domenica 10 ottobre 2010

Cina - Il Nobel a Liu Xiaobou: una benvenuta «oscenità»

di Angela Pascucci

Quel che i governanti cinesi hanno cercato fino all'ultimo di evitare è infine accaduto: il Nobel per la pace 2010 è stato assegnato a Liu Xiaobo, il dissidente condannato a 11 anni per «incitamento alla sovversione dei poteri dello stato». Sua massima colpa, oltre a una vita da spina nel fianco del regime, l'aver partecipato all'estensione di Charta 08, un lungo documento stilato nel dicembre del 2008 in occasione del 60esimo anniversario delle Dichiarazione dei diritti dell'uomo, considerato ormai il manifesto ufficiale del riformismo liberale cinese. A nulla sono valsi gli argomenti di Pechino che definisce la decisione di Oslo «un'oscenità» e sostiene che premiarlo è contrario ai principi del fondatore del Nobel, essendo Liu un criminale che non coltiva la pace, l'amicizia fra i popoli e il disarmo.
Nel vuoto sono cadute anche le minacce, rivolte alla Norvegia, di un deterioramento dei rapporti. Lo schiaffo è arrivato, probabilmente più forte di quello inflitto nel 1989, quando ad essere insignito fu il Dalai Lama. Più forte perché inatteso. Ventuno anni fa la scia di sangue lasciata dal massacro di Tian'Anmen non si era ancora asciugata, la Cina era isolata, palesemente debole e nell'angolo. Oggi la situazione è radicalmente cambiata. La tremenda violenza di allora è stata condonata e giustificata da 20 anni di straordinari successi economici, il ruolo internazionale del paese è cresciuto tanto da farne un attore fondamentale su tutti gli scacchieri che contano. E tuttavia i vertici cinesi devono ancora una volta verificare, con una pesante «perdita di faccia», che la potenza economica, unita a un'offensiva di «charme» senza precedenti in atto da qualche tempo, non bastano e il «soft» power ha ancora molta strada da fare. Il colmo dell'insulto, nell'ottica dei governanti cinesi, potrebbe venire proprio dalle motivazioni dell'assegnazione.Che prende atto della grande capacità della Cina di aver raggiunto «risultati economici difficilmente eguagliabili nella storia» e il paese «è oggi la seconda economia più grande del mondo; centinaia di milioni di persone sono state sottratte alla povertà. Anche le possibilità di partecipazione politica sono state ampliate». Tutto questo, prosegue il testo della motivazione «deve comportare una maggiore responsabilità». Ma si riconosce che l'articolo 35 della Costituzione cinese sancisce che «i cittadini della Repubblica popolare cinese godono della libertà di espressione, di stampa, di assemblea, di associazione, di corteo e di manifestazione». Esponendo così una delle grandi contraddizioni cinesi dell'oggi, lo scarto tra la legge formale e la sua attuazione sostanziale, che costituisce uno degli elementi più interessanti delle dinamiche sociali oggi in atto in Cina. Perché le contraddizioni agiscono in profondità nella società sempre più articolata di questo gigante in corsa. Il Nobel per la pace a Liu Xiaobo è benvenuto, per la speranza di liberazione che porta e la giusta punizione che infligge alla parte peggiore di un regime che risponde con una condanna infame a un documento politico sottoscritto da migliaia di persone che pone problemi cruciali; più complicato è capire se l'effetto che avrà sulla maggioranza dei cinesi spingerà verso l'evoluzione auspicata.La crisi globale ha esasperato gli animi e le soluzioni per uscirne stanno imboccando la strada cieca del si salvi chi può. Il premier Wen Jiabao ha sperimentato nel suo viaggio in Europa (tranne la luna di miele con Berlusconi in Italia) un'alzata di scudi contro la Cina, accusata di manipolare la propria moneta (e la lista di chi gioca la carta della svalutazione si allunga ogni giorno). Una settimana prima era stata la Camera dei rappresentanti Usa, in vista del voto di mid term, a passare una legge che impone dazi sulle merci cinesi per bilanciare lo yuan sottovalutato. Dalle due sponde dell'Atlantico è arrivato ieri un osanna al Nobel. Obama, controverso Nobel del 2009, ha chiesto a Pechino di rilasciare quanto prima Liu Xiaobo, affermando che l'assegnazione «ci ricorda che la riforma politica non è iniziata e che i diritti umani basilari di ogni uomo, donna e bambino devono essere rispettati». Un'altra lezione alla Cina: la questione dei diritti umani può essere cancellata dalle agende ufficiali, per opportunismo e opportunità, ma ricomparirà come un convitato di pietra nei momenti in cui ciò farà comodo, soprattutto se sono altri a sollevarla. Il nuovo orgoglio cinese potrebbe pensare a un singolare tempismo dei diversi eventi. Non sarebbe comunque difficile farglielo credere.Resta un ultimo interrogativo, sugli effetti di questo Nobel all'interno degli attuali equilibri politici cinesi. Da qualche settimana si è aperto un acceso dibattito sulle ultime prese di posizione del premier cinese Wen Jiabao in favore di una riforma del sistema politico e della garanzia dei diritti dei cittadini. La questione sta rivelando una spaccatura all'interno del partito che già si prepara al Congresso del 2012, nel quale sarà sancito un nuovo, cruciale cambio di leadership. Lo scontro è aperto tra la «democrazia del dollaro» e la democrazia «con caratteristiche cinesi». Ben venga il Nobel a Liu Xiaobo, ma l'Occidente eviti il tifo interessato e le invasioni di campo. Il futuro della Cina ci riguarda tutti.

Tratto da: Il Manifesto