lunedì 13 dicembre 2010

CancunHagen - the last day

11 / 12 / 2010

E' già notte piena mentre nella sala Ceiba della Cop16 si alternano gli interventi dei delegati nell'assemblea ”informale”. Da discutere i due documenti prodotti dai gruppi di lavoro “bipolari”. Sostanzialmente un richiamo alla necessità che non ci sia un vuoto alla fine del Protocollo di Kyoto nel 2012 e la creazione di un Fondo verde per canalizzare una parte sostanziale dei 100 mila milioni di dollari annuali promessi dal 2020 dai paesi sviluppati ai paesi poveri. Il Fondo sarebbe gestito da un gruppo di 24 membri (12 sviluppati e 12 no) e sarebbe amministrato in maniera provvisoria nei primi tre anni dalla Banca Mondiale. Nei documenti poi sono contenuti in continuità con Cop15 tutti i meccanismi di mercato dai REDD allo “sviluppo pulito”.
La Bolivia sta facendo di tutto per denunciare il tentativo di isolarla nelle trattative e soprattutto il fatto che non ci sia nei documenti proposti nessun riconoscimento degli Accordi dei Popoli di Cochabamba.

Quando è quasi mezzanotte i documenti tornano ai gruppi di lavoro e si prevede che la Plenaria formale si terrà all'alba o nella mattinata di domani.
Il senso generale della conclusione della Cop16 pare avviato sul binario già indicato prima ancora che la Conferenza iniziasse.
Due mondi paralleli: sono quelli che, in questi giorni, hanno affollato Cancun, con 18 mila delegati ufficiali rinchiusi nell'area di Moon Palace e altre migliaia di donne e uomini che, invece, hanno attraversato le strade della città ritrovandosi negli spazi di discussione allestiti dai movimenti messicani.
Due mondi, appunto. Diversi in tutto: da una parte coloro che a Cancun ci sono venuti “per lavoro”, inviati a trattare sul futuro del globo a partire dagli interessi economici dei singoli stati o, peggio ancora, delle singole multinazionali; dall'altra coloro che nella città turistica messicana ci sono arrivati, spesso a bordo di sgangherati pullman, per difendere il proprio futuro e quello del pianeta. Da una parte hotel di lusso, buffet e rinfreschi, dall'altra tende e cucine popolari.
Unico passaggio tra le due realtà Morales, il Presidente boliviano e i delegati di gruppi accreditati che hanno cercato di portare dentro il Moon Palace le voci esterne.
Se il cambiamento climatico è un fatto ormai assodato – del quale nessuno può negare l'evidenza – le strade per affrontarlo raccontano percorsi e destinazioni ben diverse.
Nel vertice ufficiale, infatti, nel tempo della crisi globale, la crisi climatica viene affrontata con gli stessi strumenti con i quali si cerca di rispondere alla crisi economica: creazione di fondi, finanziarizzazione delle emissioni nocive e dei servizi ambientali, ricerca del business anche sui disastri del globo. Nascono così meccanismi perversi, come i REDD e i bonus del carbonio, che permettono a chi ne ha le risorse di continuare a inquinare comprando questa opportunità nei paesi più poveri, attraverso investimenti sulle energie pulite che “compensino” il danno causato nel proprio paese.
Siamo, dunque, di fronte al tentativo di cercare la soluzione ai cambiamenti climatici all'interno del business, anteponendo il profitto alla tutela dei beni comuni, riproponendo un modello in cui l'intero “bios” è terreno di conquista e di dominio.
La crisi climatica diventa così paradigmatica della crisi globale.
Nell'altro mondo, popolato di campesinos e indigeni, oltre ai rappresentanti di una moltitudine di organizzazioni e movimenti di ogni angolo del globo, questa questione è ben chiara; tanto che lo slogan delle mobilitazioni – cambiare il sistema, non cambiare il clima – rappresenta un sentire comune di tutti coloro che, con le proprie diversità, sono giunti a Cancun.
Questo mentre scorrono, nelle televisioni messicane, le immagini degli studenti inglesi, che come in Italia, con il Book Block danno corpo ad una generazione che non intende pagare la crisi e vivere nella precarietà dello sfruttamento della vita, dei saperi, dell'intelligenza collettiva.
Cosa se non la riappropriazione insieme del comune naturale, che nella sua finitezza si vorrebbe sfruttare come infinito, e del comune artificiale, che viene continuamente espropriato e che si vorrebbe ingabbiare, può essere la strada per intrecciare volti e corpi che appaiono cosi distanti?
Cosa può legare se non la pratica del comune come desiderio e ribellione un giovane delle metropoli europee ed un indigeno della selva?
La pratica del comune come ricerca moltitudinaria di indipendenza e libertà è un possibile scenario della moderna ricomposizione.
Non è una semplice sommatoria ma la strada contraddittoria e complessa per vivere e sognare il cambiamento nel tempo della crisi.
Le mobilitazioni a Cancun hanno dimostrato ancora quanta strada si tratta di percorrere oltre le frammentazioni e per far sì che le differenze non restino mondi incomunicanti ma invece si costruiscano cammini comuni.
Intanto, nella notte messicana, le televisioni chiudono i notiziari affiancando ai servizi da Cancun quelli dallo Stato di Michoacan, dove da quattro giorni l'intera zona è attraversata dalla violenza e militarizzazione della guerra al narcos, e quelli dei 7 milioni di messicani che si apprestano a venerare la Madonna di Guadalupe.
Come si dice da queste parti “caminantes no hay camino se hace camino al andar” e così ci apprestiamo a prendere i nostri zaini e tornare a casa per essere insieme a tanti il 14 dicembre a Roma per contribuire in quel piccolo paese che è la nostra Italia, nel nostro continente europeo, a provare, uniti contro la crisi, a contribuire nel sperimentare un'azione politica “in comune”.