (come Esc,UniCommons) che per l'occasione prende il nome di “uniti per la libertà”.

sabato 2 aprile 2011

Uniti per lo Sciopero

Uniti per lo sciopero, contro la crisi, contro ogni guerra, contro chi ci ruba il futuro. Uniti perché in un mondo che ci vuole sempre più frammentati e deboli unirsi è una necessità. Uniti non sulla base di schemi vecchi e politicisti, non mediante ricomposizioni artificiose, ma con percorsi veri, che vivano nei piccoli centri e nelle grandi metropoli.
L'occasione è lo sciopero generale chiamato dalla CGIL per il 6 maggio, uno sciopero che per le modalità e le tempistiche di convocazione rischia di essere insufficiente rispetto alle grandi lotte che si sono espresse in questi anni e in questi mesi. Ma su questo occorre ricordare un elemento non marginale: la convocazione di uno sciopero generale contro questo Governo è stata una rivendicazione che le lotte degli studenti, dei metalmeccanici, dei precari e di molte categorie di lavoratori hanno posto in modo fortissimo nelle battaglie di questo autunno. Sarebbe quindi errato affrontare questa giornata con spirito critico e distaccato: è necessario rapportarsi con lo sciopero generale come un occasione non da misurare, ma con cui misurarsi. I limiti di questo sciopero ci consegnano il compito di radicare davvero lo sciopero nei territori, generalizzandolo e generalizzandone la composizione.
Estendere lo sciopero è l'obiettivo, facendo sì che studenti, precari e movimenti sociali distanti dai percorsi sindacali, lotte territoriali, comitati referendari dell'acqua e contro il nucleare, realtà pacifiste e tutti coloro che subiscono ed hanno subito le politiche di governi di destra e di sinistra negli ultimi vent'anni possano per una volta unirsi nella costruzione di una giornata di blocco vero della produzione e della circolazione per fermare concretamente il paese.
I metalmeccanici hanno saputo porre una lotta propria come lotta di tutti e tutte, ribadendo che l'attacco non è solo rivolto ai diritti di chi lavora alla fiat, ma ai diritti di tutti i soggetti della produzione. Con questo spirito dovremo costruire relazioni forti con tutte le lavoratrici e i lavoratori che scenderanno in piazza il 6 maggio.
Gli studenti e le studentesse hanno saputo riaprire spazi di legittimità del conflitto e con una mobilitazione costante ed efficace hanno bloccato piccole città e grandi metropoli, praticando così nuove forme di sciopero. Con quello stesso spirito dovremo affrontare quella giornata, agendo comunemente e valorizzando tutte le specificità. Uniti per lo sciopero significa mettere a valore e connettere tra loro i percorsi con cui studenti, lavoratori e realtà in mobilitazione parteciperanno, ognuno con le proprie modalità, allo sciopero generale del 6 maggio.
Il percorso che ci conduce verso lo sciopero deve essere anche per noi l'occasione di estendere l'insieme delle rivendicazioni sociali e politiche, anche oltre quelle poste dalla convocazione ufficiale: democrazia, precarietà e welfare, ma anche la campagna per l'acqua bene comune e contro il nucleare. Su beni comuni, già domani sabato 26 marzo costruiremo una tappa decisiva che ci porterà alla mobilitazione a favore dei referendum.
Il desiderio per una primavera di mobilitazione e conflitto non può prescindere dalla valorizzazione dei percorsi che hanno attraversato il 13 febbraio e l'8 marzo in cui tantissime studentesse, precarie, lavoratrici, donne migranti hanno messo in questione il rapporto tra sessualità e potere, ben oltre gli scandali sessuali del premier, rivendicando diritti, welfare, salute e parità reale in tutti i luoghi di partecipazione politica e sociale.
Siamo in un quadro politico in cui si è definitivamente affermata la rottura del nesso tra istanze sociali e capacità e volontà della rappresentanza politica di accoglierle: crediamo che sia questo snodo decisivo a essere messo ogni volta in questione nelle lotte in Europa e nel Mediterraneo. La pratica democratica che passa dentro i tumulti che si sono prodotti ci dice che la questione sociale e la crisi democratica restano e devono restare indissolubilmente legate.
Da tempo un'intera generazione rivendica il proprio futuro, qui ed ora. La precarizzazione del lavoro e della vita è quindi al centro del nostro discorso politico. La precarietà, infatti, da questione prettamente generazionale si sta estendendo all'intero mercato del lavoro fino ad abbattere la distanza tra garantiti e non garantiti, colpendo però in particolar modo giovani e donne. È quindi al centro del nostro percorso di generalizzazione dello sciopero l'obiettivo di liberare le nostre vite da questo ricatto. Per questo guardiamo con interesse al 9 Aprile, come giornata utile a riaffermare il protagonismo dei precari nel percorso verso lo sciopero. Ma non solo: metteremo in campo verso lo sciopero una campagna sul welfare universale e in particolare per il reddito garantito, consapevoli che tale rivendicazione non può più essere portata avanti senza rimettere, da subito, radicalmente in discussione la spesa pubblica e l'attuale redistribuzione della ricchezza, a partire dal taglio alle spese militari, dell'opposizione al finanziamento alle scuole private e da una tassazione delle rendite e delle transazioni finanziarie.
Come per tutte le forme di protesta anche per lo sciopero si pone il tema dell'efficacia: sarà importante aprire un dibattito pubblico anche sulle modalità con cui generalizzarlo. Se, infatti, la segreteria CGIL si è limitata ad indire uno sciopero di 4 ore, e con una scelta positiva che sosteniamo molte categorie hanno esteso tale indizione ad 8 ore, nostro compito sarà coinvolgere studenti, e tutte e tutti coloro che, essendo precari, hanno tempi di vita e tempi di lavoro coincidenti: per questo lo sciopero dovrà durare 24 ore.
Il mese e mezzo che ci separa da quella data dovrà essere un mese denso, di azione e discussione pubblica. Per questo fin da subito sarà necessario avviare in tutto il paese assemblee regionali, metropolitane e territoriali, capaci, sulla base degli spunti condivisi, di programmare il percorso, organizzare la partecipazione, coinvolgere il territorio, rendere possibile la generalizzazione dello sciopero generale.
Ancora una volta, la guerra è piombata nelle nostre vite, e ancor più in quelle delle popolazioni che con determinazione e coraggio stanno provando a rovesciare il tiranno e contro le quali la guerra stessa tenta di imporre un processo di normalizzazione. Si tratta dell'ennesima guerra finalizzata a spartire la torta degli interessi economici, l'ennesima guerra per il petrolio che usa strumentalmente motivazioni umanitarie per mascherare il bieco interesse che le muove.
Crediamo che il tema della guerra non sia oggi scindibile dal dramma dei migranti che attraversano il Mediterraneo e che non possiamo respingere o rinchiudere in lager chiamati CIE, e che sia intimamente connesso al tema, riattualizzato dal dramma nucleare giapponese e dall'impegno referendario, del modello di produzione, delle risorse energetiche e della sostenibilità ambientale.
Per questo è necessario mettere in campo fin da subito una campagna che, partendo da Lampedusa, ponga il tema della libertà di movimento in Europa e per l'accoglienza dei migranti.
Abbiamo fin da subito guardato con entusiasmo alle rivolte nel Maghreb e del Mashrek, perché hanno espresso la stessa determinazione e la stessa ansia di futuro che abbiamo visto nelle piazze italiane. Ma non vogliamo limitarci alla semplice evocazione di quel fenomeno straordinario, ma esprimere concreta vicinanza con una carovana che travalichi i confini della Tunisia.
Chi prima dell'insorgenza ribelle libica stringeva solidi accordi col Colonnello si trova oggi costretto, per difendere i sui interessi, a bombardare il suo alleato, così facendo svela tutta la debolezza e doppiezza dei governi occidentali. Per questo, senza ambiguità alcuna ci mobiliteremo contro la guerra, raccogliendo l'appello a scendere in piazza il 2 Aprile in tutto il paese.
Il 6 maggio dovremo generalizzare lo sciopero, proseguire la mobilitazione, perché la primavera è già iniziata.
UNITI PER LO SCIOPERO
Assemblea nazionale – Facoltà di Lettere – Università La Sapienza – Roma
venerdì 25 marzo 2011

venerdì 1 aprile 2011

Uniti Per La Libertà! Carovana dalla Tunisia alla Libia

Libya RevoltDall' 8 all' 11 aprile 2011

Unis pour la libertè! United for freedom! Uniti per la libertà!

Nel sud est della Tunisia, al confine con la Libia, migliaia di persone vivono nel campo profughi di Ras Jadire. La situazione è drammatica: migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dalla Libia, ma anche dalla Somalia e dall'Eritrea, sono ammassate nel campo. Si pensa che nei prossimi giorni la situazione peggiorerà ulteriormente per l'intensificarsi del numero delle persone con ferite da arma da fuoco.
Le organizzazioni di soccorso hanno allestito tende, sotto le quali medici e volontari stanno cercando di affrontare le emergenze più gravi. La Mezzaluna Rossa distribuisce i pasti, ma mancano medicinali, strumentazioni mediche e chirurgiche, latte per bambini.
Trovarsi in un campo profughi ai margini della Libia non è una sfortunata casualità: è un pezzo della guerra che consuma vite e speranze. Così come un pezzo della guerra è Lampedusa, trasformata in un carcere a cielo aperto. Una guerra dai confini labili, già cominciata all'ombra degli accordi di “amicizia” italo-libici con l'imprigionamento, l'uccisione e la deportazione di migliaia di migranti. Le stesse ragioni umanitarie che sponsorizzano le bombe parlano il linguaggio della guerra contro i profughi ed i barconi che attraversano il Mediterraneo.

Fukushima: il mare è diventato radioattivo!

Fukushima Quello che è accaduto ai reattori giapponesi di Fukushima ha definitivamente cancellato l’illusione del nucleare “sicuro”
Le ultime notizie dal Giappone riferiscono della decisione del governo di disporre un piano di verifica di tutti i reattori presenti nel Paese. Il primo ministro giapponese Naoto Kan ha dichiarato che la centrale nucleare di Fukushima deve essere smantellata e che intende "rivedere da capo il piano di costruzione di nuove centrali".
Tutto questo mentre il vicedirettore dell’Agenzia per la sicurezza nucleare giapponese dava la notizia che i livelli di iodio radioattivo nel mare, a 300 metri dalla centrale di Fukushima, sono 3.355 volte superiore al limite di legge (eri il valore era di 3.355 volte oltre i limiti). Come dire che il materiale tossico continua a riversarsi in mare e il gestore della centrale, la Tepco, non riesce a raccogliere l'acqua radioattiva intorno ai reattori e agli edifici delle turbine. L' inquinamento del mare vuol dire anche inquinamento dei pesci: il rischio è una grave contaminazione lungo tutta la catena alimentare, mentre molte persone che si trovavano nell’area più vicina alla centrale (nel raggio di 3-5 chilometri) sono già state contaminate.
Una nuova incognita che si aggrava di ora in ora e che non vede ancora nessun piano di riduzione degli sversamenti. I tecnici giapponesi starebbero anche valutando la possibilità di coprire i tre reattori danneggiati in modo da ridurre le emissioni radioattive, avanzando l’idea di ricorrere a speciali coperture per i tetti e le pareti degli edifici esterni dei reattori 1, 3 e 4, che sono forniti di speciali meccanismi di aerazione per evitare l’accumulo di gas e scongiurare eventuali devastanti esplosioni.

Venti di guerra - La Libia nel nostro Mediterraneo

Aggiornamento continuo di articoli, comunicati e contributi

Egitto - Divieto di sciopero e rabbia


"Nella tradizione, quando qualcuno della famiglia viene ucciso, non ci si può radere per i successivi 40 giorni e finché non viene fatta giustizia. E' dal 25 gennaio che non mi rado e sto ancora aspettando". Con queste parole Ahmad, istruttore di immersioni nel Mar Rosso,........................
 

Foto Benghazi

One two tre merci Sarkozé

di Gabriele Del Grande
Viaggio a Benghazi, 21 marzo 2011
“No all'ingresso degli stranieri”. È scritto di rosso su uno sfondo bianco con su disegnata una montagna di teschi neri sorvolata da un elicottero da guerra. È il manifesto più grande sotto il tribunale di Benghazi.

Gino Strada: “Bisognava pensarci prima. La guerra? Non si deve fare mai”

21 / 3 / 2011
L'opinione pubblica tace e le coscienze dormono, ma secondo il leader di Emergency, nonostante sia stato preso alla sprovvista, "il ..

Emergency condanna la guerra in Libia

21 / 3 / 2011
Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Oggi la guerra è "contro Gheddafi": ci viene presentata, ancora una volta, come ...

Libia - Dall’alba della Pace alla notte della Guerra. In Italia migranti nei campi di confinamento

di Fulvio Vassallo Paleologo
21 / 3 / 2011
Gli attacchi delle forze della coalizione internazionale che stanno martellando tutta la Libia rischiano di produrre effetti diversi da ...

Odissey Dawn

di Augusto Illuminati
21 / 3 / 2011
Il piccolo Satana Gheddafi, falliti incoraggiamenti e aiuti a Ben Ali e alla sua sciampista, si è dedicato con zelo feroce a soffocare la ...

  

Libia, il gran ballo degli alleati

di Christian Elia

Lega Araba, Turchia, Cina e Russia si dicono scettiche sui bombardamenti che continuano
21 / 3 / 2011
Il secondo giorno delle operazioni militari sui cieli della Libia (dibattito aperto sul nome: Odissea all'alba o Alba dell'odissea?) passa ...

Comunicato dall'isola - Lampedusani e immigrati ridotti all’esasperazione dal governo italiano

Dall’Associazione culturale ASKAVUSA di Lampedusa
21 / 3 / 2011
In questi giorni a Lampedusa stiamo assistendo al più completo fallimento politico in materia di....

Tragica ipocrisia

di Alessandra Mecozzi

Ancora una volta, con tragica ipocrisia, la retorica umanitaria viene usata per coprire una nuova guerra imposta dall’occidente contro ...

Libia - L 'angoscia di Bengasi

Le esplosioni cominciano alle prime luci dell'alba. Botti in lontananza, dalla parte ovest della città. Continui, martellanti. Fumo nero ..

 

Libia - La battaglia di Benghazi

di Gabriele Del Grande
Il prossimo da portare via è Mohamed Said Mahdi. L'hanno appena lavato. Il corpo è avvolto in un lenzuolo bianco dalla vita in giù.

Con le lotte per la democrazia, con i diritti dei migranti contro l’intervento militare

Cosa c’entrano gli attacchi aerei su mezzi terrestri con una no-fly zone? Neppure è cominciata, la no-fly zone, ed è subito attacco ...

Libia No fly no party

di Gabriele Del Grande
Ballano, corrono, cantano e sparano in aria. Sono i ragazzi della rivoluzione di Benghazi. Che questa volta festeggiano davvero. È da ..

Crisi libica - Italia a rischio? Dopo tante menzogne i fatti si impongono

19 / 3 / 2011
Dal trattato di amicizia al silenzio sulle violazioni dei diritti umani, dall’emergenza sbarchi allo stravolgimento del sistema di ..

Deportazioni dai C.A.R.A. verso Mineo - Lo stravolgimento del diritto d’asilo

Mentre Benghazi è sotto le bombe di Gheddafi, l’Italia inizia le deportazioni da Bari alla Sicilia: dirtto d’asilo negato
Benghazi è sotto un attacco del Governo libico senza precedenti ed in queste ore seguiamo con attenzione le notizie che ci vengono da ...

venerdì 18 marzo 2011

Italia - No al Nucleare - Conferenza stampa nazionale del Comitato Vota Sì per fermare il nucleare


No nucleare Questa mattina si è svolta a Roma la conferenza stampa di presentazione della campagna del "Comitato Vota SI per fermare il nucleare", formato da oltre 60 associazioni

Ascolta il resoconto di Luca Tornatore, astrofisico - Associazione Ya Basta Italia 


E' stata una conferenza stampa molto lunga perchè è evidente che la cronaca impone di problematizzare ulteriormente la questione del nucleare. Tragicamente abbiamo la possibilità, anche mediatica, di essere umani.
Quello che i nuclearisti in questi giorni stanno facendo è dire: "Non bisogna essere emotivi".
Noi rispondiamo "Ma come? Le emozioni sono ciò che distinguono gli esseri umani dai vampiri! Come fai a dire che non devi essere emotivo di fronte a migliaia e migliaia di persone che rischiano la vita, che devono essere evacuate, di fronte ad un rischio la cui entità non è ancora stata stabilita, che sta crescendo e che rischia di essere una catastrofe nucleare?"
L'emozione è esattamente quello che permette di fare delle scelte umane.
Nel confronto puramente tecnico - seppur importantissimo perchè il nucleare rimane tecnicamente insensato e dannoso - c'è sempre il tranello che la scelta sembra sostanzialmente neutra rispetto alla realtà in cui poi va ad inserirsi, in cui va ad agire.
Questo è proprio il caso in cui non è così.

Il nucleare? Non è una tecnologia sicura!

Parla l’ingegnere Alex Sorokin: «I reattori non si spengono, il problema è il calore di decadimento. E' questo il tallone d’Achille delle centrali quando saltano i sistemi».
No al nucleare - Giappone 4


Alex Sorokin, ingegnere nucleare, russo, ha lavorato per decenni dentro le centrali nucleari e da giorni analizza le informazioni che arrivano dal Giappone producendo previsioni che finora si sono dimostrate drammaticamente accurate.
D. Dott. Sorokin qual’è, secondo le informazioni in suo possesso, la situazione nella centrale nucleare di Fukushima?
Ci sono un numero di reattori con il nocciolo parzialmente fuso per mancanza del liquido di raffredamento.
D. Perchè manca il liquido di raffreddamento?

Italia - Acqua o nucleare, la logica è la stessa

di Ugo Mattei
dal manifesto del 18 marzo 2011
Sovente ripetiamo che per poter essere difesi i beni comuni devono essere riconosciuti come tali e che per riconoscerli occorre praticare il pensiero critico. Per esempio, tutti diamo per scontato che la terra sia ferma perché è proprio la terraferma ad averci garantito la possibilità di sviluppare il nostro modello di vita stanziale. La sismicità è rimossa dalla collettività, ma chi ha responsabilità di governo del bene comune «territorio» deve necessariamente tenerne conto. Male gestisce i beni comuni chi miri al profitto o alla concentrazione del potere, ed è per questo che essi devono essere governati in modo partecipato e diffuso da quanti ne assorbono i benefici e ne subiscono i costi. In questo modo, i beni comuni non rispondono alla logica della produzione ma, guardando alla sostenibilità di lungo periodo (ossia anche all' interesse delle generazioni future) devono rispondere alla logica della riproduzione: la logica eco-logica che è qualitativa e non quantitativa.
Chi mira al profitto e alla concentrazione del potere investe in modo sostanziale nell'occultamento dei beni comuni, proprio perché profitto privato e potere politico si soddisfano entrambi nel loro saccheggio. È interesse convergente tanto del potere economico quanto di quello politico, che ne è sempre più servo, indebolirne le difese democratiche (come per esempio il referendum). I beni comuni divengono molto più facilmente riconoscibili quando posti a rischio letale e la loro emersione pubblica ne facilita enormemente la difesa. In questi momenti , il potere mette in campo, disordinatamente, ogni possibile tattica per occultare la verità.

lunedì 14 marzo 2011

Sulle guerre - Scambio epistolare tra Luis Villoro ed il Subcomandante Marcos su Etica e Politica


ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

MESSICO
Gennaio-Febbraio 2011

Per: Don Luis Villoro.
Da: Subcomandante Insurgente Marcos.


Dottore, La saluto.
Speriamo davvero che stia meglio in salute e che accolga queste righe non solo come uno scambio di idee, ma anche come un abbraccio affettuoso da noi tutti.
La ringraziamo per aver accettato di partecipare a questo scambio epistolare. Speriamo che da questo sorgano riflessioni che ci aiutino, qua e là, a tentare di comprendere il calendario che patisce la nostra geografia, il nostro Messico.
Mi permetta di iniziare con una specie di bozza. Si tratta di idee, frammentarie come la nostra realtà, che possono seguire una loro strada indipendente o intrecciarsi (l’immagine migliore che ho trovato per “disegnare” il nostro processo di riflessione teorica), e che sono il prodotto della nostra inquietudine per quanto sta attualmente accadendo in Messico e nel mondo.
E qui iniziano questi veloci appunti su alcuni temi, tutti loro in relazione con l’etica e la politica. O piuttosto su quello che noi riusciamo a percepire (e a patire) di loro, e sulle resistenze in generale, e la nostra resistenza in particolare. Come c’è d’aspettarsi, in questi appunti regneranno la schematicità e la riduzione, ma credo che bastino a tracciare una o molte linee di discussione, di dialogo, di riflessione critica.
E si tratta proprio di questo, che la parola vada e venga, scavalcando posti di blocco e pattugliamenti militari e di polizia, del nostro da qua fino al Suo là, anche se poi accada che la parola se ne vada da altre parti e non importa se qualcuno la raccoglie e la rilancia (è per questo che sono fatte le parole e le idee).
Sebbene il tema su cui ci siamo accordati sia Politica ed Etica, forse è necessaria qualche deviazione, o meglio, avvicinamenti da punti apparentemente distanti.
E, dato che si tratta di riflessioni teoriche, bisognerà iniziare dalla realtà, quello che gli investigatori chiamano “i fatti”.
In “Scandalo in Boemia“, di Arthur Conan Doyle, il detective Sherlock Holmes dice al suo amico, il Dottor Watson: “È un errore capitale teorizzare prima di avere dati. Senza rendersi conto, uno comincia a deformare i fatti affinché si adattino alle teorie, invece di adattare le teorie ai fatti“.
Potremmo cominciare dunque da una descrizione, affrettata e incompleta, di quello che la realtà ci presenta nella stessa forma, cioè, senza anestesia alcuna, e ricavare alcuni dati. Qualcosa come cercare di ricostruire non solo i fatti ma la forma con la quale prendiamo conoscenza di essi.
E la prima cosa che appare nella realtà del nostro calendario e geografia è una vecchia conoscenza dei popoli originari del Messico: La Guerra.

Italia - ACQUA, FUOCO, ARIA E TERRA: UNITI PER DIFENDERE I BENI COMUNI

Il prossimo sabato 26 marzo si svolgerà a Roma la manifestazione “Vota sì ai referendum per l’acqua bene comune - Sì per fermare il nucleare, per la difesa dei beni comuni, dei diritti, della democrazia.”, lanciata dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, ad un anno di distanza dal corteo che, con oltre duecentomila partecipanti, rivelò nei fatti l’esistenza nel nostro Paese di una diffusa sensibilità e disponibilità a mobilitarsi su questi temi.
Da allora oltre un milione e quattrocentomila cittadine e cittadini hanno sottoscritto i quesiti referendari per sottrarre alla privatizzazione la gestione del servizio idrico ed eliminare da essa la logica del profitto. Nonostante i tentativi del Governo Berlusconi di limitare la partecipazione popolare, entro il prossimo 15 giugno i referendum saranno sottoposti al voto e la vittoria dei SI’ rappresenterebbe una straordinaria occasione per segnare una vera e propria inversione di tendenza rispetto a tre decenni di politiche neoliberiste che, su scala globale e nazionale, sono le principali reponsabili dell’attuale crisi ambientale, economica e sociale.
Invitiamo a partecipare in tante e tanti a questa manifestazione.
Lo facciamo, pronunciando chiara e forte la parola ACQUA, perché proprio la battaglia affinché l’acqua sia considerata e riconosciuta come bene comune, diritto universale della persona umana e quindi gestita in forma pubblica e partecipata dalle comunità locali, ha aperto la strada in questi ultimi anni ad una rinnovata centralità dell’idea di beni comuni, siano essi disponibili in natura o prodotti della cooperazione umana, esauribili o rinnovabili, della loro difesa e della loro condivisione, come terreno cruciale di conflitto nella ricerca di alternative sociali e politiche alla crisi attuale e alla sua gestione di parte capitalistica.
Lo facciamo, pronunciando chiara e forte la parola FUOCO,

giovedì 10 marzo 2011

Libia - Parlare chiaro

di Rossana Rossanda

Al manifesto non riesce di dire che la Libia di Gheddafi non è né una democrazia né uno stato progressista, e che il tentativo di rivolta in corso si oppone a un clan familiare del quale si augura la caduta. Non penso tanto al nostro corrispondente, persona perfetta, mandato in una situazione imbarazzante a Tripoli e che ha potuto andare - e lo ha scritto - soltanto nelle zone che il governo consentiva, senza poter vedere niente né in Cirenaica, né nelle zone di combattimento fra Tripoli e Bengasi.
Perché tanta cautela da parte di un giornale che non ha esitato a sposare, fino ad oggi, anche le cause più minoritarie, ma degne? Non è degno che la gente si rivolti contro un potere che da quarant'anni, per avere nel 1969 abbattuto una monarchia fantoccio, le nega ogni forma di preoccupazione e di controllo? Non sono finite le illusioni progressiste che molti di noi, io inclusa, abbiamo nutrito negli anni sessanta e settanta? Non è evidente che sono degenerate in poteri autoritari? Pensiamo ancora che la gestione del petrolio e della collocazione internazionale del paese possa restare nelle mani di una parvenza di stato, che non possiede neanche una elementare divisione dei poteri e si identifica in una famiglia?

mercoledì 9 marzo 2011

Italia - No all'election day, ricorriamo alla Consulta


logo 2 sì per l'acquadi Alberto Lucarelli e Ugo Mattei

Il dibattito sullo scandaloso rifiuto dell'election day ha sortito l'effetto di far emergere per un giorno sui principali media nazionali il fatto che i referendum verranno celebrati. Tale è stato il silenzio che ha accompagnato fin qui la nostra battaglia che ancora la scorsa settimana un esperimento su una classe universitaria di circa 200 studenti in giurisprudenza ci ha rivelato che soltanto dieci fra loro sapevano che si sarebbe votato sull' acqua. Il cammino verso il quorum è davvero difficile, anche se la campagna sta cominciando a decollare. Il Comitato «2 sì per l'acqua bene comune», per esempio, ha approntato un bellissimo «kit dell'attivista», scaricabile dal web e contenente materiali e informazioni essenziali per diffondere il nostro messaggio.
Presto inoltre saranno disponibili bandiere referendarie da appendere ai balconi, una forma di diffusione del messaggio estremamente importante nel silenzio assordante dei media. Da questo punto di vista, ci sembra che perfino le un po' ambigue «invasioni di campo» di Di Pietro, che comunque gode di una visibilità mediatica che come movimento non abbiamo, abbiano comunque il pregio di far sapere che i referendum ci sono, cosa forse più utile, in questa fase, rispetto al rivendicarne la paternità.
Occorre continuare a governare la campagna elettorale accogliendo i contributi di tutti in un cammino che deve trasformarsi in una grande marcia capace di coinvolgere cittadini di ogni estrazione e credo politico. Il dibattito sull'election day e sui soldi sperperati al fine di far saltare il quorum ci ha mostrato che il popolo sovrano è ancora capace di indignarsi. Non possiamo accontentarci di aver sollevato politicamente la questione. Si tratta ora di dare veste giuridica ad un'istanza di ragionevolezza che coinvolge tutti e che non può non vincolare il governo. Che fare?

lunedì 7 marzo 2011

Costa d'Avorio - Nel caos

La situazione è da guerra civile. Gli scontri non si fermano tra le forze dell’ex presidente e quelle di Ouattara, il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale. Centinaia i morti. L’inerzia della comunità internazionale. Il monito dell’Acnur: 200 mila gli sfollati ad Abidjan; oltre 70 mila gli ivoriani scappati in Liberia. 
 
Giovedì 3 marzo, 6 donne sono rimaste uccise colpite da armi da fuoco (tiri di mitraglia), e molte altre ferite, nell'ormai famoso e popoloso quartiere a nord-ovest della città, Abobo, un feudo di Alassane Ouattara, il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale come il vincitore del ballottaggio del 28 novembre e a tutt'oggi rinchiuso a l'Hotel du Golf, protetto e alimentato dalle forze dell'Onu dell'operazione Onuci. Le donne manifestavano in favore di Ouattara.

Colombia - Morte e distruzione a peso d'oro


Una multinazionale vuole trasformare in miniera un ecosistema tipico latinoamericano, che regge l'intera offerta idrica di due milioni di persone. Che si oppongono al progetto.
 
Il Páramo è un ecosistema neotropicale, situato in altura, tra le foreste che si formano a oltre tremila metri di altitudine e le cime innevate dei cinquemila metri. A costituirlo sono vallate e pianure con una gran quantità di laghi, torbiere e praterie umide, punteggiate da arbusti e macchie di foresta. Circa il 57 percento di questo particolare ecosistema si trova concentrato in Colombia. Fra questi, c'è il Páramo di Santurbán, che produce e regola l'offerta idrica per due milioni di esseri umani delle aree urbane di Bucaramanga e Cùcuta e di altri 21 comuni, tutti situati nei dipartimenti di Santander e Norte de Santander. Un vero tesoro ecologico, sul quale sta posando gli artigli una multinazionale mineraria che già sta pregustando di estrarre l'immane ricchezza che nasconde, a cominciare dall'oro. Si tratta della Greystar Resources  che ha già ricevuto il benestare del governo Santos per il suo progetto minerario di Angostura. Ma le migliaia di abitanti che ne subiranno le devastanti conseguenze non ci stanno, e sono scese in piazza a Bogotà, di fronte al ministero dell'Ambiente per urlare in faccia ai governanti il proprio dissenso.

India - La BKU lancia la protesta contadina

India Bhartiya Kisan Union (BKU)La Bhartiya Kisan Union (BKU) ha minacciato di lanciare una grande offensiva il 9 marzo, bloccando tutte le strade nazionali per isolare Delhi dagli altri Stati.
Rohtak: Il malcontento che ribolle tra i contadini indiani contro le politiche del governo, si appresta a riversarsi sulle strade dato che la Bhartiya Kisan Union (BKU – Unione degli Agricolltori Indiani) ha minacciato di lanciare una grande offensiva il 9 marzo, bloccando tutte le strade nazionali per isolare Delhi dagli altri Stati.
La BKU è arrabbiata per il continuo abbandono del settore agricolo da parte dei governi Centrale e statali e per le politiche che si sono rivelate disastrose per le condizioni economiche degli agricoltori. I contadini si sono opposti all'acquisto di terreni fertili e hanno reclamato l’attuazione delle raccomandazioni della relazione della commissione Swaminathan.

Stati Uniti - La natura colpisce ancora: Amaranto Inca divora OGM della Monsanto

Amaranto IncaLe piante inca amaranto kiwicha invadono le piantagioni di soia transgenica della Monsanto negli Stati Uniti come in una crociata per fermare queste dannose imprese agricole e passare un messaggio al mondo.

 
In quello che sembra essere un altro esempio di saggezza della natura, aprendo la strada, la specie  amaranto Inca nota come "kiwicha"  è diventata un incubo per la Monsanto. Curiosamente, questa azienda nota per il suo male ("Mondiablo") si riferisce a questa erba sacra per gli Inca e gli Aztechi, come pianta infestante o  erba maledetta. Il fenomeno di espansione della amaranto nelle colture in oltre venti stati degli Stati Uniti non è nuovo, ma merita di essere salvato, forse anche per celebrare le capacità e l'intelligenza di questa pianta guerriera che si è opposta al gigante delle sementi transgeniche. Dal 2004 un agricoltore di Atlanta ha notato che i focolai di amaranto hanno resistito al potente erbicida "Roundup" a base di glifosato e divorato campi di soia GM, nel suo sito web la Monsanto raccomanda gli agricoltori di mischiare glifosato con erbicidi come 2,4-D, vietato in Scandinavia perché  correlato con il cancro.

venerdì 4 marzo 2011

Messico - A dieci anni dalla Marcia del colore della Terra

L’immagine delle migliaia di basi d’appoggio lungo la strada di San Cristóbal de Las Casas nella nebbia dell’alba che salutano la corriera con i comandanti in partenza per la capitale insieme a tutti noi “internazionali”, penso sia qualcosa che non dimenticherò facilmente. Un saluto dietro cui c’era una scommessa collettiva: il mettersi in gioco per parlare a molti, per partire dalle proprie comunità, dal proprio vissuto per affrontare altri mondi ed altre realtà. Per mettere a disposizione la propria resistenza perché intorno ed oltre ad essa si possa costruire qualcosa di più grande, qualcosa comune.

Italia - Referendum per l'acqua e contro il nucleare - Il governo ha paura del voto degli italiani


Elezioni
Il ministro Maroni vuole far votare i referendum il 12 giugno, a scuole chiuse, per evitare il quorum.

 Il ministro Maroni ha dichiarato oggi che al prossimo consiglio dei ministri proporrà il 12 giugno come giorno per lo svolgimento dei referendum.
Come è noto, si tratta dell’ultima data consentita dalla legge (che prevede che i referendum si svolgano tra il 15 aprile e il 15 giugno), altrimenti avremmo potuto anche rischiare di dover andare a votare a ferragosto.
E’ chiaro infatti che la scelta non è casuale: il 12 giugno le scuole saranno già chiuse e l’inizio della stagione estiva rappresenterà per chi può permetterselo un incentivo ad andarsene fuori città.  Questo almeno nei desiderata del ministro e del governo di cui fa parte, che evidentemente teme che questa volta i referendum possano raggiungere il quorum  e i sì vincere.
I timori del governo sono fondati - anche se non giustificano la decisione presa -  come dimostra il 1.400.000 firme raccolte per i quesiti sulla ripubblicizzazione dell’acqua, un risultato mai ottenuto prima.
Per questo Maroni  ha scelto la strada del boicottaggio, consapevole che la normale dialettica politica fra sostenitori del sì e del no lo vedrebbe perdente.

giovedì 3 marzo 2011

One two tre merci Sarkozé


Foto Benghazidi Gabriele Del Grande
Viaggio a Benghazi, 21 marzo 2011
“No all'ingresso degli stranieri”. È scritto di rosso su uno sfondo bianco con su disegnata una montagna di teschi neri sorvolata da un elicottero da guerra. È il manifesto più grande sotto il tribunale di Benghazi. Oggi in piazza sono in migliaia e l'hanno sistemato bene in vista, perché finisca dentro l'inquadratura del cameraman di Al Jazeera, che dal terrazzo del palazzo di fronte filma i manifestanti il giorno dopo il bombardamento degli alleati. I manifestanti non vogliono l'occupazione militare, sanno bene cos'è diventato l'Iraq. Quegli stessi manifestanti però nella stessa piazza sventolano la bandiera francese cantando a squarciagola slogan sgrammaticati tipo: “One two tre, merci Sarkozé!” oppure “Shukran marra thania lil Faransa wal Britania!”. Ovvero “Un due tre, grazie Sarkozy”, e “Grazie due volte alla Francia e all'Inghilterra”. E tra la folla c'è addirittura qualcuno che pronuncia frasi impensabili fino a pochi giorni fa, del tipo: “Ringraziamo dio e gli Stati Uniti d'America!”.
Forse non piacerà ai tanti che in Italia credono giustamente alla cultura della pace e che quindi si oppongono per principio all'uso della guerra come strumento per la controversia dei conflitti internazionali. Ma queste sono le parole della piazza di Benghazi, e che ci piacciano o meno, vanno raccontate. Per capire da dove nasca questo improvviso amore per Francia, America e Gran Bretagna, basta fare una gita fuori porta. Ci accompagna Gheif sul suo fuoristrada. Parla un ottimo inglese, è tornato a Benghazi da quattro mesi, dopo il suo master in business all'università di Manchester. La località dove ci porta si chiama Jarrutha e si trova a una ventina di chilometri dal centro. È qui che hanno bombardato i francesi la notte di sabato e la mattina di domenica. La strada è paralizzata dal traffico. Centinaia di ragazzi di Benghazi sono venuti a vedere i carri armati colpiti dai missili per farsi una foto e portare a casa qualche ricordo di guerra
Quando riusciamo a farci largo tra la gente, vediamo davanti a noi un paesaggio surreale. Il fumo si leva ancora da quel che resta delle gomme dei camion. I carri armati sono aperti in due. E dei camion delle munizioni non resta che il telaio attorcigliato su se stesso dalla botta dei missili. Altrove invece le macchine e i camion sono soltanto bruciati, come da una nube di calore, ma senza segni evidenti di esplosione, né sui mezzi né sul terreno agricolo intorno, dove l'erba è ancora verde.
Lungo un'area di pochi chilometri, contiamo 26 carri armati, sette camion lanciamissili Grad, due pickup lanciarazzi, 19 camion, una batteria antiaerea, tre autocisterne, cinque autobus, 45 macchine, e un lanciamissili attrezzato di radar. Tutti esplosi e ridotti in cenere dalle fiamme. La domanda della gente è una sola: “E se fossero entrati a Benghazi?”. Sì perché erano questi i rinforzi destinati a stanare “i ratti” della rivoluzione, “casa per casa”, “vicolo per vicolo”, “senza pietà”, come gridava da giorni infuriato in televisione il colonnello Gheddafi. A sfondare le inconsistenti linee difensive dei ragazzi ci avevano provato già sabato scorso. Una battaglia urbana devastante, durata tutta la mattina e costata la vita a almeno 94 ragazzi dell'armata popolare. I segni di quella battaglia sono ancora scritti sulle facciate dei palazzi che affacciano su Sharaa Tarabulus, la strada che porta a Tripoli. I muri sono crivellati di colpi e le pareti sfondate dalle granate. Con il senno di poi, la strategia di Gheddafi era facilmente intuibile. Giocare di forza opponendo l'artiglieria pesante all'agilità dei due o tremila ragazzi dell'armata popolare. Una volta portati i carri armati e i lanciamissili in città infatti, l'aviazione francese non avrebbe potuto bombardarli, perché troppo vicini ai centri abitati. E gli squadristi dei Lijan thauriya avrebbero potuto seminare il terrore.
La prima fase del piano è stata bloccata dal bombardamento. La seconda invece sembra essere andata comunque in porto. Almeno a giudicare dalle sparatorie che abbiamo sentito nelle ultime due notti in pieno centro. Si muovono quando fa buio, arrivano in macchina a tutta velocità e sparano qualsiasi cosa si muova. Sono gli squadristi delle falangi di Gheddafi. In arabo si chiamano Lijan thauriya, che tradotto in italiano suona tipo i comitati rivoluzionari, ma che di fatto sono corpi speciali di polizia segreta che dai tempi delle riforme del 1977, con l'istituzione del governo delle masse, la Giamahiriya, sono stati incaricati prima di terrorizzare e reprimere gli oppositori, quindi di controllare il paese e di conseguenza ricoprire i ruoli che contano nei gangli del potere. Secondo fonti bene informate, nella sola città di Benghazi potrebbero contare su almeno mille persone. Le loro caserme sono state tutte distrutte e date alle fiamme dai ragazzi del movimento del 17 febbraio. Inizialmente il consiglio transitorio aveva lanciato un appello via radio in nome della riconciliazione e della pace, offrendo loro l'amnistia in cambio della dissociazione dal regime di Gheddafi.
Ma da quando i Lijan thauriya sono tornati in forze e hanno iniziato a sparare sui ragazzi della rivoluzione, ad esempio durante la battaglia di sabato scorso contro le milizie di Gheddafi, il consiglio ha deciso per le maniere forti. E allora oggi hanno lanciato loro un ultimatum. Chi non consegnerà le armi entro le prossime 24 ore sarà tratto in arresto. E insieme a loro, prima o poi, sarà arrestato anche Gheddafi. Questa è la speranza di tutti. Nessuna negoziazione. Lo ha detto in conferenza stampa anche il portavoce del consiglio nazionale transitorio, Abdelhafid Ghoga: “Con Gheddafi non si discute. Deve essere processato per ogni singola goccia del sangue che ha versato. Per rispetto dei martiri della rivoluzione, ma anche per tutti i martiri degli anni Ottanta e Novanta”.
Mentre pubblico questi pezzi, in Italia si manifesta contro la guerra in Libia, nel nome della cultura della pace. Non prendetemi per un interventista, perché non lo sono, ma il mio lavoro è raccontare quello che vedo, anche quando è diverso da quello che vorrei vedere. E la piazza di Benghazi usa parole diverse da quelle dei pacifisti italiani. Dove stia la verità non lo so. E probabilmente sono troppo vicino ai morti di Benghazi per saperlo. Ma ascoltare questa piazza credo serva a tutti, anche a chi ritiene inamovibili le proprie posizioni. Chiediamoci seriamente cosa possiamo fare, al di là del no alla guerra. Ieri a Misratah, con la città sotto assedio, la popolazione è scesa in piazza per una manifestazione. Gli hanno sparato addosso i miliziani di Gheddafi. Quaranta morti, 180 feriti e una città allo stremo, senza acqua e elettricità da una settimana. Di nuovo, chiediamoci seriamente cosa possiamo fare in queste ore. Lo dobbiamo al coraggio di questa gente

Tratto da:
http://fortresseurope.blogspot.com

Libia - Stallo somalo

Foto desertodi Giampaolo Calchi Novati
Partendo dalla constatazione - e relativa ipotesi interpretativa - che le sollevazioni nel Nord Africa giunte a un primo punto fermo sono state animate e sostanzialmente decise da una coalizione impropria fra giovani e militari, si può capire meglio perché in Libia il meccanismo si è inceppato. Sia in Tunisia che in Egitto la «piazza» ha avuto il suo epicentro nella capitale e la buona coesione nazionale e sociale ha conferito di per sé alla protesta della gioventù di Tunisi e del Cairo una rappresentanza generale. In Libia si è mossa prima Bengasi mentre Tripoli sembra ancora in mano agli uomini e alle forze di Gheddafi. La rivolta rischia di essere percepita o di diventare la «rivolta della Cirenaica» e non della Libia. In Libia l'esercito non ha la stessa funzione di surroga a livello istituzionale per la mancanza di una tradizione statale garantita o impersonata dalle forze armate.

mercoledì 2 marzo 2011

Gino Strada: “Bisognava pensarci prima. La guerra? Non si deve fare mai”

Libia - Tornado21 / 3 / 2011
L'opinione pubblica tace e le coscienze dormono, ma secondo il leader di Emergency, nonostante sia stato preso alla sprovvista, "il movimento arcobaleno reagirà"“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino Strada, fondatore di Emergency (che tra l’altro proprio in questi giorni sta lanciando il suo mensile E, in edicola dal 6 aprile), mentre arriva il via libera della comunità internazionale all’attacco contro la Libia e cominciano i primi bombardamenti, ribadisce il suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, citando la Costituzione italiana.

Intervista di Wanda Marra
Che cosa pensa dell’intervento militare in Libia? Questo è quello che succede quando ci si trova davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.Dunque, lei è contrario? Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre contro l’uso della forza, che non porta da nessuna parte.Ma allora bisogna stare a guardare mentre Gheddafi bombarda la sua popolazione? Sono un chirurgo. Non faccio il politico, il diplomatico, il capo di Stato. Non so in che modo si è cercato di convincere Gheddafi a cessare il fuoco. E poi le notizie che arrivano sono confuse e contraddittorie.Però, alcuni punti sembrano chiari: che Gheddafi è un dittatore, contro il quale c’è stata una rivolta popolare e che sta massacrando i civili, per esempio…Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro, non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti? E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia.Questo conflitto però viene percepito come intervento umanitario, più di quanto non sia accaduto, per esempio, con quelli in Afghanistan e in Iraq. Lei non crede che questo caso sia diverso da quelli?Ogni situazione è diversa dall’altra. I cervelli più alti del pianeta hanno una visione della politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi economici.Ma qual è la soluzione?A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi.Che cosa pensa della posizione italiana?Vorrei conoscerla. Frattini un paio di giorni fa ha detto che “il Colonnello non può essere cacciato”. Cosa vuol dire: che non si deve o non si può? Noi non abbiamo nessuna politica estera, come d’altra parte è stato ai tempi dell’Afghanistan e dell’Iraq.Salta agli occhi come questa guerra stia scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare contro l’intervento in Afghanistan ci furono manifestazioni oceaniche in tutto il mondo.A Roma eravamo tre milioni.E adesso dove sono quei tre milioni? Non è un dettaglio il fatto che le forze politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in Parlamento poi hanno votato per la continuazione della guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3 milioni di voti.Ma al di là della politica, l’opinione pubblica tace. Questa guerra è arrivata inaspettata: se andrà avanti sicuramente ci sarà una mobilitazione per chiedere che si fermi il massacro.Inaspettata o no, il silenzio del movimento pacifista colpisce. Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per chiedere la fine del massacro.Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento delle coscienze?Certo che c’è, e non potrebbe essere il contrario. Abbiamo un governo guidato da uno sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non sono cose che passano come gocce d’acqua.
Tratto da:   Micromega

Emergency condanna la guerra in Libia

Emergency cielo21 / 3 / 2011
Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Oggi la guerra è "contro Gheddafi": ci viene presentata, ancora una volta, come umanitaria, inevitabile, necessaria.
 Nessuna guerra può essere umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità, uccisione di nostri simili. "La guerra umanitaria" è la più disgustosa menzogna per giustificare la guerra: ogni guerra è un crimine contro l'umanità.

Nessuna guerra è inevitabile. Le guerre appaiono alla fine inevitabili solo quando non si è fatto nulla per prevenirle. Se i governanti si impegnassero a costruire rapporti di rispetto, di equità, di solidarietà reciproca tra i popoli e gli Stati, se perseguissero politiche di disarmo e di dialogo, le situazioni di crisi potrebbero essere risolte escludendo il ricorso alla forza. Non è stato questo il caso della Libia: i nostri governanti, gli stessi che ora indicano la guerra come necessità, fino a poche settimane fa hanno finanziato, armato e sostenuto il dittatore Gheddafi e le sue continue violazioni dei diritti umani dei propri cittadini e dei migranti che attraversano il Paese.

Nessuna guerra è necessaria. La guerra è sempre una scelta, non una necessità. È la scelta disumana, criminosa e assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, la amplifica. È la scelta dei peggiori tra gli esseri umani.

Ai governanti che vedono la guerra come unica risposta ai problemi del mondo, rivolgiamo di nuovo l'appello del 1955 di Bertrand Russell e Albert Einstein nel loro Manifesto:
 
«Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile e inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l'umanità dovrà rinunciare alla guerra?»

Come ha scritto il grande storico statunitense Howard Zinn: «Ricordo Einstein che in risposta ai tentativi di "umanizzare" le regole della guerra disse: "la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire". Questa profonda verità va ribadita continuamente: che queste parole si imprimano nelle nostre menti, che si diffondano ad altri, fino a diventare un mantra ripetuto in tutto il mondo, che il loro suono si faccia assordante e infine sommerga il rumore dei fucili, dei razzi e degli aerei».

Emergency è contro la guerra, contro tutte le guerre. Ce lo impongono la nostra esperienza, la nostra etica e la nostra cultura, la nostra umanità prima ancora che la nostra Costituzione.

Chiediamo che tacciano le armi e che si riprenda il dialogo, anche attraverso l'invio degli ispettori delle Nazioni Unite e di osservatori della comunità internazionale; chiediamo l'apertura immediata di un corridoio umanitario per portare assistenza alla popolazione libica.

Libia - Dall’alba della Pace alla notte della Guerra. In Italia migranti nei campi di confinamento

Libiadi Fulvio Vassallo Paleologo

21 / 3 / 2011
Gli attacchi delle forze della coalizione internazionale che stanno martellando tutta la Libia rischiano di produrre effetti diversi da quelli auspicati nella Risoluzione n.1973 delle Nazioni Unite, nella quale si stabiliva “un divieto su tutti i voli nello spazio aereo della Jamahiriya araba” al fine di proteggere i civili, perseguendosi dunque l’interesse di salvaguardare le popolazioni vittime dei “crimini contro l’umanità” commessi da Gheddafi e dalle sue forze, tra le quali un numero crescente di mercenari. Anche il Consiglio della Lega degli Stati arabi del 12 marzo 2011 aveva chiesto “l’istituzione di una zona di non volo sull’aviazione militare libica e di stabilire aree sicure in luoghi esposti al bombardamento come misura precauzionale che permette la protezione del popolo libico e cittadini stranieri che risiedono nella Giamahiria araba libica”.
Si corre adesso il rischio che l’intervento militare, assai tardivo, dopo settimane di divisioni causate dai divergenti interessi politici ed economici delle grandi potenze mondiali, non riesca a fermare i massacri delle truppe di Gheddafi già penetrate nelle città ribelli e adesso all’assalto di Bengasi e Misurata.
D’altra parte il massiccio attacco aereo su Tripoli, addirittura per colpire direttamente Gheddafi, sembra addirittura ingenuo, se non del tutto sconsiderato, perché legittima nuovamente il dittatore agli occhi del proprio popolo e di quegli stati africani che per lungo tempo lo hanno mantenuto alla presidenza dell’Unione Africana. Se le truppe, i velivoli e i carri armati di Gheddafi, andavano fermati e tenuti fuori dalla città, e se la zona di divieto di volo avrebbe dovuto essere imposta da settimane, il lancio di missili Tomahawk e Cruise verso Tripoli, con il prevedibile contorno di scudi umani e di vittime civili, rischia di delegittimare i ribelli e di consegnare l’intera regione ad una condizione di instabilità politica e militare che potrebbe mettere a rischio l’autodeterminazione dei popoli ed i processi democratici appena avviati in Tunisia ed in Egitto.
Occorre quindi che il Consiglio di Sicurezza ritorni ad esaminare con urgenza la situazione in Libia, e definisca in modo rigoroso il mandato delle forze militari della coalizione che devono intervenire per mettere in sicurezza le popolazioni civili delle città assediate dalle forze di Gheddafi. Infatti nella Risoluzione n.1973 si legge chiaramente che il Consiglio autorizza gli Stati membri che ne avevano fatto richiesta “a prendere tutte le misure necessarie, in deroga paragrafo 9 della risoluzione 1970 (2011), per proteggere i civili e aree popolate civili sotto la minaccia di un attacco in Giamahiria araba libica, tra cui Bengasi, pur escludendo una forza di occupazione straniera di qualsiasi forma, su qualsiasi parte del territorio libico”. Misure necessarie anche “per far rispettare la conformità con il divieto di voli”, che sarebbero state poi sottoposte al controllo ed al riesame da parte dello stesso Consiglio di Sicurezza. I bombardamenti massicci su Tripoli, e non soltanto su installazioni militari o convogli di carri armati, rischiano di stravolgere il senso di quella risoluzione e di mettere la pietra tombale sulle speranze di rivoluzione civile che, come in tutti i paesi arabi, anche in Libia sembrava potersi affermare.
In questo quadro il ruolo giocato dall’Italia è risultato prima troppo vicino all’alleato Gheddafi, che non andava “disturbato” nella soluzione delle sue questioni interne, poi -anche troppo rapidamente- Berlusconi e il governo, con la rottura eclatante della Lega, si è allineato alle posizioni più aggressive delle potenze occidentali, addirittura fino al punto da configurare, nelle dichiarazioni del ministro della difesa La Russa, la possibilità di un intervento militare diretto. Varie ragioni avrebbero invece consigliato maggiore prudenza, anche nella concessione delle basi, sia per la collocazione geografica dell’Italia, che per i preesistenti rapporti con Gheddafi, con diversi accordi dal 2004 al 2009, contro i quali in Italia si sono battute sparute forze, e che oggi in tanti fanno finta di ignorare o di considerare carta straccia, salvo a ripescarne le parti che riguardano l’immigrazione, auspicando, comunque vada a finire, la ripresa dei respingimenti collettivi dei migranti verso la Libia.
Nel “Trattato di amicizia” firmato nel 2008 da Gheddafi e Berlusconi si prevedeva che “Le Parti si impegnano a non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite. Ed all’art. 4 si aggiungeva il principio di “non ingerenza negli affari interni”, con le previsioni che:
1. Le Parti si astengono da qualunque forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte, attenendosi allo spirito di buon vicinato.
2. Nel rispetto dei principi della legalità internazionale, l’Italia non userà, ne permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà, né permetterà, l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l’Italia.
Il trattato è stato solo “sospeso” e non “denunciato” dall’Italia, come si sarebbe dovuto fare da anni, per i gravissimi abusi commessi dai libici ai danni dei migranti e degli oppositori politici. Nel quadro della Risoluzione dell’ONU n.1973, e della sua prima attuazione, l’atteggiamento interventista e bellicista del governo italiano, dopo i ritardi iniziali, rischia adesso di aggiungere altri danni sul piano internazionale. Ed è singolare come negli ultimi tempi siano state proprio l’Italia e la Francia i principali fornitori di armamenti in favore della Libia. Per queste ragioni l’Italia avrebbe fatto bene a mantenersi al di fuori dell’intervento militare deciso dalle Nazioni Unite, senza concedere le basi militari “a scatola chiusa”.
Nel frattempo, sul piano interno, le scelte del governo italiano, tra allarmi di “invasioni bibliche” e tentativi di nascondere l’inconsistenza del sistema di accoglienza dei richiedenti asilo, hanno reso insostenibile la situazione a Lampedusa, e stanno dimostrando come, di fronte ad una emergenza umanitaria, ancora una volta il governo Berlusconi sia capace soltanto di inviare reparti militari in missione di ordine pubblico e trattare la materia dei cd. sbarchi, in realtà salvataggi in alto mare, con i consunti strumenti della “lotta all’immigrazione clandestina”. Insomma una accoglienza dietro le sbarre o sotto la sorveglianza di pattuglioni di polizia in assetto antisommossa.
Occorre che il governo adotti al più presto un provvedimento che stabilisca la possibilità di rilasciare permessi di soggiorno per motivi umanitari o per protezione temporanea ex art. 20 del D.Lgs 286/98, nei confronti di coloro che stanno arrivando dalla Tunisia e che potrebbero presto arrivare anche dalla Libia. I migranti rinchiusi a Lampedusa devono essere evacuati con un ponte aereo e la loro accoglienza va praticata in tutte le regioni italiane, senza “campi di raccolta” come si annuncia quello di Mineo.
Le scelte del governo in materia di politica internazionale, e le modalità meramente repressive di “gestione” di un emergenza sbarchi, creata ad arte con il concentramento di diverse migliaia di profughi in luoghi simbolo come Lampedusa e Mineo, ormai sulla linea di un confine di guerra, stanno dimostrano come l’Italia sia governata da politici che badano solo al proprio vantaggio elettorale ed alla difesa di tutte le zone più ricche e di tutte le sacche di privilegio. Anche a costo di scatenare una “guerra tra poveri”, tra i migranti e le popolazioni delle aree più deboli del paese. Contro questa classe di governo, che si avvantaggia di una opposizione parlamentare sempre più debole, occorre costruire giorno per giorno nuove reti di solidarietà dal basso, aprire nuovi canali di comunicazione autogestiti e costruire soggetti politici che siano capaci di aggregare sui territori tutte le forze dell’opposizione sociale

BOICOTTA TURCHIA

Viva EZLN

Questo video è una libera interpretazione che vuole mettere in risalto l'importanza del Caffè Rebelde Zapatista, come principale fonte di sostentamento delle comunità indigene zapatiste e come bevanda prelibata, degustata da secoli in tutto il mondo. I suoni e i rumori che accompagnano l'osservatore in questa proiezione, sono stati scelti con l'intenzione di coinvolgervi completamente nell'esperienza visiva e trasportarvi direttamente all'interno della folta vegetazione che contraddistingue tutto il territorio del Chiapas, dove viene coltivato questo caffè.

La lucha sigue!