venerdì 5 febbraio 2010

Da Ciudad Juarez con amore

Messico: ancora morti nella guerra al narco

La strategia fallimentare del governo e la forza del narco; interrogativi importanti per il movimento

Domenica scorsa, 31 gennaio, all’alba in una strada di Ciudad Juarez, un gruppo di una ventina di persone, pesantemente armato, ha fatto irruzione in una casa privata dove si stava svolgendo una festa tra adolescenti. Un compleanno, il pretesto della riunione. Il gruppo armato, giunto sul posto a bordo di una decina di Suv neri, ha immediatamente separato uomini e donne, ovvero ragazzi e ragazzine. Le donne sono state cacciate - “Via da qui!”, hanno gridato loro. I ragazzi e un paio di adulti son stati fatti mettere in fila contro il muro nel cortile. E di lì, una mitragliata e la fine: 16 morti e diversi feriti, quasi tutti adolescenti. La strage.
E lo scandalo. Com’è possibile, ci si domanda, che in una delle città più militarizzate del paese, alla frontiera con gli Stati Uniti, dove è appena conclusa l’operazione che ha visto migliaia di soldati schierati contro il narco; dove solo qualche settimana fa il governo ha dichiarato il cambiamento di strategia ed ha schierato nuovamente la Polizia Federale (PF); dove vi è il fiore all’occhiello dell’industria maquiladora che, crisi a parte, continua ad attirare investimenti stranieri; insomma: com’è possibile che in un posto così vi possa essere da una parte tanta disponibilità di violenza; dall’altra, tanta agibilità per i gruppi armati - tutti o quasi inevitabilmente al servizio del temuto Cartello di Juarez? Non vi sono risposte a questa domanda, eccetto quelle ovvie. Vi sono però alcuni commenti da fare, così, in ordine sparso. Perché un ordine diverso, in Messico, è comunque difficile da descrivere.

Sparsa, caotica, così è la ormai famigerata ‘guerra al narco’ di Felipe Calderon. La strage di adolescenti accaduta domenica scorsa è solo l’ennesima dimostrazione di forza, capacità di fuoco ed impunità di cui godono sicari e gruppi armati al servizio dei diversi cartelli della droga in Messico. Non è né più grave - perché sono adolescenti - né più crudele. È solo una mattanza in più, dopo tante altre, ed altre ancora, che ad inizio febbraio han portato il conto totale delle vittime - quelle che sarebbero vincolate al narco - ad oltre 18mila in poco più di tre anni di governo.
Dicevamo, la strage di giovani non è più grave di altre. Gli adolescenti e i giovani, in Messico, sono stati coinvolti dal narco ben prima di domenica scorsa. Non solo perché da qualche tempo, il narco effettivamente ha cominciato a prenderli di mira - a farne un obiettivo militare - in un modo tale da far credere ai più acuti osservatori che vi sarebbe in corso un sorta di ‘pulizia sociale’ in Messico; ma anche perché sono i giovani oggi le vecchie e le nuove leve del narco: vuoi in qualità di spacciatori al dettaglio, o di giovani - e minorenni - trasportatori di droga, o giovani ed esaltati sicari, o fervidi consumatori, o semplicemente perché, a questo punto, un lavoro vale l’altro. E così, nonostante tutto, anche questa strage risulta nella normalità di una vita tutta violenza e zero prospettive. Altro che generazione no future da periferia urbana europea. Qui il no future deriva dalla realtà di un gioco in cui un giorno ci sei, e magari sei un leone, e il giorno dopo sei una macchia di sangue sull’asfalto e litri di lacrime attorno a te.
Perché l’altro risultato di tanta violenza a Juarez è effettivamente il fatto che oggi si crede che vi siano almeno 10mila - non cento, diecimila! - minorenni abbandonati a se stessi perché hanno perso i genitori in questa guerra o perché son stati abbandonati. I più fortunati, invece, hanno potuto emigrare con la loro famiglia: 60mila famiglie avrebbero, nel corso degli ultimi tre anni, cambiato la propria residenza oltre confine, a El Paso. Fortunati loro, si potrebbe dire.

La guerra contro il narco è fallimentare. Questa l’idea generalizzata che oggi più che mai è condivisa da tutti, compresi molti settori vicini al presidente. E dunque? Non si sa. L’impressione che lo stesso presidente sia ad un vicolo cieco diventa credibile. Dagli Stati Uniti giungono sostegni, tanto in termini dichiarativi come in termini sostanziali - il pacifista Obama, come parte del pacchetto di spesa recentemente presentato al Congresso, ha chiesto diversi milioni di dollari in più per quello che molti chiamano già Plan Merida 2. Ma la realtà di un paese in ginocchio è ormai evidente a tutti. Che vi fossero o meno accordi tra governo e cartelli, ormai poco importa. Le forze in campo sono troppo diseguali, troppo favorevoli ai cartelli. Ed allora?
Non si sa. Recentemente, molti think thank statunitensi ed alcuni messicani esprimono elogi verso il modello colombiano: militarizzazione, scontro diretto, nessuno sconto, nuovo negoziato ed intervento diretto degli Stati Uniti. Ecco, ed allora se così fosse, ci sarebbero due problemi: uno, l’intervento diretto sarebbe molto, ma molto complicato, date le condizioni sociali e la tradizione messicana - anche di governo - ostile all’intervento straniero diretto; l’altro, la necessità di un uomo forte, un nome, una personalità che riesca a resistere agli accordi congiunturali, che riesca ad imporre la propria linea (ed i propri interessi) ed ad assumerne le conseguenze. Felipe Calderon non è Alvaro Uribe.
Sia come sia, dal punto di vista nostro, entrambe le possibilità - ovvero che la situazione rimanga quel che è o che si passi definitivamente al modello colombiano - sarebbero a dir poco nefaste. In entrambi i casi, movimenti sociali, realtà autorganizzate, esperienze di autonomia dal basso sarebbero comunque stritolate non tanto dalla forza politica degli schieramenti in campo, ma dalla forza militare che si sta dispiegando nel paese.
Per ora, vie d’uscita è difficile vederne. Non tanto perché non vi siano le condizioni perché scoppi una ribellione generalizzata, definitiva, che metta per una volta all’angolo questa classe politica e ponga le basi di qualcosa di diverso; non perché non vi sia la disponibilità umana, persone, esseri umani, donne e uomini oggi disposti a sognare, costruire e quindi porre le basi di quel qualcosa di diverso. Ma forse, solo perché il fattore narco pochi lo prendono in considerazione. In seno ai movimenti, almeno nel dibattito più o meno pubblico, si parla pochissimo dei cartelli della droga. Solo si pensa - con certa logica - che stanno più di là che di qua; che son amici comunque del governo e/o del capitale; che fanno del male alla società. Nessuno, sinora, pone il problema di come gestire, confrontarsi e risolvere il problema del narco dal basso.