giovedì 30 aprile 2009

Punizione collettiva a Gaza: l'assedio ha impoverito l'80% della popolazione

La crisi di Gaza

L’85% della popolazione della Striscia di Gaza dipende dagli aiuti umanitari forniti dall’UNRWA, dal Programma mondiale per l’Alimentazione e da altre organizzazioni. Lo rivela un rapporto di Mahirat at-Tabba, direttore delle pubbliche relazioni alla Camera di Commercio di Gaza City.
Il dato trova spiegazioni nelle statistiche dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, secondo cui il tasso di disoccupazione nell’area ha raggiunto il 44,8% nel 2008, per un numero effettivo di 200.000 lavoratori senza impiego. L'assedio ha impoverito l’80% della popolazione gazawi.
Secondo at-Tabba, il settore industriale occupa attualmente la misera cifra di 1.400 operai, contro i 35.000 del periodo precedente al giugno 2007, mese d’inizio dell’assedio. Il 96% dei 3.900 stabilimenti industriali di Gaza avrebbero chiuso per assenza di materie prime. Gli altri sarebbero impianti per la produzione di generi alimentari, che nel migliore dei casi impiegano il 15% della manodopera che potrebbero assumere.
Dal giugno di due anni fa, le esportazioni sono cessate e le importazioni di materie prime hanno conosciuto un blocco pressoché totale. In aggiunta, le tre settimane di offensiva militare israeliana su Gaza a cavallo tra dicembre e gennaio ha provocato la distruzione di numerose fabbriche e officine.

Messico - Governo immobile, e ormai è psicosi

di Matteo Dean*
Se volessimo fare dietrologia, potremmo dire che il terremoto di lunedì scorso a Città del Messico è stato provocato da coloro che oggi in Messico vogliono far tremare ancor di più le coscienze dei messicani. Già travolta da più di due anni di violenza generalizzata causata dalla imprudente guerra al narcotraffico lanciata dall’attuale amministrazione, e ulteriormente spaventata da un virus influenzale che sembra essere addirittura più violento, proprio per la trasversalità della sua azione mortifera, la cittadinanza della capitale messicana è stata ancora una volta messa alla prova da una scossa di terremoto di 6 gradi della scala Richter. Ma la dietrologia serve a poco in queste ore e il terremoto che c’è stato, seppur abbia generato un certo panico, con le strade del centro storico che si riempivano sotto gli alti edifici che si svuotavano e 33 casi di crisi nervosa (immediatamente accolti nelle già affollate strutture sanitarie) non ha distolto l’attenzione dal tema principale di questi giorni: il virus suino. Una condanna collettiva? Un castigo divino? Un’operazione nascosta della solita famelica industria farmaceutica? Non si sa. Troppe son le versioni che nelle ultime ore si diffondono grazie a radio bemba. Quel che è vero, e senza dover ricorrere a giochi della fantasia, è la risposta ritardata ed imprecisa del governo messicano. Nel 2006, l’allora Ministero della Salute, nel quadro della formulazione dell’Associazione per la sicurezza e la prosperità dell’America del nord (Aspan), una sorta di Trattato di libero commercio plus, ma con l’importante capitolo della sicurezza continentale, scriveva un documento di 81 pagine con il laborioso titolo di «Piano nazionale di prevenzione e risposta di fronte all’epidemia influenzale». Il documento riconosceva, d’accordo con le autorità americane, l’assoluta certezza che prima o poi un’epidemia influenzale si sarebbe diffusa nel continente. Si legge nel documento: «L’orologio dell’epidemia corre, ma non si sa che ora stia segnando». Il piano segnala che, secondo dati statistici, all’ora di esplodere l’epidemia, ci sarebbero «200.000 morti in sei mesi, mezzo milione di ricoverati». Il problema del documento è che in nessun momento contempla la mutazione virale e si concentra solo sull’influenza aviaria. E quindi oggi non è difficile immaginare i magazzini del ministero della sanità strapieni di medicinali anti aviari, ma svuotati di quel che oggi sarebbe utile.Ma quel che soprattutto risulta colpevole è il ritardo della denuncia pubblica e delle contromisure. Nell’epoca dell’informazione le notizie corrono ed oggi si sa che i primi casi risalgono ormai a quasi sei mesi fa. E allora che hanno fatto le autorità? Nulla. Hanno solo cercato di contenere il problema. E, soprattutto, atteso fino ad inizio aprile per inviare le provette negli Usa (perché qui in Messico i laboratori ancora non sono attrezzati) e scoprire l’esistenza di un nuovo virus.Ciononostante, l’attenzione è già stata distolta. La violenza del narcotraffico continua a uccidere con lo stesso ritmo dell’inizio dell’anno, ovvero in aumento rispetto alle già allarmanti cifre dell’anno scorso, ma pochi ne parlano. Il feminicidio di Ciudad Juarez, proprio in questi giorni messo a processo dalle istanze internazionali, scompare e le donne assassinate che continuano a morire non si contano più, a differenza delle morti per virus. L’attentato a un leader del sindacato democratico dei maestri passa inosservato e anche se il suo assistente è morto con due colpi di pistola in testa, nessuno muove un dito.E sono solo alcuni fatti di questi giorni. Il decreto presidenziale che concede poteri speciali alle autorità messicane ha già creato le prime vittime: la manifestazione del primo maggio è stata sospesa e si chiede ai partiti politici, che la prossima settima avrebbero dovuto cominciare la campagna elettorale in vista dell’importante scadenza del 5 luglio prossimo, di sospendere ogni attività di proselitismo di massa. Ancor di più: si dice apertamente che si considera annullare le elezioni stesse. D’altra parte, se si ammette che il vaccino per il virus potrebbe essere trovato solo tra sei mesi, il governo sta riuscendo a mettere in quarantena non solo la società messicana, ma l’intero prossimo futuro. La società messicana. Facile parlarne, difficile capirne le reazioni e le conseguenze che avrà la fase attuale. Il panico si diffonde a velocità maggiore del virus stesso. La paura è oggi più comune della normale leggerezza con cui si affronta la vita da queste parti. Il sospetto è incrostato ormai negli interstizi delle relazioni interpersonali. L’abbraccio o il bacio o semplicemente la stretta di mano, così comuni in questa città, diventano tabù. Lo starnuto o un cenno di colpo di tosse motivo sufficiente per isolare il prossimo. Gli sguardi s’incrociano da dietro le quasi inutili mascherine distribuite incessantemente o vendute a prezzi assurdi nelle farmacie.Quegli sguardi che cercano di individuare nei volti altrui i segni di una malattia che non si conosce, perché comunque sia l’influenza, anche quella umana, qui non è comune. E il risultato qual è? Contribuire a completare lo strappo sociale. La coesione sociale già messa in crisi dall’alta disponibilità di violenza promossa dalla famigerata guerra al narcotraffico, oggi riceve un ulteriore colpo alla sua esistenza. A questo punto è sempre più difficile comprendere le proporzioni tra incompetenza e pianificazione da parte del governo messicano. Perché è vero che le autorità hanno reagito con colpevole ritardo. Ma è anche vero che i risultati che stanno ottenendo fanno sospettare altre intenzioni. La crisi istituzionale e sociale, assieme a quella crisi economica, rischiava davvero di mettere in ginocchio non tanto la società messicana ma chi pretende governarla. Ed allora, se non è possibile recuperare la legittimità persa sin dall’inizio (grazie alle fraudolente elezioni presidenziali del 2006) e non vi è comunque interesse a farlo, forse risulta più utile il colpo di mano, il terrore lanciato dai microfoni governativi che riesce a fratturare la coesione antigovernativa che si sta, volenti o nolenti, creando nella società messicana. Pare casuale e probabilmente lo è, ma che questa crisi giunga proprio a poche settimane dalle elezioni e giustamente a pochi mesi dal cabalistico anno 2010 (centesimo anniversario della Rivoluzione messicana e duecentesimo dell’Indipendenza) non può impedirci di pensare alla possibilità che questo virus sta offrendo all’attuale classe politica messicana. Il decreto presidenziale che citavamo prima parla chiaro in questo senso.Tempi indefiniti (sino a fine crisi, ovvero, quando?) per le misure eccezionali che tra l’altro permettono alle autorità di entrare in casa di chiunque, di comprare medicinali e strumenti sanitari al di fuori del controllo parlamentare, vaccinare chiunque senza ordine medico e, soprattutto, offrono la possibilità di sciogliere qualsiasi riunione di più di quindici persone.
* giornalista freelance. Vive e lavora a Città del Messico

mercoledì 29 aprile 2009

La Corte di Strasburgo accetta i ricorsi dei respinti dalle frontiere dell’Adriatico

Una speranza per i profughi di Patrasso
La Corte europea dichiara ammissibili i ricorsi contro Italia e Grecia.

La Corte europea per i diritti umani, con sede a Strasburgo, ha ritenuto ammissibili i ricorsi presentati da 35 profughi afghani e sudanesi. Le controparti chiamate in causa per la violazione dei diritti fondamentali di queste persone sono il governo italiano e quello greco. Questi migranti, infatti, si trovano a Patrasso, in Grecia, dove hanno subito detenzioni arbitrarie e violenze e non sono riusciti, come era loro diritto, a inoltrare richiesta di asilo politico. Gli stessi migranti, inoltre, sono tutti accomunati dal fatto di aver tentato di raggiungere l’Italia imbarcandosi dal porto di Patrasso, di nascosto, a bordo dei tir in transito verso le frontiere dell’Adriatico. In qualche modo, anzi, si può dire che l’Italia l’abbiano tutti raggiunta, anche se per poche ore, prima di venire respinti dalla polizia di frontiera, rinchiusi in una cabina attrezzi della stessa nave con la quale erano arrivati. Questi respingimenti sono tutti avvenuti “senza formalità”, non rispettando alcuna delle leggi che dovrebbero regolare il comportamento dei rappresentati dello Stato di fronte alla presenza di persone che richiedono asilo o, in ogni caso, di esseri umani che devono comunque vedersi riconosciuti, in ogni circostanza, i propri diritti fondamentali. Dopo un lungo periodo di silenzio, in cui porti come quello di Venezia sono rimasti zone extraterritoriali all’interno delle quali tutto questo avveniva senza suscitare alcuna reazione, nell’invisibilità, la situazione sembra oggi finalmente cambiata. Il lavoro delle associazioni veneziane della rete Tuttiidirittiumanipertutti, nell’arco di un anno, ha avuto infatti la capacità e la costanza di denunciare costantemente queste prassi, di spingere a riflettere intorno ai dati riferiti dall’autorità portuale, 850 persone respinte nei primi otto mesi del 2008 di contro ai soli 110 migranti incontrati dal Cir nello stesso periodo, interrogandosi su chi fossero questi ’respinti’ e sui loro diritti violati. Quando nel dicembre del 2008 Zaher, un ragazzino afghano di 13 anni è morto schiacciato sotto il tir dentro il quale si era nascosto, la rete ha chiesto a tutti di porsi una domanda sola, che andasse oltre la commozione di un momento: perché un minore in fuga dalla guerra si nascondeva dalla polizia italiana? La risposta veniva da sé: perché la polizia italiana, spesso, respinge i minori in fuga dalla guerra senza neppure chiedere quanti anni abbiano, esattamente come respinge i profughi in cerca di rifugio senza permettere loro di raccontare il motivo della fuga. Eppure, che in Grecia non si debbano più rimandare potenziali richiedenti protezione internazionale, che lì i diritti di queste persone siano calpestati quotidianamente, lo hanno affermato l’Acnur e Amnesty International, Human Rights Watch e Pro Asyl. Di recente, inoltre, persino il rapporto Hammemberg, della Commissione europea, ha denunciato le gravi violazioni greche in materia di asilo e tutela dei migranti. Nonostante questo, i respingimenti, come confermato da attivisti antirazzisti greci e dagli stessi migranti, non si sono fermati: l’unica differenza è stata che a Venezia, dopo le denunce delle associazioni, i convegni, i dibattiti, le manifestazioni, la polizia di frontiera ha smesso di rendere pubblico il quotidiano bollettino di violazione, fino a poco tempo prima accettato da tutti come fosse una cosa normale e perfettamente legale: "oggi respinti al porto tre, cinque, dieci clandestini". Difficile continuare a rilasciare simili dichiarazioni di fronte ad un lavoro di inchiesta e studio giuridico che ha messo a nudo l’illegalità di queste prassi. La rete di associazioni veneziane ha allora compreso che era arrivato il momento di percorrere a ritroso il viaggio delle persone respinte per riuscire a ridare loro un nome e una storia, e la possibilità di difendere i propri diritti. Per questa ragione, nel febbraio del 2009, una delegazione si è recata a Patrasso e, in un clima irrespirabile, nella situazione di estrema difficoltà in cui sono costretti a vivere i profughi che hanno raggiunto quella città, ha raccolto le loro storie, i loro nomi, le loro immagini. Questo lavoro è confluito nei 35 ricorsi che hanno raggiunto qualche giorno dopo la Corte, elaborati e firmati dagli avvocati Alessandra Ballerini e Luca Mandro, grazie anche all’esperienza e alla collaborazione di Fulvio Vassallo Paleologo. Il governo italiano e il governo greco sono ora sotto inchiesta. Qualcuno dovrà rispondere di tutto quello che sta avvenendo in Grecia ai danni di profughi in cerca di asilo, e in Italia quando queste persone, stremate, cercano di chiedere protezione e vengono illegalmente respinte. Tra i ricorrenti ci sono moltissimi minorenni, bambini che hanno attraversato cinque paesi e sono stati detenuti due,tre, quattro volte. Bambini che, come gli adulti che si trovano con loro a Patrasso, rischiano ogni giorno la deportazione verso la Turchia e da lì indietro in Afghanistan, dove li aspetta la violenza fanatica e senza limiti dei Taliban, le persecuzioni del governo karzai che li considera dei traditori perché sono stati avvicinati dai Taliban, o la morte sotto il fuoco occidentale che da anni non abbandona quel paese. Respingere dall’Italia può voler dire respingere direttamente verso la morte o la tortura. Il lavoro di poche persone che hanno creduto di poter cambiare le cose ’dal basso’, che non hanno accettato che tutto questo avvenisse a un passo da loro, ha portato a disvelare una realtà che si voleva lasciare sommersa. Durante l’assemblea cittadina del 31 marzo, lo stesso giorno in cui un editoriale di Gian Antonio Stella denunciava la pratica di questi respingimenti anche ai danni dei bambini, lo stesso sindaco Cacciari ha dichiarato, di fronte alle immagini girate dalla delegazione a Patrasso, che "la situazione al porto di Venezia, come è stato documentato, è chiaramente illegale e fuori controllo". "Servono però risorse per accogliere queste persone", ha poi aggiunto. Ma il diritto alla vita può davvero essere subordinato alla quantità di risorse disponibili? E verso quali obiettivi orientare le risorse è o no un problema prettamente politico? Ci sono diritti inviolabili, imprescrittibili, inalienabili. Pena la rinuncia definitiva ad un mondo occidentale che, dal secondo dopoguerra ad oggi, ha voluto costruire la propria legittimità autoproclamandosi il luogo dei diritti umani e conducendo, in nome di quei diritti, le stesse guerre che oggi stanno portando alle frontiere d’Europa queste persone in cerca di rifugio. La Corte europea ha ritenuto necessario procedere per accertare la verità. È solo l’inizio ma, almeno per oggi, è possibile essere ottimisti.
Alessandra Sciurba

Comunicato della Rete di associazioni veneziane Tuttiidirittiumanipertutti
Da molto tempo ormai la rete di associazioni veneziane Tuttiidirittiumanipertutti denuncia le quotidiane violazioni dei diritti dei migranti e dei potenziali richiedenti asilo politico che arrivano alle frontiere dell’Adriatico in fuga dalla Grecia, paese rispetto al quale l’Acnur e Amnesty International hanno chiesto di sospendere i respingimenti perché la Repubblica ellenica non garantisce in alcun modo il diritto d’asilo.
Le persone che raggiungono il porto di Venezia e gli altri porti dell’Adriatico, quando intercettate dalla polizia di frontiera, vengono il più delle volte respinte senza formalità, non ricevono un provvedimento argomentato, scritto e tradotto, non incontrano un avvocato né personale civile, vengono chiusi in una cabina sprovvista di bagno a bordo della stessa nave sulla quale si erano nascosti per cercare di raggiungere l’Italia e fare richiesta di asilo, diritto fondamentale che viene in tal modo negato in dispregio della normativa nazionale, internazionale e comunitaria.
Queste persone, come dimostrano le cifre ufficiali dei respingimenti fornite dalla stessa autorità portuale, vengono così rimandate in Grecia per essere soggette ad altre arbitrarie detenzioni e trattamenti inumani e degradanti. Di loro non resta traccia scritta e documentata. La maggior parte di questi migranti proviene dall’Afghanistan ed è in fuga dalla guerra e dalle persecuzioni talebane. Moltissimi di loro sono minorenni, come lo era Zaher, il ragazzino morto a Mestre nel dicembre dell’anno scorso cercando proprio di eludere quei controlli di frontiera che avrebbero potuto rispedirlo indietro violando i suoi diritti fondamentali.
Per permettere a queste persone di uscire dall’invisibilità e poter denunciare quanto avviene loro, una delegazione della rete si è recata a Patrasso nel febbraio del 2009. Lì abbiamo trovato una situazione disperata, ampiamente documentata dalle immagini che abbiamo proiettato nell’assemblea cittadina “Fronte del Porto” tenutasi a Mestre, alla presenza del sindaco Cacciari, lo scorso 31 Marzo.
A Patrasso, abbiamo raccolto le storie di tante persone respinte da Venezia e dagli altri porti italiani, le abbiamo informate dei loro diritti e degli strumenti giuridici a loro disposizione. Il risultato di questo lavoro è stato il fatto che la Corte europea dei diritti umani con sede a Strasburgo ha ritenuto ammissibili i ricorsi individuali dei 35 migranti che li hanno presentati, moltissimi di loro minorenni, ed è quindi adesso pendente un procedimento che vede come controparti il governo italiano e il governo greco rispetto alle violazioni dei diritti fondamentali denunciate da questi migranti.
Questo è un passo importantissimo verso la possibilità reale che si ripristini la legalità e il rispetto dei diritti alla frontiera del porto di Venezia, dove vige una situazione che lo stesso sindaco Cacciari, sostenendo le denunce della nostra rete, ha definito fuori controllo e lesiva dei diritti umani fondamentali delle persone.

Delegazione medica italiana bloccata al valico di Erez (Israele-Gaza)

In data 27 aprile 2009, una delegazione umanitaria costituente la Missione :” Gaza: ricostruire la speranza. Progetti per un’economia di Pace”, organizzata congiuntamente da un coordinamento formato da ONG Crocevia e Re.Co.Sol. , composta da un chirurgo, un medico oftalmologo, un giornalista, difensori dei diritti umani e rappresentanti delle Municipalità italiane si è vista negare l’ingresso nella Striscia di Gaza al valico di Erez.
La motivazione del diniego è stata che…. Il permesso veniva negato. Tale atteggiamento risulta ancor più inopinato se si considera che la richiesta di accesso era stata regolarmente inoltrata alle autorità competenti, nei tempi dovuti, come coordinamento.

Vittorio Arrigoni racconta Gaza

martedì 28 aprile 2009

Aggiornamento riassunto Messico influenza suina e terremoto a Guerrero

di Fabrizio Lorusso
Messico: i morti sono 149 con tendenza al rialzo, ma quelli accertati per la SUINA sono 22 o poco più a seconda della fonte. L’influenza è causata da un virus mix tra suina, aviaria e umana ed è controllabile se presa in tempo. Il periodo di incubazione è di massimo una settimana. A Santo Domingo e altre zone dell’America Latina i casi sono zero o molto limitati. Gli epicentri sono quindi il Messico, che a mio parere resta abbastanza sicuro per viaggiare ma è un’opinione personale, e gli Stati Uniti, ma la diffusione è chiaramente globale. A Mexico DF i ristoranti saranno chiusi da oggi per un pò e le scuole lo sono già in tutto il paese fino al 6 maggio (pubbliche e private). Intanto grazie a questo scherzetto della febbre suina o influenza suina aviaria che dir si voglia i consumi di carne suina sono calati dell’80% anche se la carne non provoca contagi !!
La borsa ha perso il 3,3% e il dollaro che stava scendendo rispetto al peso, quotato intorno ai 13 pesos per un dollaro, è ora tornato a 14 per il piacere di molti. A Città del Messico i supermercati, che restano comunque aperti, sono stati presi d’assalto con evidenti benefici nelle vendite per wal-mart, superama, soriana, comercial mexicana, bodega ecc. che hanno svuotato i loro scaffali grazie al panico generalizzato e le voci di una loro probabile chiusura a breve. Il terremoto di ieri (fenomeno molto comune in Messico, sempre…) ha fatto oscillare molti grattacieli della capitale messicana ma mentre a Città del Messico la gente usciva per le strade con le mascherine (ma sempre meno dicono…) a Guerrero, lo stato di Acapulco, ci sono stati i veri danni e due morti con una scossa del 5,7 scala Richter. Il livello di allerta o allarme dell’OMS per il Messico è salito da 3 a 4 con rischio pandemia. Il TG della RAI di ieri sera (quello trasmesso da Rai international, se non sbaglio il TG1) è molto impreciso e allarmista. Non è che non vi siano pericoli al 100%, però le cifre e i dati sono davvero sparati a caso, senza sbagliare ma senza chiarire nulla. Spero che il post aiuti.

I carrarmati israeliani invadono la zona sud della Striscia di Gaza.

Questa mattina, una forza speciale israeliana appoggiata da carrarmati, ha invaso la zona est di al-Qarara, a est di Khan Yunes, nel sud della Striscia di Gaza, e ha sparato all’impazzata contro le case.
Testimoni oculari hanno confermato che la forza d'invasione è avanzata dalla postazione militare di Kissofim verso al-Qarara, vicino alla barriera di frontiera. In tutta l'area si sono udite detonazioni e spari tra la resistenza e la forza israeliana penetrata.
Anche i militari israeliani appostati sulle torrette militari nella postazione di Kissofim hanno aperto il fuoco contro le case dei cittadini ad est di Khan Yunes. Non ci sono informazioni di vittime tra i cittadini.
I massicci spari israeliani hanno seminato il terrore tra gli abitanti della zona, in particolare tra i bambini e le donne.
Anche le navi militari israeliane hanno bombardato i pescherecci palestinesi nel mare sulla riva di Khan Yunes.
da Infopal

Ecuador - Correa rieletto al primo turno

Scontata la vittoria di Correa alle elezioni. Dietro i dati emergono però alcune contraddizioni che riguardano la zona andina e la zona amazzonica. In particolare in queste zone il candidato Lucio Gutierez avanza pur restando intorno al 20 %. Si tratta dell’ex Presidente, che nel 2005, dopo l’appoggio avuto alla sua elezione da parte del movimento indigeno, era stato scacciato dal paese. Da allora nel paese si era aperto il processo che ha portato alla vittoria di Correa e alla nascita di Alleanza Pais. Negli ultimi due anni Alleanza Pais ha avuto non poche contraddizioni soprattutto sulle questioni ambientali ed in particolare nel dicembre scorso l’approvazione della legge mineraria ha visto una forte critica del movimento indigeno e delle organizzazioni ambientaliste alla politica sviluppista di Correa. E’ in questo spazio di contraddizione che si può comprendere l’aumento del voto a Gutierezz in alcune zone specifiche. Anche in Amazzonia si è registrato un aumento dei voti per Gutierez. Questo dato va letto in considerazione del fatto che siamo di fronte a zone in cui permane una visione paternalista della politica, che ancora una volta ha giocato un ruolo importante. Un discorso diverso vale per la città di Quito dove Allaenza Pais ha incassato l’appoggio cittadino. Per cui si può dire che in alcune zone il voto per Gutierez ha interpretato la non volontà di appoggiare il Presidente Correa in maniera non certo lineare se si pensa alla storia di questo candidato. Abbiamo raggiunto Paola Colleoni a Quito per andare oltre la notizia e leggere cosa è avvenuto dietro il voto in Ecuador.
Ascolta l’intervista con Paola Colleoni, in collegamento dall’Ecuador [ audio ]

lunedì 27 aprile 2009

Città del Messico, cittadinanza in quarantena

Sembra fatto apposta. Quando l’anno scorso si cominciò a parlare di crisi finanziaria e si cominciavano a intravedere i segni dell’attuale crisi economica, il governo messicano, attraverso il suo ministro delle finanze, parlava “di un leggero catarro” per l’economia nazionale. Qualche mese dopo, smentito dai fatti - mezzo milione di disoccupati negli ultimi due mesi del 2008 -, il governo dovette correggersi: “questa è una polmonite”. La metafora, già di per sé un po’ sfortunata, sembra in questi giorni aver riscosso il prezzo dell’abuso verbale. Dal mese d’ottobre scorso, il sistema sanitario affronta il problema del virus influenzale. Un virus poco conosciuto in questo paese, per ovvie ragioni latitudinali. Ma da ottobre, ovvero da oltre sei mesi, il sistema sanitario non riesce a contenere il problema. E mentre nella società si promuoveva la dubbia pratica delle vaccinazioni antinfluenzali, negli ospedali gli stessi operatori sanitari si ammalavano. Ed alcuni morivano. È il caso di due studenti all’ultimo anno di praticantato presso l’ospedale Juarez della capitale messicana. Poi il 24 aprile, giornata che sarà ricordata, non solo per l’annuncio senza precedenti della sospensione delle lezioni scolastiche di tutti i livelli, ma anche per lo scoppio di questa che ha ormai assunto i contorni di un’altra, ennesima, crisi. Se ne parlava ancora poco quella sera dell’influenza. E tornato a casa, incontravo la mia compagna che è dottoressa. Mi raccontava delle morti (20, solo presso l’Istituto Nazionale di Malattie Respiratorie) e mi descriveva il livello di panico crescente tra i colleghi. La bruttissima sensazione di essere abbandonati, la negazione da parte delle autorità di somministrare i vaccini, il rifiuto di offrire le minime misure di profilassi. Ne parlavamo con stupore e un certo fastidio. E pensavamo a come denunciare la situazione: migliaia di studenti e medici ed infermieri (oltre agli stessi pazienti) esposti perché il governo negava l’emergenza sanitaria. E poi la sorpresa. Alle undici di sera, in catena nazionale, quando ormai tantissimi stanno già dormendo (a Città del Messico, le scuole cominciano alle sette di mattina e molti si svegliano addirittura alla cinque), il Ministro della Salute del Governo federale annunciava la sospensione delle lezioni a tutti i livelli e in tutta l’area metropolitana. Il panico ci ha messo poco a spargersi. La mattina seguente i mezzi di comunicazione hanno cominciato il loro lavoro d’informazione e disinformazione. Perché in effetti sino ad oggi sono poche le informazioni reali e attendibili sui reali effetti di questo nuovo virus. Al contrario, si diffondono quasi con eccesso consigli ed avvertenze. Si consiglia di tapparsi la bocca e di lavarsi le mani con certa frequenza. Si consiglia di evitare abbracci, strette di mano e baci (anche solo sulle guance), così comuni nelle relazioni interpersonali tra messicani. Si avverte che il virus è trasmissibile con estrema facilità. Si avverte che, per decreto presidenziale, i membri del Ministero della Salute potranno, tra le altre cose, entrare in casa di chiunque se questo dovesse servire a prevenire il contagio; potranno iniettare qualsiasi medicina considerata pertinente a chiunque giudichino a rischio; potranno, con l’aiuto delle forze dell’ordine, sgomberare qualsiasi riunione considerata a rischio: locali e discoteche, ristoranti, chiese, teatri e cinema, centri culturali. Ma anche qualsiasi manifestazione politica sarà sostanzialmente proibita. La cosa curiosa è che la sospensione delle attività scolastiche durerà sino al prossimo 6 maggio, mentre il decreto citato ha una durata “indefinita”. E intanto, l’esercito messicano è nelle strade della capitale: solo a distribuire mascherine, per ora. Stato d’eccezione per un’influenza d’eccezione. Domenica mattina la città appare spettrale. Già la sera precedente, sabato, si poteva notare l’assenza delle solite masse di giovani e meno giovani che affollavano i locali, che occupavano le piazze. Ma la domenica, classica giornata dedicata alla famiglia, alla fede ed al riposo, magari fuori porta, magari con una passeggiata in centro, la situazione appare davvero surreale. Pochi per strada, spostamenti ridotti al minimo. Ospedali e cliniche e farmacie affollatissime. Anche i mercati sono presi d’assalto da coloro che pensano che passeranno la settimana chiusi in casa. Eppure le misure adottate dai governi, quello locale e quello nazionale, cominciano a sembrare sempre più contraddittorie. Così come le informazioni che si trasmettono. Si dice, per esempio, che il virus sia una mescola tra virus umano e suino. E, soprattutto, che sia un virus sinora sconosciuto a livello mondiale. Eppure si dice che le persone vaccinate nei mesi scorsi sono al riparo. Così come che ci sarebbero le medicine sufficienti a curare tutti i casi. Allo stesso modo, si riconoscono sinora 20 morti accertate a causa di questo temibile virus. Gli altri casi è impossibile verificarli, perché in Messico non esistono gli strumenti per identificare il malefico virus. Domenica scorsa, il governo ha annunciato che entro tre giorni vi saranno in Messico gli strumenti menzionati. Ovvero solo 6 giorni dopo lo scoppio dell’emergenza. Dieci giorni di stop assoluto a tutte le attività ludiche e di divertimento. Così come delle attività scolastiche. Ma da lunedì 27 aprile si ricomincia a lavorare. È curioso infatti che seppure il Ministro della Salute riconosce che la fascia d’età più colpita dalla malattia sia quella che va dai 20 ai 50 anni, si lascino a casa praticamente tutti i minori di 20 anni, e gli altri a lavorare. Allo stesso modo risulta strano osservare gli aerei sorvolare la città con la normale continuità. Il turismo è sacro per il Messico e la sua economia e quindi nulla si fa per controllare l’entrata e l’uscita dalla città. Gli altri paesi possono aspettare si potrebbe dire, non senza un certo senso di egoismo patriottico. Ma gli altri stati del paese? Mi telefona un amico, da Oaxaca (città dove si dice che tutto sarebbe iniziato). Son già morte due persone da queste parti, mi racconta. Lui è maestro e mi chiede cosa fare: andare a lezione o no? Perché nella capitale è tutto sospeso e altrove no? Gli rispondo che se non se la sentissero, lui e i colleghi dovrebbero disobbedire. Ma disobbedire, a cosa? Lo vedremo nei prossimi giorni, giacché il governo si è rifiutato di fermare ogni attività produttiva ed economica. Certo, ha chiesto alle organizzazioni imprenditoriali di tollerare eventuali ritardi e assenze del personale. Ma questo personale andrà a lavorare? Non sarà sufficiente la paura a lasciarli a casa? Forse quella no, ma 30.000 madri sicuramente ci penseranno, dato che altrettanti bambini non potranno andare né a scuola né agli asili nido. L’effetto biopolitico dell’attuale crisi sanitaria è travolgente. Non è solo la paura generalizzata, il sospetto costante che ti obbliga a guardare di traverso chiunque accenni un colpo di tosse. Non è solamente l’azzeramento di ogni specie e genere di socialità in questa capitale famosa per la sua capacità allegra di convivere. È anche altro. Alcuni dicono che a differenza della violenza del narcotraffico - altro elemento di psicosi sociale di questi ultimi mesi -, che generalmente coinvolge solo chi ne ha a che fare, l’attuale crisi potenzialmente colpisce tutti. In modo assolutamente trasversale, apolitico e agnostico. E quindi le tentazioni sono molte. Non solo quella di chiudersi in casa e rifiutare ogni contatto con il prossimo, ma anche quello della fuga. Via, via da questa città impestata. Magari fuori dal paese. In maggio dovrebbe cominciare ufficialmente la campagna elettorale per le elezioni federali del prossimo 5 luglio (si rinnova metà Congresso federale), e si è già istruito i partiti affinché non realizzino iniziative massive di proselitismo. Figuriamoci la manifestazione del primo maggio, sospesa. Scontato invece il richiamo all’unità nazionale e tutti, per ora, sembrano accodarsi. La paura purtroppo si giustifica. Non è tanto il timore di ammalarsi, ma piuttosto quello di non essere curato. Se accettiamo che i medicinali attuali non servono e che vaccini non esistono, allora ci si domanda ‘cosa farò se mi ammalo?’. Le voci son tante ed anche troppe. Si dice, per esempio, che son molti di più i morti di quelli dichiarati. Che molti medici stiano dicendo ai parenti dei defunti di dichiarare altre cause della morte. Che molti medici stiano ricevendo minacce da parte di qualcuno perché non rilascino dichiarazioni alla stampa. E il sospetto, non verso il prossimo ma anche verso il governo, s’impadronisce della quotidianità. Insomma, c’è il sospetto che più che oltre l’epidemia d’influenza, vi sia anche un’importante epidemia di bugie.
Matteo Dean, giornalista freelance
Articolo pubblicato sul blog http://www.matteodean.blogspot.com/

Hakkari - Un bambino ucciso e uno picchiato brutalmente

Ancora bestialità da parte delle forze di sicurezza turche: ad Hakkari un bambino è morto precipitando in un dirupo a causa dei gas lacrimogeni sparati dalla polizia per disperdere un corteo di protesta contro gli ultimi arresti nel Dtp. Sempre ad Hakkari un ragazzino di 14 anni è stato brutalmente picchiato con il calcio del fucile da un agente delle forze di sicurezza.

Messico - Un fine settimana tra paure e incertezze

Inizia con brevi agenzie di stampa, intorno a venerdì 23 aprile, a circolare in tutto il paese la notizia che dietro la morte di una ventina di persone ci sarebbe qualcosa di strano. Le prime dichiarazioni ufficiali si affrettano a minimizzare la notizia affermando che non si può parlare di una epidemia.
Alla fine della giornata le agenzie di stampa battono la notizia della decisione, come mezzo preventivo di fronte all’epidemia di influenza, del Governo Federale di sospendere le attività scolastiche in tutta l’area urbana dello stato del Messico.
Di fronte all’alternarsi di rassicurazioni e preoccupazioni, accompagnate da una generale disinformazione puntuale, giustamente i messicani iniziano a domandarsi qual sia l’entità e la gravità della situazione. Vai all’editoriale della Jornada
Nel fine settimana le notizie si accavallano. Dopo vari tentennamenti le autorità riconoscono che è in corso un epidemia di influenza nella quale si identifica un nuovo virus proveniente dai maiali ma ora in grado di passare il contagio tra uomo e uomo.
Le autorità confermano il crescere del numero dei morti e parlano della necessità di imporre lo “stato d’emergenza” per 10 giorni.
L’allarme si sposta con la dichiarazione dell’Organizzazione della sanità a livello internazionale. Mentre la popolazione si chiude in casa il Governo vara una seri di misure che danno alla Ssa (Secretaría de Salud ) delle facoltà straordinarie che includono la facoltà di isolare persone infette o presunti portatori, di entrare in ogni tipo di locale o abitazione on il fine di controllare l’epidemia e di ispezionare i potenziali portatori del virus. Vedi le misure del governo
Il modo nel quale il Governo Calderon tratta tutta la vicenda non convince. Iniziano ad essere sempre maggiori le domande di chiarezza e trasparenza sulla situazione come si evidenzia nell’editoriale della Jornada di domenica 26 aprile.
Dopo un fine settimana di paura e apprensione il Messico si appresta ad iniziare la nuova settimana con più dubbi e domande che non certezze sulla nuova emergenza che tocca un paese già devastato dalla crisi economica, dove conflitti e contraddizioni sociali si fanno sempre più evidenti ed in cui la militarizzazione dell’intera società dentro la dimensione della cosiddetta “guerra al narcotraffico” è sempre più pesante.
Vedi gli aggiornamenti in tempo reale in La Jornada

domenica 26 aprile 2009

Bil’in, Cisgiordania - Un normale venerdì di resistenza, al di qua del muro

E’ venerdì a Bil’in. E come ogni venerdì gli abitanti del villaggio partono in corteo verso il muro costruito da Israele. Oggi sono più di duecento tra palestinesi, israeliani e internazionali a spingersi con passo deciso contro quella barriera. E’ passata solo una settimana, infatti, dalla uccisione del trentunenne Basem Abu Rahme. Venerdì scorso, appunto, durante una manifestazione analoga, per mano dell’esercito israeliano. E’ importante oggi essere in tanti. In memoria di Basem. E’ un corteo non violento. Per meglio dire è un corteo contro la violenza dell’esercito israeliano.
Parte immediata una pioggia di lacrimogeni. Saranno quindici alla fine di questa lunga giornata le persone ferite: alcune hanno perso conoscenza per i gas. Altre sono state colpite dai candelotti.
L’esercito israeliano fa sfoggio in queste occasioni di armi non convenzionali: oggi ha sperimentato una sorta di sirena assordante, come una bomba acustica che infastidisce da far male. Poi, ad un certo punto il lancio di una vera e propria pioggia di lacrimogeni: vengono sparati in aria contemporaneamente ottanta candelotti che circondano tutti i manifestanti.
Un giovane palestinese viene arrestato. Restano tutti lì davanti all’esercito. Le donne in prima fila e non arretrano di un passo fino al suo rilascio. Un corteo lunghissimo oggi, interminabile, estenuante e duro.
E’ un venerdì qualunque nei villaggi attorno a Ramallah, da oltre quattro anni.

Alcune riflessioni con Riccardo Carraro, Servizio Civile Internazionale, che si trova a Bil’in in questi giorni a conclusione della manifestazione venerdì 24 aprile.
- [ audio ]


Link
http://www.bilin-village.org/italiano/

sabato 25 aprile 2009

Francia - Conflitti sociali verso il 1° maggio

Continental, Caterpillar, Molex saranno in prima fila nel corteo del primo maggio, una giornata che ha perso ogni connotazione simbolica e che ripropone con forza la questione della crisi e del lavoro sul tavolo del governo, dei padroni dell’industria e delle imprese, ma anche su quello della confederazione sindacale. Il conflitto in queste tre fabbriche ha mobilitato l’insieme del ’cartello’ sindacale, gli otto sindacati che avevano previsto una primavera "movimentata" alla luce della serie di vertenze in corso nel mondo del lavoro salariato.
Le mobilitazioni dei lavoratori, in particolare quella della fabbrica di pneumatici Continental, hanno costretto i rappresentanti sindacali a dialogare diversamente, posti di fronte all’attacco della prefettura di Compiègne, al sequestro dei dirigenti delle multinazionali Sony e Conforama, alle occupazioni intermittenti o permanenti dei siti di produzione, hanno dovuto fare una revisione del "dialogo sociale" proposto dal governo Sarkozy. Il primo ministro ha lodato il "senso di responsabilità" dimostrato dai sindacati che si sono ritrovati a fare da ammortizzatori del conflitto sociale in un clima rovente e teso.
Ma i sindacati però sono consapevoli che in tempo di crisi patologica dell’economia mondiale non possono conservare il ruolo di mediatori all’infinito; dai sequestri in poi, si sono interposti tra i dirigenti e la ’loro’ base esasperata che, prima di chiudere il rappresentante-capo dell’impresa e gettare via la chiave, ha sempre voluto fare i conti con i propri rappresentanti.
Prima, le mediazioni erano gestite tradizionalmente con i ricorsi amministrativi presentati dai comitati d’impresa e vari tentativi di soluzione vertenziali ma ora, da qualche mese, di fronte all’intransigenza dei padroni, il sindacato si volge verso la ’sua’ base in cerca di vie di uscita. Come questo avviene è di dominio pubblico attraverso la cronaca più che attraverso la pagina economica ma questo vuole anche dire che di fronte ad una forma di autonomia sempre più marcata dei lavoratori salariati, il ruolo di rappresentanza è un ruolo difficile, come è accaduto a Grenoble dove l’assemblea generale dei lavoratori ha rimesso in causa l’accordo concluso a Parigi dai sindacati con la direzione di Caterpillar.
Un sindacalista della CGT (Confédération Générale du Travail) rappresentante dei lavoratori di Continental che hanno dato l’assalto alla prefettura, dice che "dopo cinque settimane, non ce l’ha più fatta a frenarli".
Altri sindacalisti, in particolare quelli del settore siderurgico che produce licenziamenti a catena, sottolinea l’aspetto umano e la dimensione di vita stravolta delle persone "che non hanno più niente", che hanno perso il lavoro. Quasi all’unisono, esprimono il disagio del lavoro di sindacalista che oggi consiste esclusivamente nell’evitare il peggio: le azioni ora sono interventi per "capire, canalizzare, calmare, sfinirsi a cercare soluzioni" per il grande corpo malato, il mondo del lavoro. Le imprese tentano invece di usare la via giudiziaria per rompere il rapporto tra sindacati e lavoratori come è accaduto con Continental e Caterpillar dove la direzione a confronto diretto con radicalità del conflitto ha denunciato i rappresentanti sindacali per rivendicare la legittimità delle dicisioni adottate dall’impresa. E si chiama a rapporto lo Stato che viene interpellato dagli imprenditori per "favorire la mediazione" ad incremento degli investimenti. Convinti che "le violenze e le occupazioni" compromettano il futuro del mercato più che la chiusura stessa delle aziende, i dirigenti si appellano a prefetti e ministri, i quali rispondono assicurando che identificheranno "la piccola minoranza di provocatori", trecento lavoratori "individuati" che saranno denunciati per devastazione e saccheggio.
Gli stessi rappresentati sindacali di Continental di fronte alla riduzione massiccia dei posti di lavoro e alla destabilizzazione generalizzata del settore industriale si rivolgono a giovani e vecchie generazioni di lavoratori dichiarando apertamente la fine di un ciclo e dei meccanismi che hanno permesso di gestire la crisi sociale che questo ciclo ha prodotto, come il lavoro interinale, i contratti a termine e la disoccupazione parcellizzata.
Oggi, operai francesi e tedeschi minacciati di licenziamento manifestano insieme ad Hannover, sede dell’impresa e dell’appuntamento degli azionisti di Continental.

Marina Nebbiolo

venerdì 24 aprile 2009

La memoria contro il muro - Naalin, prove di convivenza e resistenza

Un museo dell’Olocausto inaugurato in uno dei villaggi simbolo della lotta non violenta contro l’occupazione. I palestinesi riflettono sulle sofferenze passate del «nemico» e aspettano che gli israeliani facciano altrettanto.
Naalin era un nome sconosciuto al resto del mondo. Poi, circa un anno fa, questo villaggio palestinese a venti chilometri da Ramallah, a ridosso della Linea verde tra la Cisgiordania e Israele, fece la sua improvvisa apparizione sulle pagine dei giornali. I suoi 4.700 abitanti, assieme ad attivisti internazionali e ad alcune decine di anarchici israeliani, iniziarono una campagna di manifestazioni non violente per fermare la costruzione del muro di separazione sulle loro terre. Una battaglia simile a quella del non lontano villaggio di Bilin dove ieri si è aperta la Conferenza annuale sulla resistenza popolare e pacifica. Martedì Naalin è tornato a far titolo, quando, in occasione delle commemorazioni per la giornata della memoria dell’Olocausto, il sindaco Ayman Nafaa ha inaugurato il primo museo della Shoah nei Territori occupati, in un edificio a poche decine di metri dalla casa dove un tempo viveva Ahmad Musa, 10 anni, ucciso dai colpi sparati dall’esercito israeliano durante una manifestazione di protesta contro il muro. Stessa sorte toccata a un altro bambino di Naalin, Yusef Amira, 11 anni. «Più precisamente si tratta di una mostra di fotografie dell’Olocausto che rimarrà aperta per qualche mese, non sappiamo ancora se diventerà un museo vero e proprio», ci spiega Hassan Musa, uno dei promotori del progetto e zio di Ahmad Musa. Le foto, con didascalie in lingua araba, mostrano campi di concentramento, corpi ammassati, volti di bambini paralizzati dalla paura, adulti seminudi o con le uniformi con la stella gialla imposta dai nazisti agli ebrei. Sui tavoli sono disponibili libri e documenti sull’Olocausto. Ma non mancano anche immagini dell’occupazione israeliana, delle confische delle terre palestinesi, di giovani arrestati, della gente di Naalin impegnata nella sua lotta contro il muro. «Non abbiamo voluto mettere sullo stesso piano l’occupazione (israeliana) e la Shoah ma esprimere la nostra condanna di qualsiasi forma di brutale aggressione all’essere umano - aggiunge Hassan Musa -. Penso che sia importante che gli abitanti di Naalin e tutti i palestinesi conoscano cosa è accaduto al popolo ebraico durante il nazismo, così come è importante che gli israeliani comprendano che non possono negarci i nostri diritti e continuare a occupare la nostra terra». L’esibizione non è affollata ma non mancano i visitatori, in maggioranza giovani. Alcuni, oltre a guardare le foto, leggono con attenzione i documenti disponibili. «Con questa mostra - conclude Musa - Naalin si rivolge anche al resto del mondo e chiede: fino a quando i palestinesi dovranno attendere per realizzare i loro diritti? Abbiamo sofferto abbastanza». Jonatan Pollack, uno dei leader dei «Anarchici contro il muro» e tra gli israeliani più presenti alla battaglia di Naalin contro la barriera, considera la mostra «una scelta molto coraggiosa». «Questo villaggio - dice - soffre l’ingiustizia israeliana, si è visto confiscare 270 ettari di terre coltivabili che finiranno alle colonie ebraiche circostanti, verrà circondato da tre lati, i suoi abitanti verranno costantemente controllati da un posto di blocco militare e non dimentichiamo che Naalin ha avuto due bambini uccisi e un giovane (Ashraf Abu Rahma) ferito a sangue freddo ad una gamba da un poliziotto israeliano». «Eppure - prosegue Pollack - la gente di Naalin dimostra un’eccezionale capacità di voler comprendere la sofferenza subita in passato dal popolo che oggi manda i bulldozer ad occupare le sue terre e a costruire il muro. Naalin sta dicendo agli israeliani: smettetela con la repressione e l’occupazione, la memoria dell’Olocausto serve per lottare affinché la giustizia prevalga ovunque, a favore di tutti, nessuno escluso». L’avvocato Khaled Mahamid, un palestinese con cittadinanza israeliana residente a Umm al Fahem (Galilea) - dove qualche settimana fa si è svolta una marcia di un centinaio di coloni ed estremisti di destra che ha causato tafferugli e diversi feriti - è stato il principale promotore della mostra sull’Olocausto a Naalin. Quattro anni fa divenne noto per aver aperto un museo della Shoah nella sua città. Mahamid è convinto che una maggiore comprensione del significato della Shoah può contribuire ad avvicinare le due parti, così come una maggiore consapevolezza da parte degli israeliani della Nakba (Catastrofe) - il termine con cui i palestinesi indicano la perdita della loro terra nel 1948 e l’inizio dell’esilio per circa 800mila uomini, donne e bambini, fuggiti o cacciati dagli israeliani (oggi i profughi sono quasi quattro milioni e continuano a vedersi negato il diritto al ritorno sancito da una risoluzione dell’Onu, la 194) - favorirebbe il raggiungimento della pace tra i due popoli. «Nei mesi scorsi ho incontrato il sindaco di Naalin, gli ho parlato dell’Olocausto e gli ho spiegato il trauma profondo che ogni ebreo si porta dentro da quando i nazisti hanno attuato lo sterminio - ha raccontato Mahamid al sito israeliano Ynet - Il sindaco non sapeva che sei milioni di ebrei sono morti nell’Olocausto e ha chiesto spiegazioni. Subito dopo ad entrambi è venuta l’idea di aprire un museo della Shoah nel villaggio». Ad aiutare l’avvocato di Umm el Fahem è stata la direzione del memoriale dell’Olocausto «Yad Vashem» di Gerusalemme che ha messo a disposizione foto e materiali in lingua araba. La mostra sulla Shoah tuttavia lascia perplessa una parte consistente degli abitanti di Naalin, ai quali l’iniziativa appare una sorta di «concessione» agli israeliani, destinata a non produrre risultati apprezzabili sul terreno mentre le politiche dell’occupazione proseguono e tante abitanti hanno perduto il lavoro e i mezzi per sostenere le proprie famiglie a causa della confisca dei terreni coltivabili. «Non sono contrario all’approfondimento dell’Olocausto da parte palestinese ma mi domando se tutto ciò favorirà davvero la comprensione tra i due popoli e, soprattutto, aiuterà a porre fine all’occupazione israeliana della nostra terra», spiega Hindi Mesleh, uno dei leader della lotta non violenta contro il muro. «C’è anche una questione di principio da tenere presente - aggiunge - la nostra indipendenza, il nostro diritto ad essere liberi, non possono essere collegati ad un riconoscimento palestinese dell’Olocausto che peraltro c’è, già esiste. Sono questioni nettamente distinte. I palestinesi non devono ignorare la Shoah ma, non dimentichiamolo, gli europei hanno storicamente perseguitato il popolo ebraico e i nazisti tedeschi hanno sterminato sei milioni di ebrei». Jonatan Pollack da parte sua lancia un messaggio alla popolazione israeliana che definisce «in gran parte cieca e sorda alla condizione palestinese». «Cogliamo il magnifico esempio di Naalin e - propone - studiamo la Nakba, dobbiamo capire, finalmente, che cosa ha significato per i palestinesi il 1948. E soprattutto mettiamo fine all’ingiustizia e all’occupazione». La gente di Naalin intanto attende un «primo segnale» dalla Corte Suprema israeliana alla quale ha chiesto - attraverso l’organizzazione per i diritti umani Yesh Din - di ordinare la restituzione di 13 ettari di terra del villaggio, dichiarati area chiusa dell’esercito all’inizio della seconda Intifada (2000) e trasformati in un parco dai coloni di Modiin Illit.
Michele Giorgio

Cisgiordania, Naalin - Incontro con il Comitato Direttivo

Siamo arrivati a Naalin, a pochi chilometri da Ramallah. Da quattro anni a questa parte gli abitanti del villaggio stanno portando avanti la loro battaglia contro il muro costruito dal governo israeliano. Una battaglia che di venerdì in venerdì ha costruito una eco straordinaria facendo di questo e degli altri villaggi vicini un simbolo della resistenza contro l’occupazione e la repressione israeliana.
Vi proponiamo alcune delle riflessioni emerse durante l’incontro.

Che fase si sta vivendo a Naalin?
E’ una fase molto difficile per Naalin perchè qui non ci stiamo opponendo solo all’occupazione ma anche al muro. Siamo contrari all’occupazione per svariati motivi. Naalin è una città industriale, ci sono cinque fabbriche di succhi di frutta, della CocaCola e di raffinazione del petrolio che lavorano per tutta la West Bank e una volta che la città verrà completamente circondata dal muro e verrà costruito il tunnel d’accesso queste fabbriche non potranno più operare e i proprietari le chiuderanno. Questo è evidentemente un meccanismo di punizione della popolazione che va ben al di là del fatto fisico del muro e che comporta un’altra serie di ricadute sociali ed economiche che toccano la vita di ogni palestinese. Questa punizione è la risposta alla resistenza della città di Naalin alla costruzione del muro.

Cosa rende Naalin così forte, così particolare nella sua resistenza?
Tutti al mondo sanno dell’esistenza di una forte divisione fra Fatah e Hamas, ma qui a Naalin il Comitato Direttivo è composto da quattro partiti (Hamas, Fatah, Fronte Popolare e ....) e tutti condividono la stessa strategia di opposizione all’occupazione e alla costruzione del muro. Sappiamo tutti quale è la strategia di Hamas - la lotta armata - , e allo stesso modo conosciamo quella di Fatah - i negoziati -, ma qui a Nilin la strategia è comune ed è quella di proseguire con le mobilitazioni e con le proteste di tipo non-violento. Tutti qui a Naalin utilizzano la parola non-violenza, e condividono il ragionamento che sta dietro questo concetto all’interno del Comitato Direttivo.

Qual è la situazione delle proteste, quali le ricadute sulla popolazione e sulla libertà?
Negli ultimi nove mesi gli Israeliani hanno ucciso quattro bambini e ferito seicento persone. Hanno arrestato sessantatre persone, tutti adolescenti. La strategia è quella di punire non solo gli arrestati ma tutta la loro famiglia. Infatti per chiunque venga arrestato - o anche ucciso - la famiglia è costretta a pagare una cauzione, o nel secondo caso una multa. Per il rilascio di una persona si arriva a dover pagare fino a 12.000 scechel (più di 2500 euro) e all’intera famiglia viene in seguito negato l’ingresso in Israele. La repressione non colpisce solo gli abitanti di Naalin ma tutte le persone che si uniscono alle manifestazioni. Negli ultimi mesi sono stati feriti e arrestati molti israeliani e internazionali che hanno partecipato alle manifestazioni contro il muro che si svolgono ogni venerdì. Un italiano e un gruppo di francesi sono stati arrestai ed espulsi dal paese. Un ragazzo con passaporto americano/israeliano è stato per dieci giorni a Naalin partecipando alle manifestazioni. Alla fine di una di queste, quando il corteo si era già sciolto, i soldati israeliani sono entrati nel paese sparando lacrimogeni e lui è stato colpito in testa. Un attivista canadese è stato espulso per dieci anni dal paese.

In questo periodo segnato da una repressione forte e da atti - come quello dell’attacco a Gaza di inizio anno - di profonda violenza che ragionamento è in atto rispetto alla pratica non-violenta?
In questo momento è difficile mantenere come unica strategia quella della non-violenza, soprattutto per la repressione che c’è stata. Sicuramente Mustapha Barghouti è una delle personalità che sta sostenendo questa tipologia di opposizione, favorendo il fatto che questa diventi comune a tutti i territori palestinesi. E’ evidenti che ancora di più in questo momento è importante la presenza di internazionali a Naalin. Tale presenza da forza agli studenti, alle donne e a tutti gli abitanti del paese facendo capire a loro che quello che stanno facendo ha significato e ha la possibilità di essere comunicato a tutta la comunità internazionale. Questo per permettere di rendere ancora più chiara a tutti la strategia di Israele e la situazione in cui devono vivere le popolazioni palestinesi.

In che maniera i quattro partiti della coalizione partecipano alla manifestazione?
Alle manifestazioni di Naalin non ci sono bandiere di partito ma solo bandiere palestinesi. Il modello della resistenza di Naalin è quello che mette al centro l’essere palestinesi, e non è proprio questo il momento per ognuno di portare il proprio simbolo d’appartenenza. E’ infatti questo lo strumento che Israele continua ad usare, quello del dividere e mettere in contrapposizione le varie parti del popolo palestinese. Qui questo non succede.

Questo è l’unico esempio di unità delle varie parti nella resistenza Palestinese? Per quale motivo?
Per il popolo palestinese sono importanti gli esempi che i leader politici riescono a dare. Per quanto riguarda i partiti la difficoltà più grande è quella di riuscire a cambiare dall’interno. La cosa importante in questo momento è che ci siano nuovi leader, che siano i giovani ad assumere una strategia comune che porti ad una resistenza comune del popolo palestinese. Coloro che sono i leader dei partiti non devono più limitarsi a parlare per le persone, ma devono essere quelli che nelle manifestazioni, nelle attività proposte stanno davanti a tutti. Non si può più pensare che i leader si presentino solo nel momento di un intervento e poi stiano in mezzo ad una manifestazione, ma spetta a loro guidare la manifestazione. Naalin non è l’unica realtà nella quale si vive quest’unità nella resistenza. Situazioni di questo tipo stanno crescendo anche a Betlemme, Yayyus e altri villaggi. La resistenza di Naalin è inoltre in rete anche con altri paesi: Iran, Giordania, Siria, Libano. Con queste realtà si sta cercando di condividere la strategia comune che qui in Palestina si sta sperimentando.
Il comitato direttivo di Naalin parteciperà tra alcune settimane ad una conferenza organizzata nella città di Bil’in nel quale si proporrà la costituzione di un fronte comune all’interno della West Bank. Una delle proposte che stanno prendendo corpo è quella di organizzare manifestazioni comuni nei vari centri che si svolgano contemporaneamente in ognuno di questi luoghi. E’ importante in questa maniera far crescere una rete di mobilitazione sempre più ampia che sappia muoversi in maniera sinergica. In questo momento sono 12 i paesi in rete che stanno costruendo questo percorso comune di iniziative e manifestazioni e l’obiettivo è quello di raggiungere presto il numero di 20.

In Italia c’è stato negli ultimi anni una grossa discussione sul termine non-violenza. In Palestina che termini assume questa discussione?
Per noi non-violenza significa la conquista di una buona vita, di una vita dignitosa. La non-violenza è una pratica che sta all’interno di una vita che è degna di essere vissuta. Poi la questione della non-violenza si lega a ciò che stiamo contrastando. Da una parte l’occupazione, da una parte il muro e dall’altra anche la necessità di risolvere questioni legate alla politica e alla prospettiva di questa terra. Quindi i problemi dell’industria, dell’agricoltura, della scuola. Questi sono tutti aspetti da condividere assieme a tutta la popolazione. Solo condividendo tutto questo c’è la possibilità di trovare un linguaggio comune, che vada oltre i singoli modi di intendere la situazione. Un linguaggio che vada oltre l’islamizzazione della questione palestinese. Abbiamo capito che non si può modificare la situazione dell’occupazione solo con l’utilizzo delle armi e con il lancio delle pietre, ma ogni volta che ci muoviamo dobbiamo essere in grado di dare un segnale forte alla comunità internazionale.

Contro il muro - Dai villaggi della Cisgiordania prove di resistenza!

Bil’in e Naalin due villaggi a pochi chilometri da Ramallah. Ogni venerdì gli abitanti dei due villaggi manifestano davanti al muro per contestare l’occupazione israeliana.
Ci siamo stati a Naalin anche nel corso dell’ultima Carovana di Sport sotto l’Assedio. Ci siamo stati e abbiamo conosciuto il Comitato popolare contro il muro che ci ha parlato e spiegato le pratiche quotidiane di resistenza costruite negli ultimi anni per dire no all’occupazione, per difendere la propria terra, la dignità come beni comuni. In questi giorni proprio a Naalin è stata aperta una mostra-museo sull’Olocausto che attraverso la memoria e in particolare la memoria di soprusi e ingiustizie vuole essere pratica e strumento di riappropriazione di una battaglia attuale, quella contro il muro della vergogna, contro gli attacchi dell’esercito israeliano, contro l’occupazione.
A pochi chilometri da Naalin, nel villaggio di Bil’in si tiene in questi giorni, dal 22 al 24 aprile la IV conferenza annuale della resistenza non violenta all’occupazione israeliana. Da quattro anni il Comitato popolare del villaggio porta avanti la sua battaglia contro il muro che Israele ha costruito sulle terre del villaggio. Ogni venerdì, da quattro anni, pacifisti israeliani ed internazionali si schierano come “scudi umani volontari” a protezione dei manifestanti palestinesi dalla repressione dell’esercito israeliano. Repressione che solo una settimana fa, venerdì 17 aprile ha ucciso il giovane Basem Abu Rahme.
Alcune riflessioni con Michele Giorgio, corrispondente per il Medio Oriente per il quotidiano Il Manifesto [ audio ]
Le giornate della IV Conferenza annuale della resistenza all’occupazione israeliana di Bil’in sono dedicate al trentunenne Basem Abu Rahme ucciso da un candelotto isrealiano, una settimana fa. Le sue foto riempono il villaggio e un video su quanto è successo e sull’impegno del giovane Basem apre l’incontro. Nella prima giornata di conferenza alcune riflessioni sull’importanza delle pratiche di boicottaggio e disinvestimento e sanzioni contro Israele vengono fatte in collegamento con Gaza. Una riflessione, questa, che è continuata anche durante un workshop dedicato proprio alla questione del boicottaggio nella seconda giornata di Conferenza: in cui si è insistito soprattutto sulla necessità di una campagna forte portata avanti dagli Internazionali contro tutte quelle aziende e società che lucrano e guadagnano sulla occupazione. Quelle aziende e quei prodotti che sono legate ai coloni israeliani. Un commento sul workshop e sulla situazione di questo e degli altri villaggi con Riccardo Carraro, Servizio Civile Internazionale, che si trova a Bil’in in questi giorni [ audio ] registrato a fine sessione della seconda giornata, giovedì 23 aprile.
Vedi anche:La memoria contro il muro di Michele Giorgio (23.04.09)

L’incontro della Carovana di Sport sotto l’Assedio con il Comitato di Naalin sulle pratiche di resistenza

Il sito web del villaggio di Bil’in

Ascolta l'intervista a Paola Caridi, autrice di "Hamas" (Feltrinelli, 2009)

"Hamas"- L’intervista all’autrice, Paola Caridi

Cosa si nasconde dietro Hamas? Perchè un movimento islamista ha guadagnato così tanto consenso in una società ritenuta tendenzialmente laica come quella palestinese? E perchè non è scomparso quando tutta la comunità occidentale ha deciso di isolarlo dal resto del mondo? A queste domande cerca di rispondere Paola Caridi nel libro Hamas. Cos’è e cosa vuole il movimento islamista.
Giornalista per la redazione di Lettera 22 e storica, autrice di Arabi Invisibili (sempre edito per la Feltrinelli), la Caridi ha vissuto al Cairo e poi a Gerusalemme da dove ha seguito negli ultimi sei anni le vicende palestinesi. Nato come movimento di resistenza all’occupazione israeliana, Hamas è passato attraverso il terrorismo e gli attentati suicidi, ha sfidato l’autorità di Yasser Arafat, è sopravvissuto all’eliminazione fisica di gran parte dei suoi dirigenti. Nel 2006 e’ arrivato al governo dell’Autorita’ nazionale palestinese (Anp) democraticamente eletta dalla maggioranza dei palestinesi. Perche’ ha vinto? ’’La prima risposta - scrive Paola Caridi -, quella piu’ difficile, la piu’ provocatoria ma anche la più circostanziata dai fatti e dagli studi, è che Hamas non è un movimento terrorista, bensì un movimento politico che ha usato il terrorismo, soprattutto in una particolare fase della sua storia ormai ventennale’’.
Ascolta l’intervista all’autrice [ audio ]

Attacco al DTP

Proteste e mobilitazioni in Turchia dopo la vasta operazione di arresti condotta contro il partito filo curdo DTP. I commenti sulla stampa turca, le reazioni della società civile. Il caso di Pınar Selek
Il 14 aprile scorso la polizia turca ha avviato un’operazione contro il DTP (Partito democratico del popolo) su ordine della procura generale di Diyarbakır. Le incursioni delle forze dell’ordine nelle sedi del partito filo-curdo, in abitazioni e posti di lavoro, realizzate simultaneamente in 12 province del sud est, si sono estese successivamente anche in altre località e sono ancora in corso. Il bilancio attuale delle operazioni è di circa 300 fermi di cui 51 mutati in arresti. La maggior parte dei detenuti appartiene al quadro dirigenziale del partito. Figurano tra questi tre vicedirettori generali, diversi membri del consiglio amministrativo centrale e dell’assemblea legislativa del partito, diversi vicesindaci ed ex sindaci. Ma ci sono anche Ebru Günay e Şinasi Tur, due degli avvocati di Abdullah Öcalan, diversi attivisti, e il direttore della rete televisiva Gün di Diyarbakır. L’operazione si sarebbe basata su prove di intercettazioni telefoniche registrate negli ultimi quattro anni. L’accusa comune per tutti è di aver eseguito “azioni illegali” per conto del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). A meno di un mese dalle ultime elezioni amministrative, in cui il DTP ha raccolto un vasto consenso popolare nel sudest ottenendo la gestione di otto province, l’operazione appare come un tentativo di delegittimare il peso politico assunto da questo partito nel processo di risoluzione della questione curda. Il sistema adottato è quello di associare il DTP all’ “organizzazione terroristica” PKK, anche se non è mai stato un mistero che il DTP e il PKK siano tra essi legati. L’unico esito prevedibile di un tale intervento è quello di togliere alla popolazione curda la poca fiducia rimasta nei confronti delle “aperture” e garanzie offerte dal governo nei loro confronti. Il DTP chiede al governo turco un terreno legislativo e politico affinché il PKK si metta in condizione di abbandonare le armi e chiede che quest’ultimo venga considerato, assieme al leader Öcalan, imprigionato a İmralı da dieci anni, quale interlocutore per affrontare e risolvere la questione curda. Chiede in particolare per il leader curdo una condizione carceraria accettabile, il riconoscimento con garanzia legale dell’identità curda e una vasta legge di amnistia. Il PKK sarebbe in questo caso disposto a deporre le armi. Quest’ultimo infatti aveva già dichiarato come segno di buona disposizione un cessate il fuoco unilaterale fino al prossimo primo giugno. In reazione all’operazione effettuata contro il DTP, il leader del PKK Murat Karayılan ha però annunciato che la tregua sarà interrotta. Intanto, in attesa che a maggio si realizzi a Arbil in Iraq una conferenza internazionale con i rappresentanti curdi della Turchia, dell’Iraq, dell’Iran e della Siria, il co-leader del DTP Ahmet Türk si è recato a Londra per dar voce alle posizioni del proprio partito di fronte ai parlamentari britannici e ad alcune organizzazioni di società civile, mentre tra il 27 e il 30 aprile l’altra co-leader, Emine Ayna, sarà a Strasburgo e parlerà al Parlamento europeo. Entrambi chiedono che alla conferenza di Arbil partecipino anche dei deputati europei come osservatori. Le proteste contro gli arresti non sono mancate. A Diyarbakır il 15 aprile sono scese in piazza un migliaio di persone. Il sindaco della città Osman Baydemir – che martedì è stato condannato a 10 mesi di carcere assieme al sindaco di Batman Nejdet Atalay per “aver fatto propaganda a favore dell’organizzazione terroristica PKK” chiamando i membri del PKK “guerriglieri” in un discorso tenuto nel 2008 – rivolgendosi alla folla ha detto: “Siate certi che ormai non temiamo più le stragi, la morte e la prigione. Molti dei nostri amici che sono stati fermati sono stati in carcere per 10, 20 anni. Appartiene al passato il tempo in cui temevamo il carcere. Ma le madri curde e turche continuano a seppellire i loro figli, ed è questo che ci spaventa. Noi a questo ormai diciamo basta”. Più di venti organizzazioni civili, sindacali e alcuni partiti politici si sono radunati ad Ankara davanti alla sede centrale del DTP. A Istanbul trecento persone hanno manifestato a Beyoğlu. Oltre duecento accademici, artisti, scrittori, sindacalisti e attivisti per i diritti umani hanno firmato inoltre una dichiarazione congiunta definendo l’accaduto “un attacco antidemocratico contro un partito presente in parlamento” e “un segno di intolleranza e mancanza di rispetto nei confronti della volontà democratica manifestata nuovamente dalla popolazione curda in occasione delle elezioni amministrative”. I firmatari hanno chiesto il “rilascio immediato dei detenuti del DTP” invitando “chiunque voglia una soluzione pacifica e democratica alla questione curda a essere solidali con il DTP che presenta un’importante possibilità in questo senso”. Alcune critiche sono arrivate anche dai quotidiani: Oral Çalışlar, analista di Radikal, critica le posizioni del capo di Stato maggiore İlker Başbuğ e del premier Erdoğan che non accettano “la legittimità di una politica basata sull’identità” e sottolinea che, nonostante le ultime affermazioni di Başbuğ per cui “La Repubblica turca” sarebbe stata “fondata dalla popolazione della Turchia” e non dai ”turchi”, la visione del generale non riesce a svincolarsi dall’idea che “le differenze etniche possano esistere solo come dimensione culturale”. Ahmet Altan invece ha scritto su Taraf che “seppur il PKK dovesse essere costretto ad abbandonare le armi cedendo all’insistenza della comunirà internazionale, il ‘problema’ permarrebbe e domani si ripresenterebbe sotto un’altra forma. È necessario costruire una Turchia che accetti l’esistenza dei curdi, che arrivi a metabolizzare la loro uguaglianza con i turchi. Allora ci sarà la pace”. L’impegno per la pace è stata la scelta anche di Pınar Selek, sociologa che da anni partecipa a progetti a favore degli emarginati, collaboratrice di diverse organizzazioni civili pacifiste e per i diritti umani. A 27 anni, nel 1998, assieme ad altri imputati, è stata incarcerata per due anni e mezzo con l’accusa di aver collocato nel mercato delle spezie a Istanbul una bomba, causando la morte di sette persone e un centinaio di feriti. Durante gli anni di reclusione ha scritto un libro intitolato “Barışamadık” (“Non siamo riusciti a rappacificarci”) in cui tratta con acutezza delle iniziative contro la guerra in Turchia, delle radici e della storia del mancato raggiungimento della pace negli anni, evidenziando come prevalga anche tra alcuni pacifisti l’ideologia che “non riesce a rappacificarsi” con l’antimilitarismo. Precedentemente all’esplosione Pınar, per le sue ricerche, aveva anche intervistato i membri del PKK, cosa che l’ha portata a essere interrogata dalla polizia e anche in tribunale, già prima dell’esplosione. Successivamente i due eventi sarebbero stati fusi e Pınar è stata processata solo per l’esplosione. Il tribunale l’ha assolta per due volte “per mancanza di prove” perché gli esperti hanno verificato che l’esplosione non poteva essere dovuta a una bomba, ma ad una fuga di gas. Lo scorso marzo, tuttavia, la cassazione ha accolto l’appello della procura ed ha annullato l’ultima decisione di assoluzione, dando prova di un accanimento esclusivo nei suoi confronti. Pınar sarà di nuovo processata con l’accusa di separatismo e di essere membro del PKK. La pena richiesta è di 36 anni di reclusione. Molti amici le sono vicini e hanno dichiarato la loro solidarietà. Se nel futuro della Turchia ci sarà la pace dipenderà anche da come la giustizia deciderà su di lei.
scrive Fazıla Mat

giovedì 23 aprile 2009

Striscia di Gaza, l'assedio trasforma i bambini in mendicanti.

A pagare il prezzo delle dure condizioni di vita e della difficile situazione economica che sta vivendo la Striscia di Gaza sotto assedio sono anche i bambini, in particolare quelli di Gaza. Per poter sopravvivere insieme alle loro famiglie (per chi ha ancora una famiglia), i piccoli palestinesi sono costretti a fare i venditori per strada e nei mercati.
Il corrispondente di Infopal.it ha incontrato decine di loro: molti hanno accettato di farsi intervistare, altri hanno rifiutato per l’imbarazzo. Vediamo qui di seguito alcune testimonianze.
Ahmad, dieci anni, vende prezzemolo al mercato di az-Zawiyah. È un bambino come tutti gli altri della sua condizione: vestiti strappati, capelli spettinati, viso stanco. Ha dovuto lasciare la scuola, ma spera di poterci andare ancora, come i suoi coetanei; intanto, va a lavorare al mercato ogni mattina, per tornare a casa la sera. Ha riassunto la sua esperienza in poche parole: ‘"l-hayaa sa‘ba!" (‘La vita è difficile!’). I suoi sogni? Avere un vestito nuovo e un cellulare.
Baha, con il suo instancabile sorriso, vende invece mais, e a quasi tutte le domande risponde subito: "La a‘rif" (‘Non so’), come se volesse fuggire dalla realtà. Noi però abbiamo insistito nel chiedergli delle sue speranze in questa vita, e lui finalmente ha risposto: "Fare l’insegnante, perché l’insegnante non si stanca come noi, va a scuola la mattina e torna a mezzogiorno, mentre io vengo al mercato ogni giorno alle otto del mattino e torno a casa la sera: qualche volta mi lavo, altre dormo direttamente tanto sono stanco, senza nemmeno cenare".
Proseguendo il giro, assistiamo a una scena triste, per certi versi difficile da comprendere: un uomo, apparentemente di tutto rispetto, sta fermo a un lato della strada, mentre in un angolo, vicino a lui, scorgiamo un bambino dall’aspetto di mendicante, ma che vende le sigarette alle macchine di passaggio. Cosa c’entra l’uomo con il bambino? ci siamo chiesti. L’amara realtà è che l’uomo è il padre del bambino, e continuamente gli domanda: "Cosa hai venduto? Dammi i soldi! Cerca di vendere ancora di più!".
Ecco come il bisogno ha spinto un padre e un figlio a una misera vita, fatta solo di sopravvivenza.
Infopal

Francia - Operai della Continental assaltano la Prefettura

Più di 200 operai della Continental (multinazionale tedesca di pneumatici) martedì scorso 21 aprile hanno assaltato e danneggiato i locali dell’ufficio della Prefettura di Compiègne dopo che il tribunale di Sarreguemines (dipartimento della Moselle) ha respinto la richiesta di annullare o bloccare momentaneamente la chiusura della fabbrica di Clairoix causando così il licenziamento di 1.120 operai entro il 2010. Appena avuta la notizia della decisione del tribunale motivata da vizi di forma nella richiesta, è scoppiata la protesta. Gli operai hanno distrutto i computer, rovesciato tavoli e carte, causando anche seri danni alla proprietà. Subito dopo un ufficio nei pressi della fabbrica di Clairoix è stato danneggiato da altri operai scontenti dalla decisione del giudice (video).
Giovedì 23 aprile la protesta si sposterà ad Hannover. Qui si sono dati appuntamento gli operai delle fabbriche della Francia e della Germania per manifestare la loro rabbia davanti alla sede centrale della multinazionale dei pneumatici. Gli stessi dipendenti della fabbrica di Clairoix a marzo durante i primi scioperi avevano prima lanciato uova ai dirigenti, impedendo una riunione e poi, alcuni giorni dopo, impiccato dei manichini con le facce dei dirigenti. (video)

Il servizio di France 2

Grave episodio contro i manifestanti NO G8

Un autobus di manifestanti, proveniente da Napoli e diretto a Siracusa, per prendere parte al controvertice del G8 ambiente, è stato fermato dalle forze dell’ordine appena sbarcato a Messina. La pretesa avanzata era quella d’identificare e perquisire tutti i partecipanti, riproponendo una forma di schedatura politica, volta ad inasprire il clima di tensione creato ad arte dal governo. Emblematico è l’attacco preventivo portato avanti dall’attuale governo, che si colloca in un quadro politico ben più ampio di repressione di ogni forma di dissenso, dal diritto di sciopero a quello di manifestazione. Al rifiuto dei manifestanti soltanto una delle partecipanti e l’autista sono stati identificati ed il mezzo è stato perquisito; solo dopo aver subito ulteriori minacce e provocazioni, i dimostranti hanno ripreso il loro viaggio verso Siracusa. Riteniamo quest’episodio molto grave, alla vigilia di una delle scadenze italiane del G8, poiché tende ad incrementare una politica di repressione di ogni minima forma di dissenso sociale e politico.
Le compagne e i compagni della Campania

Turchia, due sindaci del Dtp condannati per legami con il Pkk

di Carlo M. Miele
I sindaci di Diyarbakır e Batman, due delle principali città del sudest turco, sono stati condannati a 10 mesi di reclusione per aver fatto propaganda a favore del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Osman Baydemir, primo cittadino di Diyarbakir, e Nejdet Atalay, capo della municipalità di Batman, erano stati eletti nelle elezioni dello scorso 29 marzo, nelle liste del Partito della società democratica (Dtp). Entrambi sono stati processati per “propaganda a favore del Pkk”, il gruppo combattente kurdo che figura nella lista delle organizzazioni terroristiche di Turchia, Stati Uniti e Unione europea. In particolare, sono finiti nel mirino della magistratura due discorsi, risalenti al febbraio scorso, in cui Baydemir e Atalay si sarebbero riferiti ai militanti del Pkk definendoli “guerriglieri’’. Sempre oggi, e con la stessa accusa, è stato condannato Ali Simsek, presidente della provincia di Diyarbakir e membro del Dtp. Per lui la pena da scontare sarà di un anno. I pronunciamenti di oggi animeranno il dibattito sulla richiesta di messa al bando del Dtp, avanzata da tempo dalla magistratura turca e in attesa davanti alla Corte costituzionale. Diverse decine di membri del partito, che il 29 marzo ha trionfato nel sudest turco a maggioranza kurda, sono stati arrestati la scorsa settimana nell’ambito di un’operazione di polizia che ha coinvolto 13 città. Fonti ufficiali di Ankara affermano che gli arresti giungono al termine di un’indagine lunga un anno sui legami tra Dtp e Pkk, ma i dirigenti del partito parlano di “un’operazione di carattere politico” e di “un colpo alla lotta pacifica e democratica” della formazione filo-kurda.

(fonte: Hurriyet)

mercoledì 22 aprile 2009

Cifre della Banca Mondiale: ogni israeliano consuma acqua come quattro palestinesi

Si chiama sete l'ultima tortura per la Palestina


La distribuzione dell'acqua tra israeliani e palestinesi, decisa con gli accordi di Oslo II del 1995, deve essere modificata immediatamente se si vuole mettere fine ad una discriminazione che sta per provocare una catastrofe nei Territori occupati. A raccomandarlo con forza è la Banca mondiale che in un rapporto diffuso ieri riferisce che un israeliano ha a disposizione una quantità d'acqua quattro volte superiore a quella di un palestinese. L'accordo siglato dalle due parti ha messo in ginocchio i palestinesi, vittime di intese di 14 anni fa, frutto delle imposizioni della parte più forte, Israele, sulla debole Anp dello scomparso Arafat. E' la prima volta che la Banca mondiale produce un rapporto sulla distribuzione dell'acqua tra israeliani e palestinesi. Lo studio sottolinea che la divisione ineguale delle risorse idriche e la mancanza di informazioni precise sulle riserve di acqua, ha impedito ai palestinesi di poter accedere a nuove fonti. I palestinesi hanno diritto soltanto a un quinto delle riserve dell'acqua potabile. Il resto finisce nel sistema di distribuzione israeliano senza che il comitato congiunto incaricato dagli accordi di Oslo abbia la possibilità di riconsiderare l'assegnazione delle quote. In sostanza Tel Aviv si preoccupa di tenere la quantità d'acqua per la sua popolazione sugli standard stabiliti internazionalmente, senza preoccuparsi delle conseguenze per i palestinesi. E' da considerare anche il fatto che i rari nuovi pozzi che i palestinesi hanno potuto scavare nei 42 anni di occupazione, hanno garantito modeste quantità di acqua a differenza degli israeliani che, grazie alla loro tecnologia, possono arrivare a profondità maggiori. I problemi sono resi più acuti dall'inefficienza delle istituzioni dell'Anp. Israele ha respinto il rapporto sostenendo che il suo apparato industriale, ampiamente superiore a quello palestinese, richiede maggiore quantità d'acqua. Dopo l'occupazione di Cisgiordania e Gaza nel 1967, l'esercito israeliano trasferì il controllo delle risorse idriche palestinesi alla società Mekorot. Da allora i palestinesi hanno un controllo molto limitato delle proprie risorse idriche che, in buona parte, finiscono in Israele. Diversi villaggi della Cisgiordania inoltre non hanno acqua potabile per gran parte dell'anno e gli abitanti, paradossalmente, sono costretti in non pochi casi a comprarla dai coloni israeliani che occupano la loro terra.
Michele Giorgio

martedì 21 aprile 2009

Azione anti-nucleare a Scanzano Jonico

Scanzano Jonico rischia di ospitare il deposito delle scorie nucleari. Siamo andati sul sito dei pozzi aperti. In una notte li abbiamo cementati e trasformati in un parco giochi. Perché con il futuro dei nostri figli non si può giocare!
Questa notte circa quindici attivisti sono entrati nel sito, hanno ’chiuso’ i pozzi con tappi di cemento e hanno steso striscioni con i messaggi "Stop follia nucleare", "Niente scorie nucleari a Scanzano", "Non giochiamo con il futuro dei nostri figli".
La storia del sito per il deposito nucleare di Scanzano Jonico è lunga. Il sottosuolo dell’intera zona è caratterizzato dalla presenza di 15 miliardi di tonnellate di salgemma. Ma non è la miniera di sale a destare interesse quanto piuttosto il progetto di buttare a mare il salgemma e utilizzare le caverne come deposito.
Nel 2003 il governo indicò il sito di Scanzano come deposito nazionale per tutti i rifiuti radioattivi italiani. Dopo un mese, in seguito a una mobilitazione popolare senza precedenti, il governo decide di rimuovere il riferimento a Scanzano Jonico per le scorie e di affidare la decisione della scelta del deposito a una Commissione mai costituita. Insomma, la gestione delle scorie radioattive in Italia rimane un problema ancora irrisolto.
Oggi il governo – nella follia della riapertura del nucleare nel nostro paese - sta proponendo al Parlamento una strategia ‘sovietica’ basata su un approccio autoritario e ’militare’ alle scelte di localizzazione dei siti e gestione delle scorie, contraria alle direttive europee.
Con l’azione di oggi chiediamo che il sito di Scanzano Jonico venga ripristinato. I pozzi vanno chiusi al più presto e la Regione Basilicata deve annunciare pubblicamente che non è disponibile a subire nessun deposito nucleare sul proprio territorio.
Chiediamo che la gestione ‘militare’ del nucleare finisca e si apra una discussione democratica e partecipata sul futuro energetico del Paese. Dopo 60 anni di ricerca, tutti i problemi del nucleare rimangono ancora irrisolti: dalla gestione delle scorie alla sicurezza degli impianti, dalla limitatezza delle risorse di Uranio agli altissimi costi di costruzione.
Gli obiettivi europei per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica al 2020 valgono il triplo del piano nucleare del governo e occuperebbero almeno 200 mila persone. 10-15 volte l’occupazione indotta dal nucleare.
Articolo pubblicato sul sito di Greenpeace

In Turchia record di arresti


Dal 14 aprile 305 persone sono state prese in custodia dalla polizia turca nell'ambito delle operazioni contro il DTP.

Qualche giorno fa è stata svolta una ingente operazione contro il Partito della Società Democratica – DTP – in quindici province turche; 53 persone sono state fermate; in seguito 51 sono state arrestate e due sono state rilasciate. Delle persone fermate, 27 sono state immediatamente rinviate all’esame della Procura della Repubblica, che ne ha raccolto le dichiarazioni e le ha poi inviate al cospetto del tribunale ordinario. Si tratta del Vicepresidente del DTP, Bayram Altun, di Kamuran Yüksek, e dei consiglieri Selma Irmak, Şinasi Tur e Siracettin Irmak (che sono avvocati), Hüseyin Yılmaz, Kemal Aktaş, Mehmet Abbasoğlu, Herdem Kızılkaya, Mehmet Akın, Celal Yoldaş, Hasan İnatçı, Sara Aktaş, Ercan Sezgin, Nadir Yıldırım, del Vicepresidente della sezione di Diyarbakir del DTP, Musa Farisoğulları, di Temer Tanrıkulu, del coordinatore generale delle attività di Gün TV, Ahmet Birsin, di Zehra Bozacı, Zahide Besi, Çimen Işık, Heval Erdemli, Pergüzar Kaygısız, Ahmet Çelen, Alican Önlü e Salih Akdoğan. Dirigenti e membri dell’organizzazione sono stati poi inviati in un carcere di tipo D di Diyarbakir.Stamane altri 25 appartenenti al DTP sono comparsi al cospetto del tribunale e 24 sono stati conseguentemente arrestati, sempre con l’accusa di appartenenza al PKK. Pertanto soltanto Űmit Aydin e Mesut Çetin sono stati rilasciati, mentre altre 51 persone sono attualmente agli arresti.

Gli aiuti umanitari marciscono alle porte di Gaza

Erin Cunningham, The Electronic Intifada
Centinaia di migliaia di tonnellate di aiuti indirizzati alla Striscia di Gaza sono ammassati nelle città del nord del Sinai, nonostante gli inviti degli Usa ad allentare le restrizioni all’ingresso delle merci nella regione, ex-campo di battaglia del recente assalto israeliano.
Cibo, medicinali, coperte, alimenti per bambini ed altri tipi di rifornimenti inviati da governi e Ong milione e mezzo di palestinesi residenti nella Striscia sono attualmente stipati in magazzini, posteggi, stadi e piste di atterraggio all'interno del governatorato egiziano del Nord del Sinai, la regione confinante con Israele e la piccola striscia appartenente ai Territori palestinesi.
Con quest’ultima, in particolare, l’Egitto condivide una frontiera di 14 chilometri, chiusa in maniera più o meno permanente da quando il movimento militante islamico di Hamas ha preso il controllo del territorio nel giugno del 2007.
Farina, pasta, zucchero, caffé, cioccolato, salsa di pomodoro, lenticchie, datteri, succhi, piselli, coperte, letti ospedalieri, cateteri e altri riformimenti umanitari sono ammassati in almeno otto punti diversi dentro e fuori a al-Arish, una cittadina nel nord del Sinai, a circa 50 km. dal confine con Gaza.
Tali rifornimenti hanno cominciato a riversarsi in Egitto fin dallo scoppio della guerra. Tre mesi dopo la sua fine, a causa del continuo rifiuto egiziano di aprire il passaggio di Rafah, molti degli aiuti sono ormai marciti, o danneggiati irreparabilmente dalla pioggia e dal sole.
Un funzionario governativo locale, che ha scelto di restare anonimo, ha dichiarato all’IPS: “La verità è che la maggior parte di questi aiuti non vedrà mai Gaza. Molti degli alimenti andranno buttati”.
La Striscia di Gaza è stata l'obiettivo di un'operazione israeliana durata tre settimane e chiamata "Piombo Fuso", dove sia la popolazione civile e le decrepite infrastrutture sono state colpite dalla potente macchina da guerra di Israele. Sul terreno sono stati lasciati 1400 morti e oltre 5000 feriti. Un cessate il fuoco unilaterale è in atto dal 18 gennaio.
John Ging, coordinatore dell’Agenzia Onu per i Rifugiati (UNRWA) a Gaza, la settimana scorsa ha dichiarato a IPS che il soffocamento degli aiuti nel periodo dopo la guerra ha conseguenze devastanti sulla popolazione, sia dal punto di vista fisico che emotivo.
L’ultimo rapporto pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) ha stabilito il 30 marzo scorso che “le quantità e i generi di rifornimenti che raggiungono Gaza continuano ad essere soggetti a restrizioni casuali ed a procedure di sdoganamento imprevedibili, creando grossi problemi logistici alle agenzie umanitarie”.
(...)
Dal 27 dicembre 2008, il giorno in cui Israele ha lanciato i suoi attacchi, solo 43 camion di quelli che l'OCHA definisce "prodotti alimentari umanitari" sono di alimenti sono stati inviati nella Striscia via Rafah. Il primo carico è stato mandato il 10 gennaio 2009, più di due settimane dopo l'inizio della guerra.
I farmaci e le attrezzature mediche sono riuscite a passare dal valico di Rafah, mentre i generi alimentari hanno dovuto attraversare il territorio israeliano. Attualmente, qualsiasi carico deve attraversare i passaggi commerciali di al-Auja e di Kerem Abu Salam, ed è sottoposto sia alle norme commerciali israelo-egiziane, sia alle leggi israeliane per le importazioni.
Gran parte di ciò che è conservato attualmente nel Sinai del Nord – compreso il cibo – è stato definito da Israele “non essenziale” alla vita nella Striscia di Gaza.
Duemila “confezioni-famiglia” – provviste di rifornimenti essenziali per le famiglie palestinesi e donate dall’Ong italiana Music for Peace – sono state recentemente respinte al passaggio di al-Auja dalle autorità israeliane. Il motivo: ciascuna di esse conteneva un barattolo di miele. Questo è quanto è stato riportato dal presidente dell’Ong, Stefano Robera
.
Rappresentanti di altre Ong internazionali giunti a al-‘Arish e a Rafah temono che neanche un frammento degli aiuti inviati oltrepasseranno i punti di transito egiziani, nonostante la promessa del governo di Nazif che il valico di Rafah resterà aperto per “considerazioni umanitarie”.
Secondo l’OCHA, durante tutto il mese di marzo è stata invece sbarrata la strada a ogni mezzo di trasporto merci, ed è stato aperto per soli due giorni per mandare coperte e materassi alla Striscia di Gaza.
Controversa la questione di chi dovrebbe avere la responsabilità dello smistamento dei rifornimenti in Egitto: il governatore del Sinai del Nord Mohamed ‘Abd al-Fadil Shusha ha chiesto alle organizzazioni di donarli semplicemente a Ong locali. Altre fonti hanno riferito all’IPS che le forze di sicurezza egiziane incaricate di tenerli in custodia hanno demandato tutto ad alcuni residenti di al-‘Arish.
Il valico di Rafah fu aperto per la prima volta nel novembre 2005, quando Israele e l’Autorità Nazionale palestinese firmarono un Accordo sul movimento e l’accesso, parte integrante del “disimpegno” israeliano dalla Striscia. In coordinazione con l’Anp, l’Egitto cominciò a permettere il passaggio a viaggiatori, cargo e aiuti umanitari, sotto la supervisione Ue e israeliana. Quando però Hamas ottenne il controllo della regione nel giugno 2007, Mubarak sigillò i confini.
Da allora, il governo egiziano ha rifiutato di aprire Rafah a qualsiasi mezzo o rifornimento che non fosse medico, abbandonando gli aiuti nelle condizioni che conosciamo e lasciando la popolazione di Gaza alle prese con le conseguenze della tragica guerra e dell’embargo ininterrotto.
Le organizzazioni dei diritti umani hanno recentemente denunciato come non solo Israele, ma anche Egitto, Ue e Usa, avallando questa situazione, abbiano violato le leggi internazionali – e i diritti di tutta la popolazione di Gaza – per non aver rispettato il suddetto Accordo sul movimento e l’accesso, soprattutto dopo la fine del conflitto.
Traduzione per Infopal a cura di Jacopo Falchetta