venerdì 24 aprile 2009

Cisgiordania, Naalin - Incontro con il Comitato Direttivo

Siamo arrivati a Naalin, a pochi chilometri da Ramallah. Da quattro anni a questa parte gli abitanti del villaggio stanno portando avanti la loro battaglia contro il muro costruito dal governo israeliano. Una battaglia che di venerdì in venerdì ha costruito una eco straordinaria facendo di questo e degli altri villaggi vicini un simbolo della resistenza contro l’occupazione e la repressione israeliana.
Vi proponiamo alcune delle riflessioni emerse durante l’incontro.

Che fase si sta vivendo a Naalin?
E’ una fase molto difficile per Naalin perchè qui non ci stiamo opponendo solo all’occupazione ma anche al muro. Siamo contrari all’occupazione per svariati motivi. Naalin è una città industriale, ci sono cinque fabbriche di succhi di frutta, della CocaCola e di raffinazione del petrolio che lavorano per tutta la West Bank e una volta che la città verrà completamente circondata dal muro e verrà costruito il tunnel d’accesso queste fabbriche non potranno più operare e i proprietari le chiuderanno. Questo è evidentemente un meccanismo di punizione della popolazione che va ben al di là del fatto fisico del muro e che comporta un’altra serie di ricadute sociali ed economiche che toccano la vita di ogni palestinese. Questa punizione è la risposta alla resistenza della città di Naalin alla costruzione del muro.

Cosa rende Naalin così forte, così particolare nella sua resistenza?
Tutti al mondo sanno dell’esistenza di una forte divisione fra Fatah e Hamas, ma qui a Naalin il Comitato Direttivo è composto da quattro partiti (Hamas, Fatah, Fronte Popolare e ....) e tutti condividono la stessa strategia di opposizione all’occupazione e alla costruzione del muro. Sappiamo tutti quale è la strategia di Hamas - la lotta armata - , e allo stesso modo conosciamo quella di Fatah - i negoziati -, ma qui a Nilin la strategia è comune ed è quella di proseguire con le mobilitazioni e con le proteste di tipo non-violento. Tutti qui a Naalin utilizzano la parola non-violenza, e condividono il ragionamento che sta dietro questo concetto all’interno del Comitato Direttivo.

Qual è la situazione delle proteste, quali le ricadute sulla popolazione e sulla libertà?
Negli ultimi nove mesi gli Israeliani hanno ucciso quattro bambini e ferito seicento persone. Hanno arrestato sessantatre persone, tutti adolescenti. La strategia è quella di punire non solo gli arrestati ma tutta la loro famiglia. Infatti per chiunque venga arrestato - o anche ucciso - la famiglia è costretta a pagare una cauzione, o nel secondo caso una multa. Per il rilascio di una persona si arriva a dover pagare fino a 12.000 scechel (più di 2500 euro) e all’intera famiglia viene in seguito negato l’ingresso in Israele. La repressione non colpisce solo gli abitanti di Naalin ma tutte le persone che si uniscono alle manifestazioni. Negli ultimi mesi sono stati feriti e arrestati molti israeliani e internazionali che hanno partecipato alle manifestazioni contro il muro che si svolgono ogni venerdì. Un italiano e un gruppo di francesi sono stati arrestai ed espulsi dal paese. Un ragazzo con passaporto americano/israeliano è stato per dieci giorni a Naalin partecipando alle manifestazioni. Alla fine di una di queste, quando il corteo si era già sciolto, i soldati israeliani sono entrati nel paese sparando lacrimogeni e lui è stato colpito in testa. Un attivista canadese è stato espulso per dieci anni dal paese.

In questo periodo segnato da una repressione forte e da atti - come quello dell’attacco a Gaza di inizio anno - di profonda violenza che ragionamento è in atto rispetto alla pratica non-violenta?
In questo momento è difficile mantenere come unica strategia quella della non-violenza, soprattutto per la repressione che c’è stata. Sicuramente Mustapha Barghouti è una delle personalità che sta sostenendo questa tipologia di opposizione, favorendo il fatto che questa diventi comune a tutti i territori palestinesi. E’ evidenti che ancora di più in questo momento è importante la presenza di internazionali a Naalin. Tale presenza da forza agli studenti, alle donne e a tutti gli abitanti del paese facendo capire a loro che quello che stanno facendo ha significato e ha la possibilità di essere comunicato a tutta la comunità internazionale. Questo per permettere di rendere ancora più chiara a tutti la strategia di Israele e la situazione in cui devono vivere le popolazioni palestinesi.

In che maniera i quattro partiti della coalizione partecipano alla manifestazione?
Alle manifestazioni di Naalin non ci sono bandiere di partito ma solo bandiere palestinesi. Il modello della resistenza di Naalin è quello che mette al centro l’essere palestinesi, e non è proprio questo il momento per ognuno di portare il proprio simbolo d’appartenenza. E’ infatti questo lo strumento che Israele continua ad usare, quello del dividere e mettere in contrapposizione le varie parti del popolo palestinese. Qui questo non succede.

Questo è l’unico esempio di unità delle varie parti nella resistenza Palestinese? Per quale motivo?
Per il popolo palestinese sono importanti gli esempi che i leader politici riescono a dare. Per quanto riguarda i partiti la difficoltà più grande è quella di riuscire a cambiare dall’interno. La cosa importante in questo momento è che ci siano nuovi leader, che siano i giovani ad assumere una strategia comune che porti ad una resistenza comune del popolo palestinese. Coloro che sono i leader dei partiti non devono più limitarsi a parlare per le persone, ma devono essere quelli che nelle manifestazioni, nelle attività proposte stanno davanti a tutti. Non si può più pensare che i leader si presentino solo nel momento di un intervento e poi stiano in mezzo ad una manifestazione, ma spetta a loro guidare la manifestazione. Naalin non è l’unica realtà nella quale si vive quest’unità nella resistenza. Situazioni di questo tipo stanno crescendo anche a Betlemme, Yayyus e altri villaggi. La resistenza di Naalin è inoltre in rete anche con altri paesi: Iran, Giordania, Siria, Libano. Con queste realtà si sta cercando di condividere la strategia comune che qui in Palestina si sta sperimentando.
Il comitato direttivo di Naalin parteciperà tra alcune settimane ad una conferenza organizzata nella città di Bil’in nel quale si proporrà la costituzione di un fronte comune all’interno della West Bank. Una delle proposte che stanno prendendo corpo è quella di organizzare manifestazioni comuni nei vari centri che si svolgano contemporaneamente in ognuno di questi luoghi. E’ importante in questa maniera far crescere una rete di mobilitazione sempre più ampia che sappia muoversi in maniera sinergica. In questo momento sono 12 i paesi in rete che stanno costruendo questo percorso comune di iniziative e manifestazioni e l’obiettivo è quello di raggiungere presto il numero di 20.

In Italia c’è stato negli ultimi anni una grossa discussione sul termine non-violenza. In Palestina che termini assume questa discussione?
Per noi non-violenza significa la conquista di una buona vita, di una vita dignitosa. La non-violenza è una pratica che sta all’interno di una vita che è degna di essere vissuta. Poi la questione della non-violenza si lega a ciò che stiamo contrastando. Da una parte l’occupazione, da una parte il muro e dall’altra anche la necessità di risolvere questioni legate alla politica e alla prospettiva di questa terra. Quindi i problemi dell’industria, dell’agricoltura, della scuola. Questi sono tutti aspetti da condividere assieme a tutta la popolazione. Solo condividendo tutto questo c’è la possibilità di trovare un linguaggio comune, che vada oltre i singoli modi di intendere la situazione. Un linguaggio che vada oltre l’islamizzazione della questione palestinese. Abbiamo capito che non si può modificare la situazione dell’occupazione solo con l’utilizzo delle armi e con il lancio delle pietre, ma ogni volta che ci muoviamo dobbiamo essere in grado di dare un segnale forte alla comunità internazionale.