mercoledì 8 aprile 2009

Piove, polizia assassina!

di Gabriella Alberti e Francesco Salvini

Londra - Mentre scriviamo questo testo, il Guardian rende pubblico un video dell’aggressione subita da Ian Tomlinson, ripreso durante la manifestazione da un fund manager, che lavora tra New York e Londra e che ha deciso di pubblicare il video perché nessuno stava fornendo risposte alla famiglia (video).
Ci sembra che il nostro testo possa essere utile anche di fronte a questa nuova situazione.

Lo sguardo perduto nel vuoto di Ian Tomlinson - mentre barcolla allontanandosi da un tranquillo cordone di riot police - è un’immagine emblematica di ciò che sta accadendo a Londra. Ian Tomlinson tornava dal lavoro, passava per caso e aveva provato ad attraversare il cordone per rientrare a casa. Era stato chiuso in un recinto di poliziotti assieme a migliaia di altri manifestanti, aveva subito un’aggressione ingiustificata e particolarmente dura mentre camminava verso i manifestanti. Sbattuta la testa a terra, si era rialzato senza capire che cosa stesse succedendo, aveva cercato di capire perché lo avevano aggredito ed era andato verso un altro cordone nella speranza di trovare un poliziotto più comprensivo. A un tratto si è accasciato, alcuni manifestanti sono andati ad aiutarlo, hanno prima chiamato un’ambulanza e poi la polizia che, per sicurezza, ha caricato, bloccato la rianimazione di emergenza e si è rifiutata di parlare con l’ambulanza per ricevere istruzioni.

È quanto emerge dalle prime testimonianze raccolte dalla Inchiesta Indipendente lanciata giovedì mattina durante una manifestazione a Bank, che ha cominciato a tracciare gli ultimi anonimi minuti di Ian Tomlinson, venditore di giornali nella city, passante, privato cittadino. Fino a poche ore prima la versione della polizia parlava di morte per cause naturali di uno sconosciuto, trovato in un vicolo dalla polizia.

Ed è intorno ad alcune di questi aggettivi che vogliamo provare a tracciare una piccola parabola di quanto è successo a Londra. Parabola minore, per carità, pronta a seminare dubbi, svegliare sensibilità, ma poco disposta a lanciare grandi ipotesi.

Anonimo, naturale, privato. Questi termini non solo tracciano i margini degli ultimi minuti di vita di Ian Tomlinson, ma più in generale segnalano una strategia discorsiva e pratica delle forze dell’ordine nel mondo anglosassone, in particolare a Londra. Solo poche settimane fa, i giornali inglesi avevano riportato le dichiarazioni del Sovrintendente della Polizia metropolitana di Londra, David Hartshorn: rivolte e disordini sono previsti tra giugno e ottobre di quest’anno; dopo un’estate ad alta tensione, l’atmosfera sociale tornerà respirabile. La crisi, la rivolta e il conflitto ridotti a fenomeno atmosferico, prevedibile e determinabile, nello spazio - le grandi città inglesi e nord americane, nel tempo - estivo, il caldo? lo stress? le vacanze in città?, e nei soggetti - una middle class privata di un benessere euforico, ma ahinoi ormai svanito. Una volta enunciata e prevista, la gestione di questa perturbazione diventa semplice amministrazione: la crisi e il conflitto diventano una questione di amministrazione di una popolazione anonima, rumoreggiante a volte, ma in ogni caso privata di ogni voce pubblica. E il modello di contenimento sviluppato negli ultimi anni dalla polizia, il cosiddetto kettling (il classico bollitore per il te, questo il soprannome nato negli anni per riferirsi alla strategia della polizia) rappresenta la razionale traduzione in pratica di questo discorso.

Se infatti nella seconda metà negli anni ’90 Reclaim the street aveva occupato le strade e trasformato lo spazio pubblico anonimo in spazio di affermazione politica – fino ai riot del Carnival against Capitalism nella city del J18-1999 - la strategia della polizia fin dal Mayday del 2001 è semplice.
Chiudere ogni via d’accesso all’area in cui è contenuta la manifestazione e cominciare a stringere i manifestanti fino a quando si troveranno gomito a gomito, senza possibilità di muoversi, come il bestiame nei recinti. Una volta ben stretto il recinto, la polizia si incarica di una violenza silenziosa ed estremamente efficace.

Mercoledì scorso dall’una del pomeriggio alle sette e mezzo di sera, nell’area di Bank - dove proprio verso le sette morirà Ian Tomlinson - più di cinquemila persone sono state rinchiuse in questa kettle per quasi sette ore, senz’acqua, senza cibo, senza bagni, senza possibilità di uscire.

Si chiedeva un giornalista del Guardian rimasto intrappolato mercoledì pomeriggio, nel suo pezzo sul futuro delle tecniche di polizia: “Questo significa che chiunque voglia andare a una manifestazione deve essere preparato ad essere detenuto per otto ore, identificato e fotografato? E, se queste tecniche continuano a essere utilizzate e raffinate, quanto tempo passerà prima che le manifestazioni diventino più cruente?”. E chiudeva l’articolo avvertendo: “The thing about kettles is that they do have a tendency to come to the boil.” Parafrasando, la caratteristica dei bollitori è che hanno una certa tendenza a scoppiare.

Dalle pagine dello stesso giornale, risponde John O’Connor, più affezionato agli interessi del capitale. Sostiene che, nonostante l’erosione della libertà civile sia un alto prezzo da pagare, il kettling è una buona soluzione per ridurre i danni alla proprietà privata (parole sue). E O’Connor ci racconta un altro aspetto interessante sulle nuove tattiche di polizia. Quando impiegate la prima volta nel 2001, queste tecniche erano state portate di fronte a una Corte, perché, nel nome della sicurezza, intrappolavano indiscriminatamente e illegalmente persone di ogni tipo, tanto chi esercitava legittimamente il proprio diritto a manifestare, come passanti e anonimi cittadini le cui libertà civili dovevano essere protette.

Queste pratiche sono state incluse però nei regolamenti legislativi contro il terrorismo – anche se la ragione logica sinceramente ci sfugge. È la stessa atmosfera legislativa, per intenderci, che ha portato alla morte di Jean Charles De Mendes, altro morto anonimo, lavoratore brasiliano, ucciso da un colpo a freddo della polizia nella metropolitana di Londra nel Luglio del 2005. E la settimana scorsa hanno causato quella di Ian Tomlinson, caricato e sbattuto violentemente a terra senza ragione, abbandonato a se stesso a pochi metri da medici poliziotti, dopo che i manifestanti accorsi ad aiutarlo erano stati caricati. Ecco quali sono le cause naturali che hanno provocato la loro morte: la amministrazione del dissenso da parte dello Stato.

Popolazione anonima, cause naturali, proprietà privata. Siamo riusciti a trovare dei sostantivi per gli aggettivi da cui eravamo partiti. Per sfuggire a questa trappola ciò che possiamo fare è continuare con maggior desiderio a costruire una collettività composta da differenze laddove il potere cerca di controllare e fissare i margini statistici di una popolazione anonima e uniforme. E ci sembra che, qui a Londra, si apra in questi giorni una possibilità importante: costruire insieme una narrazione comune non solo di ciò che è successo l’altro giorno, ma di quanto sta succedendo nelle nostre vite.
La prima affollata assemblea per ricostruire quanto accaduto a Ian Tomlinson è stata emozionante. Di fronte alle parole vuote della polizia e della stampa, ci siamo trovati di fronte a persone in carne e ossa che si sono alzate per dire ‘io c’ero’. Per raccontare che “l’ho visto e non ho saputo cosa fare”, “quel tizio sembrava ubriaco” e che “la polizia si è rifiutata di parlare con i medici” e “ci ha dispersi mentre cercavamo di aiutarlo” (vedi indymedia). Questa narrazione comune e viva comincia a prendere corpo dentro l’Inchiesta Indipendente lanciata dai movimenti giovedì pomeriggio e può diventare una importante linea di fuga dall’anonimato, in una metropoli vaga e solitaria come Londra, per costruire spazi non solo di analisi ma di diagnostico e decisione collettiva in cui aprire un territorio politico comune.

E’ il desiderio di un’ altra narrazione che puo’ aprire delle brecce nel racconto monolitico ed opprimente dei media, un desiderio che aveva gia’ cominciato a emergere nelle pratiche informali di assemblea e mobilitizazione precedenti ai giorni del G20. E proprio in questi luoghi emergono istanze di presa di parola, di messa in comune: il tentativo di dare visibilità e colore a un dissenso ancora difficile da articolare ma che denuncia la funzione oppressiva di proprieta privata e finanziaria, la mancanza di spazi autonomi in citta, che parla della casa come diritto e non come fonte speculazione, della necessita di riappropriarci del comune.

E’ un processo confuso e ancora inafferrabile quello che ha portato al grande concentramento alla Banca di Inghilterra, una composizione, una rabbia che nessuno ancora sembra in grado di decifrare, nessuno, dentro e fuori da questo strano "movimento" (di giovani? di precari? di una middle class proletarizzata che si ribella ai costi spietati e alla ossessione produttivista della metropoli?). Una linfa che aveva ricomincato a scorrere sotterranea attraverso i pochi spazi autonomi e le zone temporanee di "convergenza" aperte proprio in occasione della protesta.
Quegli spazi, normalmente semi vuoti o talmente marginali da perdersi invisibili nella griglia della capitale, nel giro di poche settimane si riattivano, diventano punto di riferimento, spazio di discussione, socialita e di incontro, o semplicemente acquisiscono un senso come luoghi fisici per accogliere i preparativi per le manifestazioni e il climate camp. Sono gli stessi spazi che propio nei giorni di mobilitazione sono stati obiettivo di raid da parte della polizia. Un’altra volta un intervetno nascosto e violento che, seguendo una strategia perversa di controllo e intimidazione, segue le tracce dei "protesters" lungo i tracciati della CCTV, arrivando fino alle porte del convergence centre o ai tetti dello squat storico RampArt e picchia, immobilizza, perquisisce e umilia senza distinzioni.

Discutendo con compagni italiani durante i cortei e le assemblee ci dicevamo come la violenza del G20 di Londra non e’ paragonabile a quella di genova 2001. Vero, ma le ultime immagini sulle circostanze della morte di Ian ci dicono forse qualcosa di nuovo sull’amministrazione poliziesca del dissenso, un’amministrazione sottile e scientifica, piu fredda e meno "brutale" di quella italiana, ma sicuramente altrettanto violenta. E’ un’ oppressione che prova a prevenire la possibilita di protesta, che criminalizza prima ancora che la soggettivita si esprima. Accerchia e attacca rendendo lo spazio collettivo spazio anonimo e la sensazione della rabbia intima e individuale. Una violenza che ti fa sentire solo, incapace di pensare un’azione collettiva, di pensare la piazza, la strada come territorio comune, nostro, da cui partire.

In questi giorni a Londra c’è il sole, ci sono assemblee, le parole scorrono e gli incontri sono possibili. Presto ricomincerà a piovere, già sappiamo che da queste parti è inevitabile! Però si tratta di continuare a muoversi, perché, come diceva Fabrizio De Andrè, fermi sotto la pioggia si corre il rischio di morire arrugginiti.