mercoledì 3 febbraio 2010

Cina-Usa, toni da guerra fredda

La decisione di Obama di vendere armi Taiwan fa infuriare Pechino, che minaccia ripercussioni sulla cooperazione militare e sanzioni alle aziende belliche Usa. La reazione del Partito comunista cinese sulle colonne del suo organo ufficiale.

di Enrico Piovesana

Continua a montare la tensione tra Washington e Pechino. Pochi giorni dopo l'aspro scontro diplomatico seguito agli attacchi informatici subiti da Google in Cina (episodio che, China Daily come abbiamo scritto, si inserisce nella montante cyber-guerra fredda tra le due superpotenze), i due competitor globali sono nuovamente ai ferri corti a causa della decisione di Obama di vendere a Taiwan armi per sei miliardi e mezzo di dollari.

La reazione di Pechino all'annuncio del contratto e' stata durissima. Il governo cinese ha annunciato l'interruzione dei contatti militari con gli Usa, la cancellazione di previsti incontri bilaterali sul controllo degli armamenti e soprattutto sanzioni contro le aziende statunitensi (Boeing, Lockheed-Martin, Raytheon e United Technologies) che hanno firmato la commessa per il governo di Taipei, consistente in 114 missili Patriot, 12 missili Harpoon, 60 elicotteri Black Hawk, due navi cacciamine e sistemi informatizzati di difesa di ultima generazione.

"L'arroganza dello Zio Sam". Il Partito comunista cinese, per mezzo di un editoriale del suo quotidiano China Daily, spiega con toni insolitamente duri 'la furia di Pechino' per la decisione di Washington.
"Nonostante le ripetute proteste e avvertimenti di Pechino sulle serie conseguenze per le relazioni Usa-Cina, Washington, come sempre, ha tirato dritto per la sua strada. Questo e' il modo in cui gli Stati Uniti trattano il loro 'azionista', il loro 'partner costruttivo'. Il pacchetto di armamenti che lo Zio Sam ha venduto a Taiwan ci ricorda la riluttanza con cui Washington guarda all'ascesa della Cina e alla pacificazione tra i compatrioti a cavallo dello Stretto di Taiwan. L'arroganza di Washington riflette anche la grama realta' di come gli interessi di una nazione possano esser schiacciati da quelli di un'altra. La questione taiwanese e' strettamente connessa alla sovranita' e all'integrita' territoriale della Cina, ai suoi interessi nazionali primari e al sentimento nazionale di 1,3 miliardi di cittadini cinesi".
"Le false promesse di Obama". "Oltre vent'anni dopo al fine della Guerra Fredda - prosegue l'editoriale - gli Usa sono ancora decisi a integrare Taiwan nella loro strategia di difesa asiatica e sognano ancora di usare l'isola come 'inaffondabile portaerei' per contenere la crescita cinese. Dobbiamo dimenticarci le dichiarazioni fatte da Obama quando fu calorosamente accolto a Pechino solo due mesi fa, quando disse che 'gli Stati Uniti non cercano di contenere la Cina'. La sincerita' e' soggetta alla prova dei fatti, non mere parole. In passato gli Usa hanno promesso di non perseguire una politica di armamento a lungo termine nei confronti di Taiwan e di voler ridurre gradualmente le sue vendite di armi verso di essa. Ma quante volte Washington ha tradito le sue parole? Per la superpotenza mondiale, sembra che le promesse non siano tali".
"La Cina ha il diritto di reagire". "Questa vendita di armamenti e' una grave interferenza negli affari interni cinesi, mina seriamente la nostra sicurezza nazionale e quindi getta inevitabilmente una lunga ombra sulle relazioni Cina-Usa. La risposta cinese, non importa quanto veemente, e' giustificata. Nessun paese degno di rispetto puo' stare con le mani in mano mentre la sua sicurezza nazionale viene messa in pericolo e i suoi interessi prioritari sono minacciati. (...) Le contromisure adottate, che vanno dallo stop degli scambi di informazioni militari alle sanzioni contro le aziende Usa coinvolte nella vendita di armi, possono non bastare. Il messaggio deve arrivare forte e chiaro: se Washington non rispetta gli interessi cinesi, non puo' aspettarsi la nostra cooperazione su un ampio spettro di questioni regionali e internazionali. La Cina deve far capire che alle parole seguiranno i fatti".
Una nuova corsa agli armamenti. Un altro articolo del quotidiano governativo cinese spiega come la recente mossa degli Stati Uniti "costringe la Cina ad aumentare il suo budget per la difesa". "La decisione statunitense, sostiene Luo Yuan, dell'Accademica cinese di scienza militare, fornisce alla Cina una giustificazione per accrescere la sua spesa militare, per investire nello sviluppo e nell'acquisto di armi e per accelerare la modernizzazione della difesa nazionale. (...) Secondo Jin Canrong, esperto di affari internazionali della Renmin University of China, l'esercito cinese deve testare nuove armi ad alta tecnologia per accelerare la modernizzazione militare, e le spese militari quest'anno dovrebbero essere aumentate del 10 per cento".
Un altra bella prova del Nobel per la pace. Si potrebe obiettare che il riarmo di Taiwan deciso da Obama non sia la causa bensi' una contromisura adottata in risposta al riarmo della Cina, che negli ultimi anni sta progressivamente aumentando la propria spesa militare (comunque ancora molto inferiore a quella degli Stati Uniti, che spendono in armi il 4 per cento del loro Pil, contro l'1,4 della Cina). Peccato che il presidente cinese Hu Jintao, a differenza del suo omologo statunitense, non sia un premio Nobel per la pace e che quindi nessuno si aspetti da lui un particolare impegno sul fronte del disarmo globale.

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