giovedì 18 novembre 2010

Cancun siamo noi, qui e ora

A dicembre a Cancun, in Messico, si discute di clima nella conferenza Cop- 16 delle Nazioni Unite. Un'occasione per i movimenti che immaginano una società diversa e che vogliono difendere i beni comuni naturali e il comune artificiale.

di Luca Tornatore

 A dicembre a Cancun si svolgerà il COP-16, la sedicesima «conferenza delle parti» delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Così come a Copenhagen e nei precedenti rounds, in Messico l’oggetto della discussione sarà sostanzialmente la governance dell’energia. Si tratterà, attraverso l’architettura di un nuovo mercato delle emissioni [Kyoto va in scadenza senza aver ottenuto altro risultato che un fiorente commercio di crediti di CO-2 equivalente], di stabilire gli equilibri che determineranno chi, come, dove, quando e quanto potrà produrre energia, e appropriandosi di quali sorgenti primarie.

 Parallelamente, si tratterà di ri-stabilire le quote relative di possesso del diritto di inquinare, devastare, predare le risorse e utilizzarle per quella stessa razionalità produttiva che ha prodotto, e sta intensificando, la più profonda ed estesa crisi ecologica e sociale che l’umanità abbia mai conosciuto. Che non abbia nome, o che si chiami green economy, la turboproduzione necessita di una accumulazione esponenziale e non può fare a meno, per sua natura, di invadere ogni spazio, esaurire ogni risorsa, piegare le necessità della vita – umana o meno – alle sue proprie necessità. Il logòs della narrazione che tesse il comando a cui il bios è sottoposto oggi a livello globale non è in discussione, nel COP-16.
E tuttavia, Cancun, per noi e per milioni di donne e uomini in tutto il mondo, non è un luogo, né un singolo momento. Cancun è un «d’ora in poi», il «luogo comune» dove vogliamo costruire la possibilità per tutti e per ciascuno di vivere in giustizia e dignità.
Ciò di cui abbiamo bisogno, ciò che desideriamo, ciò che meritiamo è una società diversa, che si sviluppa non intorno all’imperativo della produzione ma piuttosto della generazione, che non vuole consumare ma godere, che non vuole predare e appropriarsi ma condividere, istituendo e re-istituendo il comune ogni giorno, dovunque, a chi e a ciò che vive intorno. Una società il cui fine è la vita, libera, potente, generante e ri-generante, integra e originaria nel suo diritto generalizzato e orizzontale di accesso al comune, al bios, a ciò che rende possibile e godibile la vita stessa.
Di ciò ci parla l’accordo uscito dall’assemblea di Cochabamba, e noi accogliamo e riconosciamo questo desiderio e diritto comune. Di ciò parla il nuovo movimento per la giustizia globale, ecologica e sociale che è nato a Copenhagen, e cammina verso Cancun e oltre: del fatto che la radice profonda della crisi che abbiamo di fronte, che invade le nostre vite ogni giorno in mille modi diversi, sta nel fatto che la vita in ogni sua singola molecola è sottoposta, comandata dalla razionalità della produzione, un’accumulazione di ricchezza che, oltretutto, non ci appartiene mai. Piuttosto, fa di noi e di tutto il mondo dei «banditi»: banditi dall’accesso a ciò che rende la vita libera, dignitosa, autonoma, alle volte addirittura soltanto possibile. A partire dal nostro «stato di salute», la cui definizione è un campo di battaglia ed è individuato nella nostra capacità di partecipare al processo di accumulazione, sia nel fornire lavoro vivo, consumo, supporto ai desideri, sia nel ricadere entro i processi di cura e disciplina.
Parallelamente, per l’ecosistema, lo «stato di salute» coincide con la capacità di continuare a fornire i servizi essenziali che assicurano la riproduzione delle condizioni e dei beni comuni necessari alla vita e quindi alla produzione. Il ciclo e la purificazione dell’acqua e dell’aria, la regolazione delle risorse idriche e le mitigazioni climatiche, la produzione di cibo e la biodiversità, sono solo alcuni di questi «servizi» che vengono gratuitamente forniti dagli ecosistemi locali e dal pianeta. Ad essi si aggiunge la capacità essenziale di riassorbire e diluire gli scarti metabolici di processi produttivi che costitutivamente si sono sviluppati assumendo la disponibilità infinita di tale capacità, includendo intrinsecamente il rifiuto come prodotto terminale e affidando all’ecosistema lo stoccaggio e la diluizione dei composti tossici necessari ai cicli.
La potenza tecnologica dispiegata nei processi produttivi ha accresciuto a dismisura la pressione antropica ad ogni scala, inserendosi in profondità nei meccanismi biologici [ad esempio con gli ogm, o con innumerevoli composti chimici] e fisici [ad esempio modificando la composizione chimica dell’atmosfera], dilatandone la scala spaziale all’intero pianeta e proiettandola per centinaia o migliaia di anni nel futuro. Una potenza tecnologica governata, di fatto, dalla ricerca della massima e immediata profittabilità più che del massimo vantaggio per tutti e ciascuno [equilibri ecologici compresi].
Questa disponibilità della «capacità di vita», dell’insieme del comune naturale e del «comune artificiale» delle idee, dei saperi, dei desideri, è diventata la principale condizione e il principale fattore produttivo, e le qualità della sua captazione si traducono nella qualità del nostro assoggettamento individuale e globale.
Si tratta della più grossa accumulazione originaria che abbiamo di fronte.
Il movimento per la giustizia ecologica parla delle radici profonde di questo attacco generale al vivente, perché non c’è una possibilità di vita separata artificialmente dall’ecosistema globale, che la garantisce per tutti o per nessuno.
L’orizzonte possibile, necessario e generatore di nuove prospettive è la costruzione del «comune». Andare a Cancun significa quindi esserci già, significa raccogliere ogni storia di conflitto e di costruzione del comune della propria terra, potenziandole in una costruzione corale. Cancun, come ci ricorda Via Campesina, è già qui ed ora: è nella crisi che viviamo ogni giorno, è su ogni tetto battuto dal sole, in ogni falda e corso d’acqua. È nelle lotte per riprendersi la terra, per bandire gli ogm, verso la sovranità alimentare e un’agricoltura di prossimità, in quelle per le bonifiche dai veleni e per esigere che il debito climatico ed ecologico sia ripagato ovunque. Cancun è nella difesa dell’acqua da chi la vuole trasformare in una merce, è nelle mobilitazioni per dire no al nucleare e perché l’energia diffusa non sia una proprietà né pubblica né privata, ma un bene comune a cui attingere e di cui aver cura, al riparo dalle logiche di sfruttamento e produzione. Cancun è nella consapevolezza che volere reddito, affermare che la crisi non la vogliamo pagare noi, in nessun modo, significa interrogarsi fino in fondo su come si lavora e su cosa si produce.
Cancun è già nelle lotte sociali per la sottrazione della vita alla logica dell’accumulazione e del profitto e della precarietà, che consiste nel ritenere che la vita intera [fino al suo dna] sia a disposizione dei tempi e delle necessità dell’accumulazione di ricchezza [altrui], corrompendo il carattere stupendo dell’essere umano, riducendoci a una nuvola di atomi in collisione, in competizione l’uno contro l’altro.
Andare a Cancun significa affermare con forza che è finito il tempo in cui si accetta il dominio della produzione, perché – oltre alla devastazione ecologica e alle sue conseguenze – ciò genera il dominio sulle relazioni e sui nessi sociali, determina quella microfisica del potere «in quei processi continui ed ininterrotti che assoggettano i corpi, dirigono i gesti, reggono i comportamenti». La vita nel suo desiderio, nella sua qualità, nelle relazioni che abbiamo gli uni con altri, non è più disponibile.