venerdì 9 aprile 2010

Tessile senza catene

COOPERATIVE DI ARGENTINA E THAILANDIA LANCIANO UNA MARCA DI VESTITI CONTRO IL LAVORO SCHIAVO

La marca no-chains sarà inaugurata il 4 giugno, in simultanea, a Buenos Aires e Bangkok. Gli indumenti, prodotti dalle cooperative La Alameda e Dignity Returns, saranno venduti in tutto il mondo, per promuovere il lavoro in condizioni dignitose.

A Bangkok e Buenos Aires ci sono due storie parallele.
Nella capitale thailandese, lavoratori di una impresa tessile si sono organizzati per recuperare l’impresa in cui lavoravano, dopo la chiusura, e si sono costituiti in cooperativa di confezione abbigliamento. Qui, immigrati che venivano sfruttati nei laboratori di sartoria clandestini si sono associati e hanno creato articoli propri. Le due attività –a differenza di altre linee che procedono nella stessa direzione- si sono incrociate per elaborare una proposta comune: la creazione di una marca globale di vestiti che simbolizza la lotta contro il lavoro schiavo, tanto nel sudest asiatico come in Sudamerica. La marca si chiama no-chain –in inglese, senza catene- e verrà messa sul mercato lo stesso giorno, il prossimo 4 giugno.
La prima produzione sarà di magliette, stampate con disegni scelti alla fine di un concorso internazionale di disegno, organizzato in collaborazione tra le due cooperative.
L’inedita alleanza tra i due gruppi di lavoratori, con lingue, abitudini e credenze distinte ma con uno stesso obiettivo, ha inizio poco più di un anno fa, durante un incontro tra organizzazioni sociali, sindacali e dei diritti umani del sudest asiatico, a cui furono invitati rappresentanti della cooperativa argentina.
Protagoniste della storia sono la cooperativa Dignity Returns (la ritrovata dignità), fondata a Bangkok quando una fabbrica di vestiti ha chiuso, nel 2003, e la cooperativa 20 de Diciembre-La Alameda, sorta a Buenos Aires con la crisi del 2001. Le due organizzazioni hanno partecipato, un anno fa, ad un incontro convocato dal Centro de Monitoreo de Recursos Laborales, una ONG con sede a Hong Kong che raggruppa organizzazioni di 17 paesi del sudest asiatico e che promuove ciò che in questa regione si chiama “lavoro decente”.
“A dicembre del 2008 abbiamo conosciuto la gente de La Alameda durante un incontro a Lima, in Perù, e abbiamo pensato che fosse importante il loro contributo ed esperienza all’incontro previsto per marzo 2009, a Bangkok. Lì è dove hanno conosciuto le persone di Dignity Returns e si sono messi d’accordo per lanciare una marca a livello globale.”, dice da Hong Kong a Pagina/12 Doris Lee, coordinatrice di programmi del Centro de Monitoreo.
Con l’accordo, le due organizzazioni hanno dato il primo passo per creare la red global de trabajadores costureros. “L’obiettivo, più che quello di ottenere un guadagno, è che si globalizzi la lotta contro il lavoro schiavo, creando coscienza tra i consumatori e i lavoratori”, ha detto a questo quotidiano Gustavo Vera, presidente della cooperativa La Alameda e uno dei promotori della marca internazionale.
Da Bangkok, Andrew Little, portavoce della cooperativa Dignity Returns, ha detto a Página/12 che spera che il lancio della marca internazionale serva per “rendere visibile a livello mondiale il modello di organizzazione in cooperativa e per creare coscienza riguardo le lotte dei lavoratori”.
Così, l’alleanza che ha dato forma alla marca no-chains pretende essere il punto di partenza a cui si aggiungeranno cooperative di lavoro di altri paesi. “A partire dalla conoscenza della marca, arriveranno richieste da cooperative di altri paesi per integrarsi alla rete globale. Dopo un periodo di studio, per verificare che si aggiustino alle regole di lavoro pulito, potranno incorporarsi”, ha spiegato Vera.
Il lancio della marca internazionale è previsto per il 4 giugno, in modo simultaneo, alle 11 di mattina nella sede de La Alameda, a Buenos Aires, e alle 21 nella sede di Dignity Returns, a Bangkok. L’idea è che i due eventi si svolgano in comunicazione tra loro, mediante una videoconferenza.
A partire da quel giorno sarà in vendita la prima serie di magliette no-chains, la nuova marca, nei locali del commercio equo di diverse città del mondo. “Ci sarà un prezzo speciale per sindacati e organizzazioni”, dice Vera. Il titolare della cooperativa argentina chiarisce che lo scopo dell’iniziativa non è commerciale e che il guadagno della vendita verrà diviso in parti uguali tra i due laboratori, nonostante a Buenos Aires i costi di produzione siano il triplo rispetto a Bangkok.
Ciascun capo avrà un prezzo che va dai 12 ai 15 dollari (circa 50 pesos argentini), dice Tamara Rosenberg, responsabile vendite per Argentina e America. Ciascuna cooperativa vende nei propri punti di distribuzione (a Buenos Aires, nel locale di Bonpland 1660, quartiere Palermo, e nella sede de La Alameda, su Directorio y Lacarra, zona Parque Avellaneda) inoltre i capi potranno essere acquistati per posta facendo un ordine sul sito web www.nochains.org da organizzazioni di qualsiasi città del mondo interessate a vendere il prodotto, previo pagamento elettronico o attraverso il sistema di pagamento a contrassegno. Come capitale iniziale, l’iniziativa ha beneficiato di un sussidio della Fundación Avina.
Le due organizzazioni che hanno lanciato la marca globale si somigliano ma sono nate in realtà ben diverse. I fondatori di Dignity Returns sono ex lavoratori della marca Bed and Bath, che fabbricava indumenti per esportazione, contrattata da multinazionali come Nike, Adidas e Umbro. Anche se avevano contratti regolari, erano obbligati a lunghe giornate di lavoro, oltre ad essere “costretti ad assumere droghe per rimanere svegli”, come si legge sul sito della cooperativa. Quando la fabbrica ha chiuso, nel 2003, sono stati licenziati senza indennizzo. Dopo diverse settimane di conflitto e aver accampato di fronte al Ministero del Lavoro Thailandese, hanno ottenuto che il governo desse loro agevolazioni per acquistare macchinari industriali e hanno formato la cooperativa Solidary Factory. Questa organizzazione, formata da 16 lavoratori –in maggioranza donne- ha preso il nome di Dignity Returns, la marca di vestiti che producevano.
La Alameda invece è sorta come mensa comunitaria, nel mezzo della crisi di dicembre del 2001. A questa mensa cominciarono ad avvicinarsi cittadini boliviani, molti di loro immigrati illegali che vivevano negli stessi laboratori di cucito in cui lavoravano. I lavoratori che riuscivano a scappare da questa situazione –molti di loro vivevano in uno stato di semischiavitù, con i documenti trattenuti dai proprietari dei laboratori e sempre con debiti da saldare nei confronti dei loro datori di lavoro che avevano facilitato il viaggio dalla Bolivia - hanno formato la cooperativa di confezione di abbigliamento 20 de Diciembre.
L’incontro di marzo 2009 tra le organizzazioni sociali, sindacati di Corea, Filippine, Indonesia e Thailandia si è svolto nel contesto della crisi globale che ha sconvolto l’economia, e che ha avuto come conseguenza la perdita di posti di lavoro in tutto il mondo. “Abbiamo pensato che potevamo imparare dall’esperienza di paesi come l’Argentina, dove i lavoratori sono ricorsi alla creazione di cooperative di lavoro e si sono organizzati per lottare contro il lavoro schiavo”, ha detto Doris Lee, che è nata in Corea del Sud ma vive ad Hong Kong.
Le due cooperative, che hanno prodotti e marche proprie, avrebbero confezionato inizialmente gli stessi modelli che realizzano attualmente. “Ma abbiamo deciso di fare un concorso internazionale per nuovi disegni –ha commentato Gustavo Vera. I sei vincitori sono stati selezionati con una votazione tra i lavoratori delle due cooperative. Sono stati scelti due lavori di Argentina, uno della Corea del Sud, uno dell’Indonesia, un altro degli Stati Uniti e il resto, di Hong Kong”, ha aggiunto. I vincitori riceveranno come premio la stampa del disegno che hanno realizzato per i nuovi modelli e un certo numero di magliette.
Le storie parallele delle due cooperative non solo si incrociano attraverso una impresa comune di marca globale. “Ci sono stati segnali di solidarietà di fronte alle lotte e le difficoltà che ciascuno ha dovuto affrontare”, ha raccontato Gustavo Vera. Ha ricordato quando i lavoratori di Thailandia hanno manifestato all’ambasciata argentina di Bangkok, quando i lavoratori de La Alameda furono aggrediti da un gruppo di proprietari di laboratori clandestini a Buenos Aires, a luglio dell’anno scorso. E la mobilitazione di lavoratori argentini e boliviani qui, di fronte all’ambasciata thailandese, in solidarietà ai lavoratori licenziati dalla multinazionale di intimo The Triumph, a Bangkok. È che, nonostante la distanza e le differenze culturali, il mondo del lavoro in entrambi i paesi ha caratteri comune: l’utilizzo di immigrati illegali che vengono contrattati per la metà del salario di un lavoratore locale, in imprese che lavorano per le grandi marche di abbigliamento.
L’intreccio sociale tra i lavoratori del tessile dei due mondi, dalla proposta iniziale fino al lancio del prodotto, è durato poco più di un anno. I protagonisti, durante l’atto di presentazione, parleranno lingue molto diverse, tai e spagnolo, passando attraverso la mediazione dell’inglese. Tuttavia, tutti dicono avere un linguaggio comune, che è quello del lavoro in condizioni dignitose.