domenica 6 giugno 2010

Abbordata e dirottata in Israele la nave "Rachel Corrie" ultima della Freedom Flottilla


Le forze armate israeliane sono salite questa mattina all'alba a bordo della nave irlandese Rachel Corrie diretta a Gaza.Lo ha comunicato direttamente l'esercito israeliano. Dopo che la nave non aveva risposto alle intimazioni di blocco ordinate via radio dalla marina israeliana, è scattato l'abbordaggio.  E' avvenuto senza incontrare resistenza. Secondo quanto intimato dalle autorità militari, gli attivisti si sono concentrati sul ponte, inginocchiati. Le truppe d'assalto, dopo aver preso il controllo dell'imbarcazione, hanno dirottato la nave della Freedom Flotilla verso il porto israeliano di Ashdod, impedendole di raggiungere direttamente la Striscia di Gaza, dove gli attivisti volevano scaricare gli aiuti umanitari. La Rachel Corrie è stata circondata da tre navi da guerra.

Un altro show dei pirati israeliani, questa volta – almeno - senza vittime dopo i nove morti del cruento abbordaggio alla nave turca «Mavi Marmara» (le autopsie dei cadaveri in Turchia rivelano che molti sono stati finiti con un colpo di grazia alla nuca). Ieri mattina le unità militari israeliane hanno preso d’assalto la nave irlandese «Rachel Corrie», la pacifista Usa volutamente schiacciata da un bulldozer israeliano nel 2003 mentre protestava contro la demolizione di case palestinesi a Gaza. Partita da Malta con un carico di aiuti per la popolazione della Striscia, sotto assedio israeliano da 5 anni (ben prima che Israele trovasse il pretesto Hamas): medicinali, sedie a rotelle, giochi per i bambini, cemento (la cui entrata nella Striscia è proibita dagli israeliani in quanto potrebbero servire a Hamas «per scopi militari»), la nave di 1200 tonnellate del Free Gaza Movement è stata abbordata a circa 30 miglia dalla costa palestinese, e dunque in acque internazionali, dopo aver ignorato a più riprese le ingiunzioni delle unità israeliane di cambiare rotta e dirigersi verso il porto di Ashdod, in Israele. A bordo, oltre all’equipaggio, c’erano a quanto si sa almeno 11 pacifisti, fra irlandesi - Mairread Corrigan Maguire, Nobel per la pace, e il diplomatico Denis Haliday, ex-consigliere del segretario generale dell’Onu – e malaysiani. Nessuno di loro ha opposto resistenza all’attacco dei pirati e nessuno di loro, finora, ha rilasciasto dichiarazioni. Ma ha parlato per loro Greta Berlin, portavoce del Free Gaza Movement, affermando che l’assalto israeliano alla nave «è un’altra vergogna che va ad aggiungersi ai 9 uccisi» sulla «Mavi Marmara». La «Rachel Corrie», dopo il sequestro, è stata dirottata su Ashdod, in Israele, dove i pacifisti sono stati identificati e «interrogati», e il carico «ispezionato» prima di essere trasferito a Gaza via terra dagli israeliani stessi (ci crediamo?), un modo di inoltrare gli aiuti che la stessa amministrazione Usa – pur auspicando che la «Rachel Corrie» accettasse il diktat israeliano di dirigere su Ashdod – ha definito «insostenibile». Lo scandalo internazionale provocato da Israele – e il suo isolamento sempre più suicida - dopo il massacro sulla «Marmara», ha spinto il premier Benjamin Netanyhau a una dichiarazione che puzza lontano un miglio di ipocrisia: «Oggi abbiamo visto la differenza fra una nave di attivisti pacifisti, con i quali non siamo d’accordo ma di cui rispettiamo il diritto a una opinione diversa dalla nostra, e una nave d’odio organizzata da violenti “terror extremists” turchi». La penosa giustificazione avanzata dagli israeliani per il massacro di lunedì si fondava sull’ovvio e sacrosanto tentativo di resistenza all’attacco dei commandos da parte di alcuni dei turchi che erano a bordo della «Marmara». Militanti che Netanyhau, Baraq, Peres e via elencando hanno definito «terroristi», «mercenari», «qaedisti», ecc. Definizioni a cui Avigdor Lieberman, l’iper-razzista ministro degli esteri israeliano, ha aggiunto l’ultima: amici e alleati della «guerriglia cecena». Ma nonostante i pelosi distinguo tentati da Netanyhau fra il caso della «Marmara» e quello della «Rachel Corrie», e le sue professioni di «rispetto» per i pacifisti «buoni», l’interpretazione autentica delle autorità dello Stato di Israele (tutte, senza distinzione) è in tutta evidenza quella data ieri dal portavoce del governo Mark Regev: il Free Gaza Movement e i suoi adepti sono «ipocriti» perché «mentre usano un linguaggio di diritti umani nella loro propaganda, si sono buttati nelle braccia del regime di Hamas che non ha nessun rispetto per i diritti umani». Israele, un paese in stato confusionale, come scriveva l’altro giorno sul «manifesto» Zvi Schuldiner. E quindi sempre più pericoloso.

di Maurizio Matteuzzi  
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