venerdì 14 maggio 2010

Bp, petrolio in fuga

di Guglielmo Ragozzino

Scaricabarile tra colossi sul disastro ambientale nel Golfo del Messico. Sfilano davanti al senato Usa i responsabili della multinazionale del petrolio e del costruttore delle piattaforme. Intanto il greggio continua a uscire, e Obama pensa a una tassa da un centesimo
Una fuga di petrolio è in corso nel Golfo del Messico, al largo delle coste della Louisiana, e non se ne vede la soluzione. In effetti si tratta del maggiore disastro di origine umana che si conosca nel nuovo millennio.
Nella notte del 20 aprile è andata a fuoco, precipitando sui fondali, la piattaforma galleggiante che era servita alla società Bp per mettere in opera un pozzo in acque profonde e attraverso il quale si riprometteva di ottenere 5.000 barili di greggio ogni giorno. Di un centinaio di persone a bordo, vi sono stati undici morti e molti feriti. Il petrolio era pronto per uscire e naturalmente, essendogli ben nota la prima legge di Murphy, è uscito.
Il governo degli Stati uniti ci pensa un po’ e poi prende provvedimenti. Provvedimenti energici, o forse sarebbe meglio dire energetici. Infatti decide di imporre una tassa di un centesimo per ogni barile di petrolio prodotto con un prelievo complessivo di una settantina di milioni di dollari l’anno. Contribuiranno a un fondo di 118 milioni che graverà soprattutto su Bp che l’amministrazione considera responsabile del disastro. In questo modo gli obamiani continuano nella posizione che ormai hanno scelto. Chi inquina paga, almeno un po’; poi tutto come prima. Che nessuno impedisca al petrolio di fluire e di rifornire le auto. Quelle auto tradizionali, indispensabili alla ripresa dell’America, soprattutto a pochi mesi dalle elezioni di mid term. Il nuovo centesimo si unisce ad altri otto, facenti parte di un fondo di nove centesimi complessivi dell’Oil Spill Liability Trust Fund. L’amministrazione è certo contrariata se ci sono perdite di petrolio in mare, ma almeno pensa di premunirsi, senza per questo ostacolare la ricerca e lo sfruttamento di quel che il Signore ha donato all’America. E di guadagnarci un po’. I tempi dell’ambiente prima di tutto, sono ormai lontani. Quel che occorre adesso è rimettere in corsa l’economia. E, come si sa, essa corre soprattutto in auto. Almeno l’amministrazione di Obama ne sembra convinta.
La piattaforma affondata, Deepwater Horizon, faceva parte di una “flotta” di piattaforme in quel tratto di mare della società elvetica Transocean, maggiore specialista mondiale di perforazioni in acque profonde. Nove delle vittime erano appunto suoi dipendenti. Transocean vanta con i suoi mezzi performances ineguagliate in tutti i mari del mondo. Il mezzo andato a fondo, in particolare, costruito nel 2001, poteva raggiungere 9.000 metri di profondità totale, attraversando fino a 2.500 metri di acqua. Bp lo aveva affittato per mettere in posizione il suo pozzo, nello spazio marino ricevuto in concessione dalle autorità americane.
Se la fuga di greggio si fosse arrestata, tutto si sarebbe risolto con un pensiero reverente agli scomparsi, una pensione alle vedove, una parola di conforto agli orfani. Ma, come si è visto, da tre settimane e più la fuga continua, a un ritmo forsennato. I tentativi di bloccarla sono falliti, perché non c’è alcun precedente di incidenti a pari profondità e quindi si procede per tentativi ed errori. Bp dopo il fallimento del tentativo nel quale riponeva più speranze, una sorta di copertura metallica calata sul fondo del mare, ha lanciato un numero verde, per invitare chiunque avesse qualcosa da proporre, di farlo. C’è chi vi vede più che una sensazionale dichiarazione di impotenza, un’orgogliosa alzata di spalle. “Io ci provo e prima o poi ci riesco. Sentiamo intanto voi che sapete solo criticare”. Bp dichiara di avere bisogno di tre mesi per mettere in opera altri pozzi che scendendo al di sotto di quello che erutta petrolio, riescano a deviare e mettere in salvo quello che sale, libero, in superficie. Nel sito di Bp si legge che sono state impiegate 275 imbarcazioni, si sono organizzati stage per quattromila volontari tra le ventimila persone coinvolte nel tentativo di ridurre il disastro, che si sono utilizzati 315 mila galloni di agente liquido biodegradabile, e recuperati 90.000 barili di liquido oleoso e in generale che il costo della difesa contro la macchia nera ha raggiunto i 350 milioni di dollari. E generosamente Bp non fa menzione del petrolio perduto: 5.000 barili al giorno, per 20 giorni sono 100.000 barili che a un valore di 80 dollari fanno altri 8 milioni di dollari. In cento giorni saranno 40 milioni.
Il petrolio ha ormai raggiunto la preziosa costa degli Stati uniti; come è ovvio, ogni costa è preziosa di fronte alla marea del petrolio. In questo caso, almeno cinque stati sono in pericolo, Mississippi, Alabama, Louisiana, Texas, Florida: rischiano la pesca, le attività turistiche, flora e fauna locali. I danni si contano a centinaia di milioni di dollari, cui Bp deve aggiungere anche – beffa suprema – il petrolio perduto. Anziché venderlo, finirà per pagarlo tre o quattro volte. In questa situazione si presenta un caso notevole di conflitto d’interessi in senso proprio. Ci sono almeno tre protagonisti: Obama, che con singolare e fortunato tempismo ha riaperto la perforazione di idrocarburi in mare lungo tutta la costa atlantica, per poi rinviare precipitosamente la decisione. I suoi funzionari non hanno svolto bene il compito di cani-da-guardia, anzi hanno chiuso gli occhi, visto che l’amministrazione preferiva incassare royalties dai petrolieri e far finta di niente di fronte alle libertà che costoro si prendevano. Ora chiede un centesimo. Poi c’è il costruttore e proprietario della piattaforma, Transocean. Infine, trascurando gli appaltatori di attività importanti ma parziali, c’è Bp naturalmente titolare del pozzo nefasto. Transocean e Bp sono intervenuti, uno dopo l’altro, il 10 maggio, per testimoniare davanti a una sottocommissione del Senato di Washington. Uno dopo l’altro, uno contro l’altro.
Bp, che dai tempi dell’assorbimento di Amoco non si chiama più British Petroleum, ma semplicemente Bp, con un sottotitolo che è tutto un programma “Beyond Petroleum” (oltre il petrolio), ha mandato sotto la lente del Senato il numero uno della divisione americana, Lamar McKay. Questi presenta due cifre interessanti e poco altro; anche la polemica con Transocean non è persuasiva. Le cifre sono soltanto un 2 e un 3: si tenterà con due altri pozzi di deviare l’inarrestabile flusso di petrolio che sale dal mare; ci vorranno tre mesi per ottenere un risultato. A Transocean manda a dire: “Primo, cosa ha causato l’esplosione e il fuoco a bordo della Deepwater Horizon di Transocean? Secondo, perché il tappo antiesplosione – il meccanismo blocco di emergenza – non ha funzionato?”
Transocean è presente con il numero uno Steven Newman. Il discorso, senza prenderlo per oro colato, appare più serio dell’altro. “Per formazione, dice Newman ai senatori, sono un ingegnere petrolifero e ho passato molto tempo sulle piattaforme in mare”. E sembra davvero commosso per i suoi compagni di lavoro scomparsi. Poi spiega. C’è in questi casi Bp che ha la concessione e decide il luogo, la qualità, la profondità, le caratteristiche del pozzo. Sceglie in primo luogo chi faccia materialmente il pozzo e poi i subfornitori, per esempio quello che riempie il foro di un “fango” dalle caratteristiche chimiche specifiche in modo da evitare che il petrolio fuoriesca durante lo scavo del pozzo. O quell’altro che sovrintende al tubo da infilare nel pozzo nonché al telaio da costruirgli intorno. Di nuovo, sono scelte dell’operatore; per farla breve, c’è infine da sigillare il pozzo con cemento in modo da renderlo inattaccabile e chiuderlo finché l’operatore non decida di cominciare. L’ultima operazione consiste nel sostituire il fango, non più necessario, con acqua di mare. Tutto è pronto. Il risultato è stato raggiunto il giorno 17 aprile. Si è messo sotto accusa il Bop, (Blow out preventer) ma il Bop, di marca Transocean, non era più necessario, visto che era in funzione il tappo di cemento di Halliburton, scelta di Bp e il Bop poteva essere rimosso. Alla fine Newman ripete la sua commozione per le vittime e assicura che la sua compagnia è talmente attenta ai disastri che l’anno prima i dirigenti, a causa di un altro incidente, hanno scelto di non distribuirsi i bonus. “Safety first” è il nostro motto. Già, proprio safety first.