giovedì 15 ottobre 2009

Terra sempre più bruciata

In Yemen i combattimenti a Saada sono sempre più violenti, mentre le potenze regionali cominciano a muoversi


di Christian Elia

L'operazione Terra Bruciata, che l'esercito dello Yemen ha lanciato due mesi fa nel governatorato di Saada, nello Yemen settentrionale, non conosce soste. ''Fino a questo momento sono 100 i miliziani ribelli eliminati e 280 quelli feriti'', ha fatto sapere il comando delle forze speciali in un comunicato diffuso ieri. Sono così almeno 500 le vittime del conflitto iniziato nel 2004.

''I terroristi e altri soggetti pericolosi sono penetrati la notte tra il 9 e il 10 ottobre nell'area tra le caserme militari e le postazioni di sicurezza nella provincia di Saada. La risposta dell'esercito è stata pronta'', comunica il comando delle truppe d'elite del governo dello Yemen, fedeli al presidente Ali Abdullah Saleh, che le gestisce come una sorta di milizia personale, addestrata da esperti degli Stati Uniti. L'amministrazione di Washington ha un occhio di riguardo per Saleh, visto come un baluardo contro la diffusione dell'integralismo islamico nella regione che è strategicamente molto importante e ha dato i natali a Osama bin Laden.
In particolare gli Usa hanno cominciato a sostenere, con fondi e logistica militare, il governo dello Yemen dopo l'attacco contro la Uss Cole, il 12 ottobre 2000, quando un motoscafo si lanciò a tutta velocità contro l'imbarcazione della marina militare Usa ancorata nel porto di Aden uccidendo 17 marinai statunitensi.
La questione dello Yemen settentrionale è legata alla setta dei seguaci dell'imam sciita al-Houti. Questo gruppo denuncia di essere discriminato nel Paese e, circa cinque anni fa, ha dato vita a una rivolta che secondo l'intelligence yemenita sarebbe sostenuta dall'Iran.

Ieri la magistratura dello Yemen ha chiuso un ospedale nella capitale Sa'ana, finanziato da un'organizzazione non governativa iraniana e che era attivo da due anni in città. A riferirlo il network satellitare arabo al-Arabiya secondo cui, alla fine di un'inchiesta, sarebbe emerso che la struttura ospedaliera finanziava la guerriglia di al-Houti. Secondo fonti vicine ai magistrati che hanno seguito l'inchiesta, gli investigatori sarebbero venuti in possesso durante le perquisizioni di documenti inequivocabili che dimostrerebbero il transito di fondi dall'Iran all'ospedale e dall'ospedale ai ribelli. Non è la prima volta che il governo dello Yemen sostiene di avere prove della filiera di finanziamento dei seguaci di al-Houti, ma non ha mai reso pubblici questi documenti.
In soccorso del governo si è mosso anche l'imam sheikh Abdul Majid al-Zandani, leader dell'università religiosa della capitale yemenita. In un infuocato sermone ha attaccato Teheran, ritenendolo la causa dei mali del Paese. ''Vogliono esportare l'ideologia sciita con le armi'', ha tuonato al-Zandani, chiamando a raccolta gli altri stati sunniti per porre fine a queste ingerenze. L'Arabia Saudita, che secondo alcune fonti arabe ha fornito i suoi caccia bombardieri per colpire dall'alto i ribelli, ha smentito qualsiasi coinvolgimento nel conflitto, ma Riad e l'Egitto hanno sottolineato di sostenere Saleh.
Al punto che l'Arabia Saudita non ha neanche protestato per un incidente che, in altri casi, avrebbe creato una crisi diplomatica. Un caccia yemenita, impegnato in un inseguimento a un presunto gruppo di ribelli, ha sconfinato in territorio saudita e ha colpito, per errore, un ospedale ferendo leggermente due paramedici.

Il presidente yemenita ha deciso di schiacciare una volta per tutte la resistenza sciita, soprattutto adesso che è messo sotto pressione anche sul 'fronte meridionale', quello dei secessionisti del sud. Saleh è stato l'uomo forte, sul quale hanno puntato Usa e Arabia Saudita, per riportare lo Yemen all'unità e alla collaborazione con l'Occidente dopo la secessione degli anni Settanta ispirata ai principi del marxismo. Oggi le istanze secessioniste non sono più legate a motivi ideologici, ma a pragmatici motivi economici. I leader locali vogliono più autonomia dal governo centrale, soprattutto nel controllo del business del turismo.
Il 30 settembre Tareq al-Fadili, leader dei gruppi che chiedono la secessione dello Yemen meridionale o la concessione di una grande autonomia hanno organizzato una manifestazione nazionale, finita con la polizia che ha aperto il fuoco sui dimostranti uccidendone due e ferendone altri quaranta. La situazione si sta deteriorando, ma quella a nord è già drammatica: le agenzie dell'Onu parlano di 150mila profughi interni.
In un sito web ritenuto vicino ai ribelli, questa mattina, è stato postato un comunicato nel quale i dirigenti dei miliziani si dicono favorevoli all'apertura di un corridoio umanitario, sotto l'egida dell'Onu, in risposta all'appello lanciato nei giorni scorsi da John Holmes, il capo degli interventi umanitari delle Nazioni Unite. Manca il si del governo di Sa'ana, ma in passato tante tregue sono state rotte dopo poche ore.

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