mercoledì 27 ottobre 2010

Usa - A Las Vegas il piatto piange


Las Vegasdi Marco D'Eramo

La città del gioco d'azzardo, che ha fatto del turismo un'industria, è la più sindacalizzata degli Usa. Ma la crisi colpisce duro, il tasso di disoccupazione è il più alto d'America. Qui si vede bene che il voto di metà mandato si gioca sul lavoro: gli iscritti al sindacato, i neri, i latinos che votarono per Obama sono frustrati. L'astensione incombe. Così una candidata «Tea party» che sull'economia balbetta tiene testa al democratico Harry Reid, presidente del Senato.Un mistero aleggia sulla campagna elettorale in Nevada. È inspiegabile infatti come la candidata repubblicana al Senato, l'esponente del movimento Tea Party Sharron Angle, non sia distaccata nei sondaggi di almeno trenta punti dal suo avversario, il senatore uscente e presidente del Senato, il democratico mormone Harry Reid (vedi il post precedente).
Sharron Angle accumula una gaffe dopo l'altra, offende a destra e a manca (l'ultima sua uscita con un gruppo di studenti latinos è che lei li confonde con gli asiatici: «vi somigliate tanto»), s'impappina appena parla di economia quando deve andare al di là dell'idea che il libero mercato risolve tutto e che le tasse non dovrebbero proprio esistere. È ricattabile perché attacca la Social Security, quando suo marito è un pensionato statale che gode (con lei) di tutti i benefici delle reti di sicurezza statali. Non ha neanche l'aggressiva procacia di una Sarah Palin che tanto fa sognare (inspiegabilmente) i maschietti americani. Per di più, la sua candidatura ha spaccato il partito repubblicano e, paradossalmente, anche il Tea Party (vedi qui sotto).Con le relazioni intessute in 24 anni di presidenza al Senato (più quattro alla Camera), Harry Reid dovrebbe surclassarla alla grande. E invece niente: i sondaggi li vedono sempre appaiati, testa a testa. Il crollo di Reid avrebbe un'enorme portata simbolica, proprio perché lui è il leader della maggioranza democratica al Senato. Solo Nancy Pelosi (la presidente della Camera) e naturalmente il presidente Barack Obama sono più odiati di lui dai repubblicani.

Un politicante di lungo corso
La situazione è tanto seria che Bill Clinton è già venuto in suo soccorso a fare campagna in Nevada (Clinton è a tutt'oggi l'uomo politico più popolare d'America). E ieri anche il vicepresidente Joe Biden è volato a dare man forte nello «stato d'argento» (così è indicato sulle targhe automobilistiche il Nevada): è significativo che i candidati in pericolo preferiscano l'aiuto di Clinton e Biden a quello di Obama.Una parte del mistero è spiegata dalla figura dello stesso Harry Reid, che sintetizza in sé tutti i luoghi comuni sul politicante di lungo corso, intrallazzone e specialista di pastette sottobanco. E certo non può essere un chierichetto il rappresentante politico dei Casinò di Las Vegas (all'inizio della sua carriera Reid è stato per quattro anni, dal 1977 al 1981 Presidente della Commissione dello Stato del Nevada sul Gioco d'azzardo). Né gli giova che proprio quest'anno suo figlio si presenti come candidato alla carica di governatore del Nevada, accreditando l'immagine della corrotta dinastia politica (ma nei sondaggi il giovane Rory Reid è staccatissimo dal suo rivale Brian Sandoval: la famiglia rischia una doppia ingloriosa disfatta). Da questo punto di vista Sharron Angle sta riuscendo a far diventare l'elezione in Nevada un referendum su Harry Reid. Eppure Reid è ancora in corsa. Nonostante se stesso, e nonostante la tragica situazione economica di Las Vegas e del Nevada.  

La Manchester del postmoderno
«Non puoi sapere quanto è frustrata la gente. Ha perso lavoro, non ne trova un altro, la casa è pignorata, non vede via d'uscita» mi dice al telefono Amber Lopez-Alsater, una dirigente della Seiu (Service Employees International Union), il potente sindacato degli ospedalieri e dei dipendenti pubblici che qui ha 17.500 iscritti. Già, perché Las Vegas è oggi la città più sindacalizzata d'America, la Manchester del postmoderno. Come nell'800 Manchester aveva fatto della tessitura un'industria, così nel secondo '900 Las Vegas ha fatto del turismo un'industria, con le sue megafabbriche, le economie di scala, la taylorizzazione e la catena fordista dello svago. Nata dal niente, in pieno deserto, in meno di 70 anni Vegas (come è chiamata familiarmente qui) è diventata una città di 1,9 milioni di abitanti che nel 2007 (anno di punta prima della crisi) ha accolto 40 milioni di visitatori (per avere un'idea, Venezia nel 2007 ha accolto 3,6 milioni di turisti pernottanti). «Per 20 anni la crescita di Las Vegas era stata a prova di recessione: la crisi arriva qui sempre in ritardo rispetto ad altrove, ma prima questo ritardo bastava a far sì che altrove la ripresa fosse già cominciata» mi dice Cara Roberts, responsabile dell'Ufficio stampa della Camera di Commercio di Las Vegas: «Da noi c'è sempre stata penuria di mano d'opera. E invece, all'improvviso siamo stati colpiti da due stangate successive. Come in Arizona, anche qui la bolla immobiliare si è gonfiata a dismisura nei primi anni del 2000. L'edilizia contava per il 12-13% della forza lavoro occupata, quando normalmente dovrebbe fare il 5-6%. Su questa bolla si è abbattuta la crisi dei mutui subprime. Il mercato immobiliare si è fermato, l'edilizia si è bloccata. Come se non bastasse, è poi arrivata la recessione generalizzata del 2008. Abbiamo perso 170.000 posti di lavoro. Oggi Las Vegas è la città americana col più alto tasso di disoccupazione» (è il 14.7 %, quando tre anni fa era del 4.7%, ndr). Oggi ci sono 142.000 disoccupati su 896.000 occupati.
«Le imprese hanno cominciato a tagliare le spese di viaggio, anche noi della Camera di Commercio abbiamo del tutto abolito i viaggi. Tutto il turismo è andato a picco: da 40 milioni, i visitatori sono scesi a 36 milioni, che hanno speso 6 miliardi di dollari in meno. I giocatori hanno puntato due miliardi di dollari in meno.
I partecipanti ai congressi e alle Conventions, che costituivano un sesto di tutti gli arrivi e un quinto di tutti gli introiti, sono calati del 30%: da 6,3 a 4,4 milioni. E naturalmente la crisi si è estesa a tutti gli altri settori, a valanga. Da noi il tasso di pignoramenti è il più alto d'America, dopo quello della Florida». In Florida il tasso di case sequestrate per morosità del mutuo è del 14,04%, in Nevada è del 10,33. Seguono distanziate, ma di parecchio (sotto il 7%) Arizona, California, Illinois, Ohio e Maine: negli Usa i pignoramenti sono un dramma sociale di dimensione sconosciuta in Italia, dove si procede all'esproprio della casa solo in casi eccezionali e solo dopo interminabili procedure. Qui invece il mercato opera con brutalità istantanea, la gente si ritrova letteralmente senza casa dall'oggi all'indomani.«La crisi immobiliare ha un effetto drammatico sul latitare della ripresa», spiega Cara Roberts: «Prima il piccolo imprenditore che voleva investire andava in banca e dava la casa a garanzia del prestito. Ma oggi le case valgono meno dei mutui a cui sono ipotecate, e perciò non offrono nessuna garanzia. Ecco perché le banche sono riluttanti a prestare: tutti gli hanno ripetuto fino alla nausea che la crisi è dovuta alla loro manica larga nel concedere prestiti, e ora gli chiedono di prestare soldi senza garanzia! Ma se le banche non prestano, i piccoli imprenditori non possono assumere, e s'instaura un circolo vizioso. Adesso c'è una leggera ripresa nel numero di visitatori, ma restano meno notti e spendono di meno. Tutti devono ridimensionarsi (downsize). Anche noi alla Camera di commercio ci siamo ridimensionati e abbiamo licenziato».Il Nevada è la dimostrazione di quel che tutti gli osservatori avevamo previsto, e cioè che l'esito di queste elezioni di metà mandato (ma più in generale tutto il destino politico di Barack Obama) si sarebbe giocato sulla disoccupazione. Obama sostiene - a ragione - che, senza la sua azione, i disoccupati oggi sarebbero molti di più, ma questo non consola affatto quel 14,8 milioni di americani che non hanno lavoro (9.6%) e quegli altri 5,5 milioni che non sono inclusi in questa cifra, ma solo perché hanno perso ogni speranza e hanno smesso di cercare lavoro, né gli altri 8 milioni sotto-occupati. Ed è vero che la responsabilità della crisi ricade sulla gestione Bush, ma ormai sono due anni che i democratici hanno la maggioranza e la presidenza, e le cose sono peggiorate proprio in questo biennio. Oggi sono i repubblicani che invocano «il cambiamento». Sono loro a sfottere il «We can» di Obama nel cantare «We will». Così oggi anche i membri del sindacato di Amber Lopez-Alsater «sono frustrati nei confronti di Obama. Non arrivano a pagare le bollette, non possono pagare la scuola per i figli». 

L'incognita dei latinos
Ma il sindacato Seiu è relativamente protetto: i suoi sono dipendenti pubblici. Quello che è stato davvero mazzolato è il sindacato Culinary, che aveva fatto la storia e la leggenda della lotta di classe a Vegas: è il sindacato che, grazie alle dimensioni industriali dei Casinò (ormai ogni casinò grande ha dai 3.000 ai 6.000 dipendenti) è riuscito là dove tanti altri sindacati nel mondo hanno fallito: a sindacalizzare i lavoratori immigrati (spesso clandestini) del terziario arretrato (servitori, lavapiatti, uscieri, sguatteri, cuochi...). Qui, al New Frontier, dal 1991 al 1998 c'era stato lo sciopero più lungo della storia americana, durato sei anni, quattro mesi e undici giorni. Due anni fa avevo parlato a lungo con gli esponenti del Culinary: ma quest'anno si rifiutano di parlare, sono rinchiusi a riccio, a dimostrazione di quanto vanno male le cose. Il che lascia l'incognita del voto dei latinos che due anni fa era stato determinante per Obama.Come sempre negli Usa, l'elezione dipende da quale partito ha meno assenteisti. Decide il partito di chi resta a casa. E oggi i democratici sono sfiduciati perché prevedono un forte tasso di astensione tra i propri progressisti, i liberal, e tra i neri (che nel 2008 avevano dato il contributo decisivo alla vittoria di Obama). «Ma noi stiamo lavorando duro», dice Amber: «I nostri membri capiscono che se vince Angle è una tragedia per il Nevada e per gli Stati uniti. Abbiamo tutti questi giorni fino al 2 novembre per portare i nostri alle urne, per farli votare. Il voto si deciderà sul filo».Già, perché qui, come in molti altri stati, gli elettori hanno già cominciato a votare da sabato. Si chiama l'early voting, il voto anticipato. Circa la metà degli 1,1 milioni di elettori del Nevada aventi diritto vota anticipatamente. Perciò la battaglia sull'astensione è già cominciata nei seggi. Come anche quella contro le frodi elettorali.Oltre all'impopolarità di Harry Reid però, e oltre al dramma della disoccupazione, vi è un terzo fattore che gioca a favore dei Tea Party, un fattore che nessuno nomina. Ed è il denaro. È proprio così spontaneo come sembra questo movimento dell'antipolitica? O vi è chi lo usa, chi lo canalizza, chi lo alimenta e chi lo orienta? Lo vedremo nella prossima puntata.