martedì 14 aprile 2009

La sconfitta delle camicie rosse

Dopo due giorni da guerra civile, a Bangkok i sostenitori di Thaksin smobilitano

Nelle strade semivuote di Bangkok ci sono ancora carcasse di bus carbonizzati, alberi spezzati per farci le barricate, pietre lanciate dai manifestanti contro i soldati. Ma le "camicie rosse", i sostenitori dell’ex premier Thaksin Shinawatra, hanno smesso di combattere per manifesta inferiorità numerica. Questa mattina, al termine di 48 ore da guerra civile nella capitale thailandese, i loro leader hanno esortato le poche migliaia di attivisti rimasti a disperdersi, abbandonando l’accampamento intorno alla sede del governo presidiato dal 26 marzo. Oltre alle casse d’acqua e ai sacchi di rifiuti già marci sotto il cocente sole d’aprile, rimangono due morti e oltre 120 feriti, nonché divisioni ancora più marcate tra la popolazione.
La situazione è degenerata sabato mattina, quando le proteste dei manifestanti a Pattaya hanno costretto il premier Abhisit Vejjajiva a cancellare il vertice di 16 Paesi asiatici previsto nella località turistica per il fine settimana. Uno smacco per Abhisit, che in cinque mesi di governo - nato grazie a un ribaltone parlamentare - aveva coltivato un’immagine da leader pacato e disposto a venire incontro alle richieste dell’opposizione. Così, domenica il primo ministro ha perso la pazienza: stato di emergenza a Bangkok e in cinque province limitrofe, soldati nelle strade della capitale. I "rossi" l’hanno presa come una dichiarazione di guerra: incitati dal loro idolo Thaksin, che dall’esilio li esortava a combattere, si sono sparpagliati per la capitale bloccando strade, attaccando il convoglio di Abhisit, in sostanza abbandonando l’atteggiamento pacifico tenuto finora.
La battaglia più intensa si è verificata all’alba di lunedì presso un incrocio stradale occupato dai "rossi", armati di bombe molotov e bastoni: le truppe hanno sparato lacrimogeni e proiettili veri in aria, e gli scontri hanno causato 70 feriti. Gruppi di dimostranti, ormai decisi a seminare il caos, hanno continuato a erigere barricate dando alle fiamme bus e pneumatici, in due casi difendendosi dietro autocisterne di gas liquido. I militari hanno progressivamente liberato le strade, costringendo i manifestanti a ritirarsi nel loro bivacco intorno all’ufficio di Abhisit. Ma proprio lì, nelle aree popolari abitate da persone che non si identificano né con loro né con i "gialli" monarchici, le "camicie rosse" hanno trovato un nemico che non si aspettavano: i residenti del posto, esasperati dalla violenza vicino alle loro abitazioni. E’ qui, in scontri tra civili, che sono morte due persone.
Circondati da sempre più soldati, calati di numero perché molti di loro hanno preferito festeggiare l’anno nuovo thailandese in famiglia, incolpati ormai da tutti i media thailandesi (che accusano di parzialità), forse sorpresi dalla fermezza dimostranta da Abhisit, e probabilmente orfani di molti simpatizzanti che non condividevano la virata violenta del movimento, i sostenitori di Thaksin hanno quindi detto basta. "Per evitare vittime", hanno detto i loro capi. Fino a ieri promettevano di resistere con la forza dei numeri alle armi dei soldati; ora, mentre gli abitanti della zona applaudono i militari che muoiono di caldo nelle loro divise, stanno già smontando il bivacco all’esterno della sede del governo.
All’esterno, appunto, simbolo del fallimento della protesta. Lo scorso autunno, per tre mesi e mezzo i "gialli" avevano creato una loro cittadella anche nel cortile di complesso, dove i "rossi" non sono mai riusciti a penetrare. Che siano stati merito loro, o del blocco giudiziario-militare che si sospetta li appoggiasse dietro le quinte, il risultato non cambia. La protesta gialla è riuscita a far cadere il governo nemico, quella rossa no. E ora, dopo aver adottato tattiche anche più violente dei tanto odiati rivali, sembra aver perso quell’immagine di simpatica genuinità che aveva guadagnato con mesi di manifestazioni pacifiche.
scritto per PeaceReporter da Alessandro Ursic

Vedi anche:Rossi o gialli, pari sono