giovedì 25 febbraio 2010

Verso l'unità latinoamericana?

Si è svolto in Messico il Vertice del Grupo de Río
 Nuovi equilibri continentali si disegnano all'ombra dell'illusione bolivariana; il tutto, però, alle spalle dei cittadini.

di Matteo Dean

Il 22 e 23 febbraio scorsi si è realizzato il XXI Vertice del Gruppo di Río, ovvero l'organizzazione latinoamericana fondata nell'ormai lontano 1986 dagli allora firmatari Argentina, Brasile, Colombia, Messico, Panama, Perú, Uruguay e Venezuela. Convocato dal presidente messicano Felipe Calderón (che inoltre fungeva la parte di Presidente uscente dell'organismo internazionale), il vertice ha destato sin da subito certa aspettativa ed illusione, almeno nel seno della comunità degli stati latinoamericani impegnati sul fronte dell'opposizione statalista all'intervenzionismo statunitense.

E dunque, allo slogan lanciato proprio da Calderón di “Vertice dell'Unità dell'America Latina e i Caraibi” rispondevano entusiasti i soliti noti del consesso latinoamericano opposto agli Stati Uniti: Hugo Chávez ed Evo Morales intesta, seguiti (e poi preceduti) da Ignacio Lula da Silva e da un Calderón con un forte bisogno di visibilità (e riconoscimento) internazionale da far pesare poi a casa, ovvero entro i confini nazionali del Messico. Gli altri presidenti, invece, con un profilo basso, fatte salvo alcune eccezioni.
Il risultato ufficiale del Vertice è stato eccellente, secondo gli analisti più entusiasti dell'emancipazione latinoamericana nei confronti degli USA. Pur con alcuni nei rappresentati soprattutto dalla lentezza operativa di alcune decisioni, il risultato vero e concreto è uno: la decisione di creare (tra il 2011 e il 2012; di qui la lentezza) la Comunità di Stati Latinoamericani e Caraibici (CELC, l'acronimo in spagnolo). Una scelta definita storica, non tanto per la creazione dell'ennesima sigla volta a riunire i presidenti i turno di diversi paesi; ma piuttosto perché è il primo spazio formale d'incontro internazionale che comprende tutti i paesi del continente americano, eccetto i due cugini scomodi del nord: Stati Uniti e Canada. Ovvero, 33 paesi riuniti e senza l'ingerenza diretta – politica ed economica; militare è un'altra questione – dei governi statunitense e canadese. Non male, in effetti. 

Il sogno di Bolivar
Se Bill Clinton aveva osato scomodare Simón Bolivar mentre provava a gestire la creazione dell'Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), affermando che si stava finalmente compiendo il sogno bolivariano d'unità panamericana, fallendo non solo nel suo progetto di creazione d'un mercato unico continentale ma anche nell'accostamento un po' troppo audace, questa volta ci ha pensato Hugo Chávez a riproporre l'analogia.
Eppure, nonostante il presidente venezuelano goda di maggior autorevolezza per tirare in causa il caudillo sudamericano, anche questa volta l'analogia rischia di stridere con la realtà.
Da un lato, infatti, è necessario registrare lo scontro verbale – mediaticamente molto rilevante – proprio tra Chávez e il colombiano Alvaro Uribe, presente al vertice più in veste di perturbatore che altro. Uno diverbio, nulla di più, dicono; ma agli effetti pratici, un tentativo, mal riuscito sinora, di porre i bastoni tra le ruote al processo d'unità politica continentale.
Unità politica, dunque, per nulla scontata. Perché dall'altro lato vi sono i tempi di detto processo. Qui in Messico s'è decisa la costituzione della CELC; ma la sua formulazione avverrà solamente nel luglio 2011 a Caracas, Venezuela; e nascerà definitivamente appena nel 2012 a Santiago del Cile. Ovvero, l'idea nasce ora, ma sarà costruita tra un anno a Caracas – e vedremo come andranno le elezioni venezuelane del prossimo settembre – e ratificata tra due anni in Cile, dove ormai sarà più che stabile il governo di Piñeira – in carica dal prossimo 11 marzo -, segnalato da più parti come il Berlusconi cileno.

Nuovi equilibri, vecchie posizioni
Forse è un po' ambizioso il sottotitolo. Perché è verissimo che la retorica latinoamericana circa l'indipendenza dall'ingerenza statunitense esercitata per la via del potere statale è stata uno dei leit motiv di questo vertice; ma è anche vero che i nuovi equilibri, in realtà, forse son solo l'affermarsi di tendenze già sorte. Ciononostante, vale la pena osservare come lo scacchiere latinoamericano si riconfigura.
In un primo momento poteva sorprendere ascoltare e vedere lo stesso Felipe Calderón impegnato a promuovere l'unità latinoamericana. Ma come, ci si chiedeva, proprio colui che rappresenta coloro che han sinora disprezzato lo sguardo verso sud in favore di un rapporto (per nulla privilegiato) con gli USA. Eppure la ragione c'è. Da un alto la necessità, come detto, di trovare quella legittimità politica nell'ambito internazionale per provare a farla pesare ora in casa, dove ormai nessuno crede più all'azione di governo; dall'altro lato, la costruzione di un rapporto diretto con il Brasile di Lula, ma soprattutto con l'economia brasiliana, ormai indipendente ed autonoma anche dalla volontà dell'uscente presidente brasiliano.
Ed è proprio Lula che ha giocato, per l'ennesima volta, il ruolo di potente. Potente sì, ma buono; almeno nell'apparenza. Ecco i nuovi equilibri. L'influenza brasiliana è ormai assoluta a sud del Rio Bravo. In Sud America, certo, con l'appoggio assoluto di presidenti come Chávez che forse vede nel Brasile l'unica difesa possibile (per ora) al ritorno della destra in corso (Cile, Panama, Honduras; oltre a Colombia e Perù). Ma da oggi, comincia anche la scalata verso nord. 

Egemonia brasiliana
In Messico, suo unico competitore (o ex, a questo punto) oltre USA e Canada, suo rivale nell'egemonia subcontinentale, Lula l'ha fatta da padrone: prima scongiurando le dichiarazioni più accese di Chávez e Morales, affermando che la CELC non sarebbe antiamericana, ma piuttosto è come un figlio che, raggiunta la maggiore età, si emancipa; poi però, stigmatizzando il grave caso dell'Honduras (unico paese assente al vertice); attaccando il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, colpevole di favorire gli atteggiamenti prepotenti del Regno Unito, in questi giorni in conflitto diplomatico con l'Argentina; criticando l'atteggiamento paternalistico dei 'potenti' a Copenhagen verso il sud del mondo; infine, tranquillizzando gli industriali messicani dicendo loro: “Il Brasile non è più pericoloso degli altri soci che già avete (USA e Canada)”.
Certo a volerla leggere tutta, si potrebbe riscrivere il paragrafo precedente così, per esempio: Lula è venuto in Messico dopo anni che non lo faceva ad affermare la propria egemonia anche qui e a togliere qualsiasi illusione al Messico; ha calmato gli animi antimperialisti – e sinceramente inutili – lanciando un segnale chiaro a Obama: ora te la vedi con noi (e con me, in particolare), ma non sul piano ideologico, piuttosto sul piano materiale di un'economia in forte crescita e della consapevolezza di questo dato; parte di questo segnale, però, è stato anche ricordare agli USA (ed alla comunità internazionale) che comunque questi ultimi di errori ne han fatti e la gente, da queste parti, non lo dimentica; Lula ha colto l'occasione per ricordare al mondo che il Brasile vuole un posto nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, perché senno continuerà a delegittimarlo finché questo sarà completamente inutile; ha riaffermato il proprio ruolo di portavoce di quel 'sud global' che s'è visto a Copenhagen e lo ha fatto proprio in Messico, a cento chilometri dalla sede del prossimo COP16 (dicembre 2010); infine, ha parlato chiaro: non siamo peggio degli USA. Forse poteva dire che sono meglio, visto che 'meno peggio', ancora non è sufficiente. Ed infatti, nonostante tutto, la Confindustria messicana, per ora, ha detto: ancora no, grazie (all'Accordo Commerciale promosso da Lula e Calderón).

La formalità e la realtà
Oltre alla creazione della CELC – ripetiamo: per nulla scontata; vedremo la reazione USA -, il Vertice ha prodotto anche una lunga serie di comunicati 'speciali' diretti a segnalare alcuni casi specifici seppure sempre nei termini delle dichiarazioni.
Innanzitutto, lo stanziamento di un fondo speciale di aiuti per Haití – presente, si dice in lacrime, il presidente Prevál. Uno stanziamento in favore delle istituzioni, giacché il governo haitiano avrebbe denunciato che oggi Haití è terra di conquista da parte di paesi esteri ed ONG di ogni tipo e genere.
E poi, l'ennesima condanna del decennale blocco economico esercitato dagli USA nei confronti di Cuba. Nonostante il basso profilo che Raul Castro ha mantenuto durante la due giorni messicana, la dichiarazione non poteva mancare.
Segue una dichiarazione di sostengo all'iniziativa dell'Ecuador di mantenere il petrolio nel suolo, in specifico l'iniziativa Yasuní. E a proposito di petrolio, il vertice ha anche sostenuto la posizione dell'Argentina nei confronti del Regno Unito impegnato proprio in queste settimane nella realizzazione di esplorazioni alla ricerca di idrocarburi presso le isole Malvinas (Falklands).
Infine, un messaggio contro il traffico di persone e l'impegno a combatterlo. Nulla in favore dei migranti, ma solo la condanna e la battaglia contro i trafficanti.
Finito il vertice, se ne tornano tutti a casa. I presidenti son felici e, nonostante alcune differenze anche importanti, han condiviso, anche questa volta, i lussi degli hotel della Riviera Maya messicana. Ed anche se Chávez ci ha provato, il sogno bolivariano è ancora lungi dall'essere realizzato. Non solo perché i conflitti nel continente sono più che aperti; non solo perché anche a sud vi sono i 'potenti del mondo' che fanno male a questo pianeta ed alla sua popolazione; non solo perché l'agenda che ci si è dati è forse troppo ottimista.
Il sogno di Bolivar – e tanti altri come lui – non si realizza ancora perché, come sempre, chi sta in alto ha perso l'abitudine a guardare in basso, ad ascoltare la voce e il silenzio di chi sta in basso, costruendo autonomia ed autogoverno.