venerdì 10 aprile 2009

Altri racconti dalla Carovana in Palestina

Per oggi il programma prevedeva il trasferimento al valico di Eretz per tentare l'ingresso a Gaza, ma visto il diniego dell'autorità israeliana abbiamo deciso di attraversare una delle città in cui il conflitto arabo-israeliano si manifesta in tutta la sua criticità: Hebron, città a sud di Betlemme. Arriviamo alle 10 e ad aspettarci c'è un comitato che lavora nella città ed è partner del centro culturale Ibdaa. Tentiamo di ripercorrere la strada che collega la parte est della città a quella occidentale definita "strada dei martiri" chiusa nel 2000 ai palestinesi e riaperta solo dopo sei anni conseguentemente ad una sentenza della Corte suprema che dichiarò la chiusura come "un errore". Questa strada divide due insediamenti israeliani di cui uno di maggiore densità abitativa e di più antica costruzione. Il più recente dei due, invece, nasce come una stazione di Polizia israeliana nella quale vennero poco dopo costruite delle abitazioni che dovevano ospitare i militari di stanza lì. Ma ben presto si rivelò ai cittadini di Hebron il vero intento di quella costruzione: unificare l'insediamento della parte occidentale della "strada dei martiri", più grande e popoloso, con quello orientale. Dopo qualche centinaio di metri la carovana si è vista bloccata inizialmente dalla Polizia israeliana che dopo un primo contatto le aveva concesso il passaggio. Passato qualche minuto l'arrivo di due coloni ha dimostrato la vera gerarchia che garantisce l' "ordine e la sicurezza"delle colonie nei territori palestinesi. Il loro sollecito all'esercito israeliano ci ha fatto vivere momenti di forte tensione. Due tank sono immediatamente sopraggiunti sul posto e con atteggiamento intimidatorio, scarellando i mitra ci hanno intimato di allontanarci. La trattativa è durata circa 40 minuti e ci ha dimostrato che ad Hebron tutto il potere decisionale è in mano ai coloni. Questo infamante intervento ci ha costretto ad abbandonare la strada dei martiri ed a raggiungere la parte vecchia della città attraverso una strada di proprietà di un palestinese che si trova proprio a cavallo dell'insediamento orientale. Questa deviazione ci ha però consentito di conoscere una storia di ordianaria e quotidiana follia che i palestinesi sono costretti a vivere. Il contandino, che dal 1987 vive lì, si è visto infatti privato della possibilità non solo di lavorare la terra che si estende davanti alla sua abitazione, ma è stato addirittura costretto, per sopravvivere alla furia israeliana, a trasformare la propria casa in una prigione. Filo spinato ed un muro di almeno 2 metri circondano la sua casa per difendersi dalle sassaiole giornaliere dei coloni e dalle incursioni militari. Ci racconta dei continui tentativi di denuncia da parte dei palestinesi contro la violenza dei coloni, denunce non solo inascoltate ma che producevano l'effetto opposto: chi denunciava veniva arrestato per mancanza di prove. Dal 2003, l'associazione israeliana Bet Salem, ha inaugurato il progetto "shootingback": ad ogni famiglia palestinese che vive in punti particolarme delicati è stata distribuita una telecamera che funga da supporto per le denunce. L'idea del progetto nasce dopo che un attacco di coloni venne filmato ed ebbe grande risalto. Dopo questo incontro ci dirigiamo verso la città vecchia divisa in 2 zone : 400 coloni ( paramilitari) protetti da 3000 militari su 1500 abitanti ne occupano una parte. Di nuovo emerge la volontà israeliana di rendere ai limiti del sopportabile la mobilità dei palestinesi: per passare da una zona all'altra un palestinese è costretto a fare l'intero giro della città quando basterebbero pochi minuti a piedi. L'occupazione israeliana è stata strumentalmente leggittimata dalla presenza della tomba di Abramo che gli ebrei riconoscono teologicamente come proprio protettore. Durante il Ramadam del 1994 la moschea fu teatro di un vero e proprio massacro che causò la morte di 29 persone. Secondo le fonti ufficiali l'attentato venne condotto da un solo colono, ma le testimonianze dirette dei sopravvissuti hanno invece reso nota la verità. Fu un commando ad irrompere nella moschea sparando raffiche di colpi che da diverse direzioni colpirono i mussulmani raccolti in preghiera. Dopo l'attentato venne istituito un coprifuoco. Tutti i palestinesi vennero chiusi nelle loro case "per motivi di sicurezza" per 6 mesi, durante i quali la città venne totalmente trasformata: vennero chiuse 900 attività commerciali, abbandonate 1500 case per l'impossibilità di accedervi tramite le strade occupate dagli israeliani e costruiti 29 check-points. Quell' unico colono che ufficialmente venne identificato come l'esecutore dell'estrema punizione divenne simbolo di un movimento politico radicale divenuto in breve punto di riferimento per la gran parte dei coloni che vivono nei territori occupati ed oggi rappresentato in Parlamento e alleato della maggior parte dei governi di unità nazionale. La tomba del "martire"si trova oggi all'interno della colonia. Il movimento è stato dichiarato illegale dalla Corte internazionale, che però poneva l'accento nella sentenza solo sul nome dello stesso. Venne quindi riformato cambiandolo ma mantenendo la struttura politico-ideologica. Attraversando i vicoli della città vecchia abbiamo subito per pochi minuti quello che i palestinesi a stento, quotidianamente sopportano: oggetti, pietre e spazzatura sono piovuti dai piani alti dei palazzi che si affacciano sul Suk. Abbiamo visto una presenza militare inaccettabile, una violenza diffusa e indiscriminata e un'estrema dignità umana di un popolo quotidianamente costretto ad una vita di segregazione. Free Palestine, Stop Occupation!!!
Antonella, Valeria e Sara da Dehishe