sabato 30 ottobre 2010

Cile - L’invasione idroelettrica

Enel spa attraverso l’Endesa ha concessioni sull’80% dell’acqua del paese e controlla il 92% dell’energia

L’ideale di sviluppo capitalista che ci è stato imposto dal potere e introdotto con la dialettica del consumismo e della superproduzione ha come prerogativa riempire le tasche di coloro che hanno tutto e non si accontentano mai, in una convulsa ricerca di accumulare sempre di più.
I padroni del mondo guadagnano con tutto, allo sfruttamento del genere umano e alla distruzione dell’ambiente in tutto il mondo si somma la violazione sistematica dei diritti umani e ambientali. Questa logica del consumismo e della superproduzione è la base che alimenta la fame di capitale dei potenti e il saccheggio del pianeta. Nell’invadere immensi territori con i loro ambiziosi megaprogetti produttivi impongono alla gente un ecosistema con conseguenze semplicemente devastanti.
In tutto questo l’energia è il motore che fa funzionare il 
macchinario capitalista ed è per questo che il settore energetico si è trasformato in un vantaggioso affare rivolto
fondamentalmente ad alimentare le necessità energetiche delle  grandi multinazionali che si sono istallate nel terzo mondo, dove la legislazione ambientale e sul lavoro sono solo un’operazione estetica e dove godono della protezione di governi servili al potere economico mondiale.

L’impresa a capitale norvegese Sn-Power, per esempio, ha la  totalità dei suoi progetti energetici nell’emisfero sud (Perù, Cile, Uganda, Mozambico, India, Sri Lanka, Nepal, Filippine), la  multinazionale Endesa S.A. controllata dall’Enel è la maggiore  impresa di produzione di energia elettrica dell’America Latina,  presente in Argentina, Brasile, Cile, Colombia e Perù, gestisce  55 centrali idroelettriche per una potenza installata di 15.853  MW
In Cile l’argomento era molto diverso, ma con la scusa della  supposta crisi energetica il governo assieme all’impresariato  hanno definito il tema energetico come il problema-paese così,  assieme a diversi organismi statali (Conama, Sec), hanno dato  via libera a una ventina di progetti idroelettrici all’interno del  paese, senza tener conto delle conseguenze al territorio, popoli  ed ecosistema.
Le imprese interessate ai progetti sono: Gener, Pacific Hydro,  SN Power Chile, Colbùn, Hydroaysen s.a., e in gran parte  Endesa. Ci sono poi altri progetti di minor portata inerenti  all’energia geotermica concessi sempre alle stesse ditte che  sono potenziali progetti idroelettrici.
L’origine di questa situazione, derivata dalla dittatura e  mantenuta e potenziata dai governi di centro sinistra, si deve in parte ad una legislazione fatta per il saccheggio, il ’Codigo de Aguas’ del 1981 che privatizza un bene pubblico al miglior offerente perché guadagni con una risorsa naturale fondamentale di tutti.
  Endesa, privatizzata nel 1988 e poi venduta alla Spagna   è           un caso   particolare. Ha i diritti più o meno sull’80% dell’acqua del paese e controlla con le sue centrali idrauliche e termiche circa il 92% dell’energia.
  Sta lavorando a progetti di sbarramenti nei fiumi Baker e Pascua,    nella Patagonia cilena, con annessa costruzione dell’elettrodotto più lungo del mondo per portare l’energia alle fabbriche dei dintorni di Santiago e alle imprese minerarie nel deserto di Atacama.
Il grande stimolo che sprona questi mega progetti energetici è proprio l’invasione delle attività estrattive, con progetti minerari da ambo i lati della cordigliera delle Ande che vedono attraversare la colonna vertebrale del continente. Un’attività che sta crescendo al frenetico ritmo del 6% annuo, l’estrazione mineraria è l’attività produttiva più inquinante e, proporzionalmente ai guadagni, è quella che lascia meno denaro al paese, consumando il 40% del Sistema Interconectado Central (SIC), la maggiore delle 4 reti che distribuiscono energia in Cile, nessun altro settore produttivo consuma tanta energia. Il consumo civile raggiunge appena il 16,5% del S.I.C.. A chi serve l’energia allora?
Conseguenze
Fra le molteplici conseguenze del forzare il percorso dell’acqua, abbiamo l’annientamento dell’ecosistema e l’emigrazione delle specie e alcuni casi di estinzione dovute al cambio radicale della loro vita provocato dalle inondazioni e dall’incremento della temperatura dell’acqua di risulta, la perdita di terreno produttivo e di attività economiche sostenibili nel territorio come agricoltura e turismo.
L’alterazione irreversibile degli invasi idrografici con conseguenze ancora ignote, il deterioramento della qualità dell’acqua, l’inondazione di siti di interesse archeologico, la perdita di siti di valore culturale e spirituale, la ricollocazione forzata di paesi e comunità, la riduzione drastica del livello di qualità della vita della gente ricollocata, sviluppo di malattie come cancro e leucemia prodotte dell’esposizione a fenomeni elettrici per i soggetti che vivono nelle vicinanze degli elettrodotti, malattie relazionate all’utilizzo dell’acqua, disagio sociale per l’invasione di gente estranea nel territorio durante la costruzione delle dighe.
Contributo al riscaldamento globale valutato dalla Commissione Mondiale Dighe nel 5%, dovuto ai sedimenti generati del rallentamento del flusso dell’acqua che decomponendosi liberano nell’atmosfera biossido di carbonio e metano, quest’ultimo causa inoltre dell’alterazione del ph dell’acqua.
Poi inondazioni a valle della diga, come è successo nel 2006 nell’Alto Bio Bio con la centrale Pangue di Endesa, la quale per far fronte alle piene per le intense piogge aprì le porte inondando paesi e comunità e causando una decina di morti; azione che Endesa non ha mai riconosciuto come propria responsabilità con la complicità dello stato che non ha mai preso nessuna posizione in merito.