venerdì 10 aprile 2009

Palestina. Carovana sotto l’assedio, la cronaca della quarta giornata.

Quarta giornata della carovana di Sport sotto l’assedio. Il gruppo C - che da lunedì tiene le sue attività all’interno del campo profughi di Deheishe - si è recato in visita alla città di Hebron, dopo essersi visto negare i permessi per entrare a Gaza. I carovanieri vengono accolti da un rappresentante del Hebron Rehabilitacion Comitee, un comitato di cittadini palestinesi che lavora per il recupero delle case abbandonate in seguito all’occupazione del centro storico da parte dei coloni, avvenuta nel 1967 e proseguita negli anni. L’obiettivo del gruppo è quello di arrivare fino alla alla moschea per valutare gli effetti dell’occupazione. Tuttavia il tentativo viene vanificato dall’immediato arrivo dell’esercito israeliano, che armi in spalla ferma la delegazione su precisa richiesta dei coloni ebraici. Qui in città la mappa del potere è precisa: i coloni comandano l’esercito israeliano, il quale a sua volta dispone della polizia palestinese. Gli stessi numeri danno conto della situazione: 3000 soldati sono posti a protezione di 400 coloni presenti nel centro della città in 4 insediamenti, su un totale di 150.000 palestinesi.La carovana, impedita a raggiungere la moschea, viene accolta dalla una famiglia palestinese, la cui terra confina con un insediamento di coloni che racconta le continue vessazioni subite, dal lancio di pietre, alle aggressioni fisiche, sempre nella più totale impunità. Passando per la parte palestinese della città (la città è letteralmente divisa in due settori), il gruppo raggiunge il centro della città, il cuore commerciale palestinese, caratterizzato da una serie di grate e reti che riparano la popolazione dal lancio di pietre e oggetti vari operato dai coloni che hanno occupato i piani superiori delle case. Molti esercizi sono chiusi, perchè falliti o perchè impediti dalle auorità israeliane. Colpisce il fatto che alcuni di questi presentano una macchia di vernice sul portone, segnale dell’obbligo di non riaprire l’attività commerciale. Il parallelismo con le vicende storiche del nazismo sale alla mente prepotentemente.Non a caso nasce qui il movimento della Lega Difesa Ebrei, rappresentata nella Knesset - il parlamento israeliano - che rivendica apertamente l’attentato nella moschea di Hebron del 1994, quando un commando di coloni uccide 29 persone e ne ferisce molte altre raccolte in preghiera.La seconda parte della giornata ha visto la delegazione italiana impegnata in un incontro con i ragazzi del centro che li ospita, l’IBDAA, nel campo rifugiati di Deheishe. Un incontro in cui si è potuto parlare non solo delle attività del centro stesso, ma in cui si è tentato di fare un’analisi della situazione e delle prospettive e possibilità per questo paese. Uno scambio di esperienze interessante di circa 2 ore, in cui il dato politico emerso è quello di un pezzo di società che rifiuta ed è stretta in una logica di potere tra una dirigenza politica eterodiretta da Egitto, Giordania, Arabia Saudita, e un’altra dall’Iran, e che è alla ricerca di una terza possibilità in grado di liberare energie, e non necessariamente in cerca di una rappresantanza politica.
In serata, mentre era in corso l’assemblea del gruppo C presso l’Ibdaa, è arrivata la notizia che nella mattinata un attacco di coloni presso Khirbat Safa, vicino Beit Amer, a nord della provincia, aveva portato al ferimento di otto palestinesi di cui uno in modo grave. I coloni sostenuti dalle forze di occupazione israeliana attaccano ormai abitualmente i palestinesi della provincia di Hebron, distruggendo le loro proprietà e occupando le loro case. Quello di questa mattina l’ennesimo caso.
La corrispondenza da Hebron. [ audio ]
Report dei primi tre giorni di carovana del gruppo B
Il primo a lasciare Deheishe Camp e’ il gruppo A, direzione Jayyus (a nord-ovest della West Bank). A noi invece e’ concessa qualche ora di sonno in piu’. Il tempo di fare colazione, cambiare, acquistare una sim locale. Saliamo in autobus diretti verso Nablus. In realta’ ci fermiamo qualche chilometro prima: trenta minuti di sosta obbligata ad uno dei check point piu’ duri della Cisgiordania. Stiamo entrando infatti in uno dei territori dove fino ad un anno e mezzo fa Hamas godeva di un ampio consenso, territori poi recuperati dall’Autorita’ nazionale palestinese dopo il colpo di mano di Hamas nella Striscia di Gaza. Non arriviamo a Nablus ma ci fermiamo al Salah Khalaf Center, di fronte al campo profughi di Al Faara. Quello che ci ospita e’ un ex carcere (!) israeliano convertito poi dai palestinesi in un centro giovanile e sportivo. Qui si gioca la prima partita di calcio della squadra B di . Dopo il disastroso 9 a 0 della prima partita ufficiale, in tarda serata arrivano le voci di un farraginoso 13 a 3 della formazione A. Visitiamo il campo profughi di Al Faara dove discutiamo della situazione dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri che Israele mantiene nel deserto, fuori quindi da ogni controllo. Scopriamo che durante la notte l’esercito israeliano ha fatto incursione nel campo arrestando quattro persone.
Siamo sulle montagne dell’anti Libano: attraversiamo un vastissimo territorio, che ci spiegano essere di proprieta’ del Vaticano, abitato dai Palestinesi ma occupato da Israele. Nell’ultima guerra in Libano, quella del 2006, tutto questo territorio era diventato campo di addestramento dell’esercito israeliano. A tutt’oggi ci sono sei, sette campi israeliani.Il centro principale e’ Tubas. Bandiere del fronte popolare e decine e decine tra poliziotti e militari ad attendere l’arrivo del primo ministro Al Fayad. Divise, kalashnikov, fuori strada gentilmente finanziate da Stati Uniti e Unione Europea dopo che questi territori sono tornati forzatamente sotto il controllo della Autorita’Nazionale Palestinese. Oltre alle divise l’UE ha sostenuto l’addestramento di migliaia di poliziotti in Giordania e Libano. In questo territorio dove vivono circa 100.000 abitanti mancano elettricita’ e acqua corrente. Questo spiega i preparativi per l’arrivo del primo ministro. Anche se ci dicono scherzando “speriamo siano assegni e non le solite promesse”. Per l’arrivo dello stesso ministro gli israeliani hanno tagliato le linee telefoniche a tutti i villaggi.
La situazione dei rifugiati all’interno dei campi si muove attorno al diritto al ritorno. Sfollati, per la maggio parte, nel ’48. Ricordano nei cognomi delle loro famiglie, nelle storie che raccontano ai bambini, i nomi dei villaggi che hanno dovuto lasciare. Due nodi emblematici di questa “speranza del ritorno”: considerano gli accordi di Oslo una vergogna e non credono e non vogliono la soluzione dei due stati e due popoli. Infatti, al di la’ della speranza del ritorno ai loro villaggi (oggi sicuramente inglobati all’interno di citta’ israeliane) la soluzione di due popoli in due stati appare superata.La costruzione del muro e i sempre piu’ pressanti insediamenti israeliani ne sono una provatangibile. I rifugiati che incontriamo al campo di Al Faara (8000 abitanti) su questo sono molto chiari. E non solo su questo.Ci spiegano come funziona il campo. Elettricità e l’acqua (poca, spesso insufficiente) sono garantite da OLP, ONU e UNRWA. Ci raccontano che hanno posto il problema del check point di Nablus e degli altri che dividono i villaggi tra loro, direttamente ad Abu Mazen manifestandogli la volonta’ di organizzare una grande manifestazione con l’obiettivo di rimuoverlo. Più in generale chiedono al governo di una piu’ radicale politica di contrasto all’occupazione di questi territori continuamente oggetto di incursioni e attacchi, dicono: “E’ necessaria una nuova intifada. Se non appoggera’ queste esigenze perdera’ senz’altro il controllo della situazione”.