martedì 9 febbraio 2010

Yanukovich vince, ma non tutto è risolto

di Astrit Dakli

L’Ucraina ha da oggi un nuovo presidente, anche se non tutte le incertezze legate a queste elezioni si sono ancora risolte. Cinque anni dopo la «Rivoluzione arancione» che annullò la sua fraudolenta vittoria nelle presidenziali del 2004, per darla poi nel «replay» a Viktor Yushenko, Viktor Yanukovich si è preso la sua rivincita, sia materiale che morale, imponendosi sulla premier ex «arancione» Yulija Timoshenko in un voto che gli osservatori internazionali hanno definito «una dimostrazione impressionante di democrazia».
Con il 99,3 per cento delle schede scrutinate, Yanukovich ha ottenuto il 48,77 per cento dei voti, contro il 45,65 della Timoshenko e il 4,37 di voti andati alla scelta «contro tutti», presente sulla scheda elettorale. Molto alta (appena sotto il 70 per cento) la partecipazione al voto: un risultato importante, visto il clima di scetticismo e disillusione riguardo alla politica che ormai domina nel paese.

Non è una vittoria schiacciante, quella di Yanukovich, ma è comunque una vittoria: e anche abbastanza netta, tale da non lasciar spazio a eccessive recriminazioni e proteste da parte della premier sconfitta. Tantopiù che, se irregolarità e pasticci ci sono stati, sono stati tali da non scalfire il giudizio positivo degli osservatori inviati dall’Osce e di quelli mandati da Mosca; un giudizio accompagnato da un pressante invito alla Timoshenko perché riconosca la sconfitta e consenta di avviare rapidamente la nuova fase istituzionale.
La bellicosa Yulija, tuttavia, non è tipo da rassegnarsi così in fretta. Nella notte fra domenica e lunedì, quando gli exit polls davano il rivale in vantaggio netto, di 3,5-5,5 punti o anche di più, la premier lanciava una nuova serie di accuse: brogli e falsificazioni gravissime a vantaggio di Yanukovich nelle regioni da lui controllate, diceva. E invitava i suoi a «combattere fino all’ultimo voto». Oggi, mentre il conto dei voti reali mostrava uno scarto assai minore – e decrescente – tra i due, lo staff della Timoshenko preannunciava un ricorso legale contro la validità del voto; poi però, col passar delle ore e soprattutto dopo il netto giudizio espresso dall’Osce, qualcosa cambiava. La premier rinviava due volte un’annunciata conferenza stampa (che si farà domani) e insieme al suo staff si chiudeva dietro un inconsueto muro di silenzio. Pesano, certo, le prime reazioni dei governi stranieri «che contano»: tutte improntate a prudenza, certo, ma tutte orientate a riconoscere senza se e senza ma il successo di Yanukovich. Domani si capirà meglio come la storia andrà a finire.
Adesso la Commissione elettorale centrale ha dieci giorni per riesaminare con accuratezza i conteggi e proclamare definitivamente il vincitore. Saranno certamente dieci giorni di tensione, di scontri politico-legali, di manifestazioni di piazza (anche se ieri il clima per le vie di Kiev non sembrava proprio adatto a una qualsiasi forma di azione di massa); ma soprattutto saranno dieci giorni di convulse trattative sugli equilibri del «dopo».
Pur vincendo, infatti, Yanukovich non si ritrova in una posizione fortissima. I consensi raccolti sono meno del 50%, cosa mai accaduta finora a un presidente ucraino, e soprattutto sono distribuiti molto male sul territorio nazionale: il nuovo presidente ha avuto la maggioranza solo in 9 regioni su 25 (le più importanti e popolose, certo: guarda qui una mappa della Ukrainskaya Pravda, purtroppo solo in russo) ottenendo un risultato peggiore delle previsioni nell’Ovest (in tre regioni Yanukovich ha ottenuto meno del 10%) e soprattutto a Kiev (nella capitale Timoshenko ha raccolto più del 65% dei voti contro il 26, e ben 8 elettori su cento hanno votato «contro tutti»). Inoltre, dato che il suo Partito delle Regioni non ha la maggioranza alla Rada (parlamento) e la Timoshenko resta in carica come premier, Yanukovich dovrebbe sciogliere il parlamento e indire nuove elezioni, scommettendo in un largo successo – peraltro ben lontano dall’esser certo, tantopiù con un sistema elettorale rigidamente proporzionale – del suo partito. Il tutto, con un prolungamento potenzialmente catastrofico del vuoto di potere e dell’incertezza che attanagliano il paese.
Da qui, le chances della Timoshenko di restare comunque a galla: senza una solida alleanza con lei – e non si vede come ciò potrebbe essere possibile senza lasciarle il posto di premier – difficilmente Yanukovich potrà portare avanti la sua politica, quale che sia. E le promesse fatte dal nuovo presidente agli elettori sono abbastanza impegnative: se tornare all’amicizia con Mosca, lasciar ammuffire i progetti di adesione alla Nato e ripristinare l’uso ufficiale della lingua russa non sono veri problemi (del resto anche Yulija vanta ormai solide relazioni al Cremlino…) altra cosa sarà dare al paese stabilità e ordine, rimettere in sesto l’economia (crollata nel 2009 del 15 per cento), senza dimenticare la giustizia sociale…