martedì 7 dicembre 2010

Agenda Cancun - A la calle

Cancun - anticop-anticap

6 dicembre 2010

Il Campamento di Via Campesina – dove si svolge il Foro Global Por la Vida y la Justicia Ambiental y Social – è per definizione colorato e piuttosto rumoroso; ma, questa mattina, i suoni e la pluralità cromatica hanno raggiunto livelli ben maggiori delle giornate passate: tra le tende, infatti, sono arrivate le delegazioni boliviane, con i propri abiti tipici e, soprattutto, i propri strumenti musicali. Succede che, tra un intervento e l'altro, scatta la musica, con campesinos e indigeni che accompagnano attraverso il battito delle mani le note boliviane e intonano cori. Un clima che, a più riprese, coinvolge anche i tanti relatori e i rappresentanti delle comunità locali venuti a raccontare la propria esperienza, facendo si che gli interventi diventino un intreccio di riflessioni e slogan collettivi.
A Cancun è stata un'altra giornata di mobilitazione; da una parte le sessioni di discussione dei due Forum organizzati in città – quello di Via Campesina e Dialogo Climatico, quest'ultimo partecipato soprattutto da Ong e associazioni – e dall'altro la manifestazione comunicativa lanciata in serata da “Anti Cap – Anti Cop” - un collettivo formato soprattutto da giovani – che ha attraversato entrambi gli spazi di discussione e ha bloccato a lungo alcune importanti arterie cittadine, per concludersi davanti a un enorme cordone di poliziotti in assetto antisommossa che gli sbarrava minacciosamente la strada verso l'ente governativo sull'ambiente.
Nonostante l'apparente tranquillità di una città che vive di turismo, infatti, Cancun è fortemente militarizzata, con trentamila uomini dei diversi corpi di polizia messicani che la pattugliano costantemente con i mitra montati sui pk e posti di controllo in ogni luogo considerato sensibile. Già la scorsa settimana, del resto, le forze dell'ordine avevano montato le barriere in metallo lungo le strade di accesso all'area che ospita il Cop 16 prendendo di fatto possesso della città.
Quello che ospita il vertice climatico, del resto, è un paese nel quale la militarizzazione del territorio è tragicamente quotidiana. La cosidetta "guerra al narcotraffico", innervata con i livelli istituzionali di ogni grado e colore politico, ha reso ben evidente la presenza dei cartelli del narcotraffico, che controllano parti importanti del territorio messicano e che, a quanto si dice, posseggono una quantità di armi due volte superiore a quella dell'esercito. Una situazione che ha coinvolto le comunità locali in una spirale di violenza generalizzata che vede come attori i sicari del narco, protagonisti di una sorta di giustizia marziale, e l'esercito e le forze di polizia che si abbandonano alla violenza gratuita. Le cifre, del resto, parlano da se: da quando il livello dello scontro sul narcotraffico si è alzato, sono almeno 30 mila i morti .
Tornando al Foro organizzato da Via Campesina, questa mattina all'interno delle sessioni di discussione si sono inseriti anche due interventi della delegazione italiana di Rigas. Il primo di Giuseppe De Marzo (A Sud) che ha fatto il punto sulla situazione politica italiana e sui possibili intrecci con le lotte sociali globali; il secondo di Marco Palma (Presidio Permanente NoDalMolin) che ha raccontato la mobilitazione vicentina contro la nuova base militare statunitense e in difesa della terra.
Nel frattempo, anche all'interno del vertice ufficiale si scaldano i motori in vista delle giornate finali. Domani è previsto l'arrivo di qualche decina di ministri con il loro carosello di delegazioni politiche e in vista di questo consesso il gioco delle parti prosegue con una messinscena che evidenzia, come era successo durante l'ultimo G20, l'impossibilità di costruire una governance globale in grado di gestire la crisi che stiamo attraversando.
E' la Cina, oggi, a tentare di sparigliare le carte con l'evidente intento di conquistare un ruolo da protagonista. Il paese dei dragoni, che da molti anni sta vivendo una fase di crescita economica vertiginosa quanto insostenibile, si è infatti dichiarata disponibile a sottoscrivere accordi vincolanti sulle emissioni. I funzionari di Pechino, però, hanno omesso di quantificare in qualche modo la riduzione, togliendo così ogni valenza pratica alle proprie dichiarazioni. Dietro alla seconda economia del mondo si è subito schierata l'India seguita da altri 77 stati che nella geopolitica dei Pil sono etichettati come “paesi in via di sviluppo”. Una mossa che ha spiazzato il Giappone: il paese nipponico, infatti, aveva dichiarato l'altro giorno la propria indisponibilità a sottoscrivere il rinnovo del Protocollo di Kyoto, nel 2012, facendosi portavoce di una posizione condivisa anche da quei paesi – come gli Stati Uniti – che il protocollo non lo hanno mai voluto firmare.
C'è una cosa, però, che riesce a mettere quasi tutti d'accordo (fanno eccezione gli stati di cui la Bolivia si è fatta portavoce nel tentativo di promuovere i temi dell'Accordo dei Popoli di Cochabamba all'interno di Cop 16), ovvero la mercificazione della crisi climatica attraverso false soluzioni – così vengono chiamate, all'interno dei forum, le proposte del vertice ufficiale – che spaziano dai bonus del carbonio ai REDD i quali potrebbero essere allargati anche all'agricoltura.
Di cosa si tratta? Il meccanismo è semplice: io, paese ricco, mi compro il diritto a inquinare attraverso investimenti in altri paesi – per esempio in Africa o in America Latina – che finanziano progetti di agricoltura che riducono le emissioni; naturalmente, posso farlo anche con l'incentivazione delle coltivazioni transgeniche, oppure con le monocolture di palma per il biocombustibile. C'è chi non esclude che addirittura l'energia nucleare possa essere considerata, in fondo, una fonte che contribuisce alla riduzioni delle emissioni nocive. Business is business, chiaro; e, come si suol dire, i soldi non puzzano, anche se dei fumi delle ciminiere che, grazie a questi meccanismi, continueranno a inquinare il mondo, non si può dire altrettanto.
Il nuovo mercato dei crediti ecologici, del resto, è un settore dal quale nessuno vuole essere escluso. Non a caso, la Cina già si avvia a diventare il maggior produttore di pannelli solari, mentre si moltiplicano gli investimenti per comperare interi pezzi d'Africa nei quali impiantare produzioni classificate come utili alla riduzione delle emissioni; queste produzioni, oltre a garantire nuovi profitti, permettono di mantenere nel gioco dello scambio di crediti i livelli inquinanti della produzione in patria.
Nella grande scacchiera disegnata sulla terra da paralleli e meridiane le mosse seguono la cadenza delle contraddizioni e degli schieramenti mobili dell'epoca della crisi globale.
In questo scenario migliaia di campesinos, uomini e donne provenienti dall'america latina e dalle comunità in lotta in tanti angoli del mondo, si apprestano a passare un'altra notte in tenda; domani la sveglia suonerà presto, per dar vita all'appuntamento più importante di questi giorni con il corteo che attraverserà Cancun e la possibilità – secondo gli humor che si orecchiano in giro – che anche molti delegati ufficiali all'interno del Cop 16 trovino forme e strumenti per manifestare la propria indignazione. Perché, come gridavano tra un intervento e l'altro tanti partecipanti ai seminari, la terra non si vende, si ama e si difende.