giovedì 8 aprile 2010

Vittorio Zucconi, gli zapatisti e la cattiva informazione

"Todos somos Marcos": volete le foto di tutti noi in basso a sinistra?

Come passare da una notizia non verificata alla  "normalizzazione di un sogno"


Avvertenza: questa non vuole essere una lezione di giornalismo a opera di uno scribacchino, bensì una pubblica protesta di un attivista, contro un palese caso di disinformazione.
Una notizia quantomeno sospetta, lanciata dal quotidiano messicano Reforma, ha fatto il giro del mondo: ecco il dossier sugli zapatisti, ecco il volto scoperto del Subcomandante Marcos, ecco chi finanzia l’EZLN! Molti organi di stampa si sono affrettati a fare eco. Prendiamo il caso italiano: Corriere, Sole24Ore, Repubblica, e molti altri quotidiani hanno riportato la notizia acriticamente. Proprio su Repubblica del 28 marzo spiccava il caso limite, rappresentato dal blasonatissimo Vittorio Zucconi.

Un campionamento inserito in una vecchia canzone degli Ariadigolpe recitava: “Come nasce una falsa notizia? Prima di verificarla, si cominciano a chiedere pareri…”. Ebbene, Zucconi è andato ben oltre: ci ha voluto propinare un saggio di opinionismo geopolitico, sulla base della sua (presunta) autorità in fatto di cose americane. Il parere sulla falsa notizia, se lo è fornito da solo. Il suo articolo (titolo: L’ultimo volto del Subcomandante Marcos), per chi mastica un po’ di zapatismo, è al limite del vergognoso.
Innanzitutto, Zucconi evita di mettere in dubbio la veridicità di foto, dossier, illazioni. Costui è assolutamente certo che il “barbudo” della foto sia Marcos, e suffraga la sua tesi con metodo lombrosiano: ha la barba, dunque è guevarista, dunque è romantico: è lui! E dopo tale folgorazione dà la stura a una serie nauseante di banalità.
Zucconi è una delle penne meglio remunerate d’Italia, pertanto conosce i trucchetti del mestiere. Infatti si premura di infarcire l’articolo con riferimenti di nozionismo zapatista, impresa peraltro accessibile a qualsiasi adolescente capace di usare google. Offrendo una stereotipata cartolina della coleta San Cristóbal, crede di guadagnarsi lo status di esperto di movimenti latinoamericani. Ciò non gli impedisce di incorrere in banali gaffes, come quando dà per morto il vescovo Samuel Ruiz (nel 2000, cioè quando ha lasciato la sua carica ecclesiastica) o laddove considera "progressista" il neoliberale Reforma. In questo secondo caso, il poveretto cade su una delle trappole tipiche della tradizione messicana del Partito Rivoluzionario Istituzionale: usare una terminologia socialisteggiante per denominare realtà conservatrici o reazionarie.
Chissà cosa penserebbero veri conoscitori (purtroppo non più tra noi, e l’assenza ci pesa) come Carlos Montemayor e Manuel Vázquez Montalbán, dell’exploit del giornalista. Prendo il Pamphlet dal pianeta delle scimmie del grande scrittore catalano, in qualche occasione citato dallo stesso Marcos. Curiosamente, se Zucconi lo leggesse ci troverebbe un brano che fa al caso suo.
Dice Vázquez Montalbán, a proposito dell’educazione all’informazione: “L’abbiccì del decodificatore di un qualsiasi mezzo di comunicazione consiste nel sapere chi è il proprietario di tale mezzo e cosa questi intenda ottenere dal controllo della coscienza del ricevente”. Si è chiesto, l’esperto Zucconi, cosa rappresenta Reforma in Messico? Si è chiesto qual è l’interesse della destra di Felipe Calderón, coinvolto nelle faide di narcotraffico e in sanguinarie repressioni di movimenti?
Forse Zucconi ignora perfino il meccanismo di funzionamento della guerra di contrainsurgencia, che si muove da sempre su un doppio binario: da un lato le aggressioni alle comunità zapatiste, dall’altro le menzogne mediatiche. Ogni menzogna diffusa dal malgoverno precede, segue o accompagna un’aggressione militare o paramilitare. In realtà, l’articolo di Zucconi tutto ignora: la vicenda di Agua Azul e quella dei Montes Azules, i megaprogetti di penetrazione capitalistica, il recente caso di Mitzitón, le aggressioni nei vari municipi (dalla zona di Oventic a quella di Morelia a Roberto Barrios, l’elenco di violenze paramilitari è interminabile), i prigionieri politici. Immagino che anche la sigla OPDDIC sarebbe per lui una novità. Ignora le false notizie diffuse per screditare le Giunte di Buon Governo, e per punzecchiare l’EZLN attraverso la figura di Marcos.
Vorrei rendere edotto Vittorio Zucconi, per colmare il suo ritardo informativo, che la comandancia dell’EZLN tace da oltre un anno. Non compete qui disquisire sui motivi strategici di tale silenzio, ma quantomeno occorre notare che il Governo di FeCal ha tutto l’interesse a provocare, forse anche perché non sa che pesci prendere e ha bisogno di diversivi mediatici rispetto al caos delle guerre dei narcos, che ne rivelano impotenze e connivenze. Per Zucconi, ciò non è argomento degno di riflessione. Non gli serve conoscere i trascorsi tra EZLN e ETA. Non gli compete neppure smascherare la menzogna mondiale per la quale La Garrucha sarebbe un “bastione” inviolabile dello zapatismo, rimasto fino a oggi inaccessibile.
Per chi non lo sapesse, La Garrucha è uno dei cinque Caracoles, nati nel 2003, dalla trasformazione degli Aguascalientes, proprio per interfacciarsi con i visitatori, attraverso le autorità civili democraticamente scelte dalle comunità indigene. Di ogni Caracol esistono milioni di foto in giro per il mondo, scattate su autorizzazione delle Giunte di Buon Governo, e quelle pubblicate da Reforma non sembrano neanche molto recenti.
Zucconi dimentica di chiedersi come mai, da tale rilevantissimo dossier sugli zapatisti, abbiano di fatto ricavato solo una non-notizia di una pagina e mezzo. E il bello è che la conclusione del suo articolo è: siamo alla “normalizzazione di un sogno”, anche perché… ormai c’è Chavez al governo in Venezuela! Dunque, cinquecento anni di oppressione indigena, sedici anni di ribellione e costruzione di autonomia in Chiapas, secondo Zucconi, nascono e muoiono con l’identikit di Marcos (identikit nemmeno certificato da un qualsiasi fisionomista di regime).
Come al solito, è bastato l’Oracolo ANSA a investire di credibilità la notizia agli occhi dei giornali italiani. Le agenzie di stampa, pur essendo fatte da esseri umani, mantengono l’aura di sibilline divulgatrici di nudi fatti. Ma è facile capire che non è così.
Per coerenza, occorre rivolgersi la domanda raccomandata da Vázquez Montalbán: per conto di chi ha scritto l’articolo, il buon Vittorio Zucconi?
Di chi è Repubblica? E’ proprietà di quel Carlo De Benedetti capace di scucire milioni di euro a Silvio Berlusconi per la vicenda Lodo Mondadori. E’un giornale definito di “sinistra”, che Berlusca accusa di costituire un partito occulto contro di lui. Un quotidiano autorevole, con molti lettori, tanti dei quali si accontentano semplicemente di sentirsi dire ovvietà sul ducetto nostrano. Ma diciamolo: parlar male di Berlusconi è come dire che la cacca puzza. Tanto vale sentirselo ripetere da un giornale più documentato in tali analisi delle feci, quale il Fatto quotidiano di Travaglio e soci. Insomma, sapere che la cacca puzza non aggiunge granché alla nostra conoscenza del mondo, così come nulla aggiunge l’articolo di Zucconi alla conoscenza della guerra a bassa intensità in Chiapas: si tratta di puro ritualismo mediatico. Il “sinistro” Repubblica risulta più fuorviante (come quando si azzarda a descrivere i centri sociali) perfino del Sole24Ore. Sarà perché il giornale di Confindustria è il giornale dei padroni per antonomasia, ma ai suoi corsivisti e lettori non manca l’unico pregio tipico di chi bada al sodo, cioè alla pecunia: l’approccio materialistico. A parziale conferma, il sondaggio on line del Sole24Ore sulla veridicità della foto a volto scoperto del Sup, esprime un 80% di persone convinte che si tratti di un falso. Che ne pensa, Zucconi, di tanta diffidenza?
Ora la fatidica domanda mi si ritorce contro… per chi parlo, visto che nessuno mi paga? Parlo per me, sulla base delle esperienze maturate in anni di progetti con le comunità zapatiste, sulla base dei racconti di cooperanti e osservatori dei diritti umani italiani (i famosi “visitantes” di cui si favoleggiano abnormi finanziamenti agli zapatisti), europei e americani, molti dei quali ben più esperti di me. Parlo da lettore dei giornalisti de La Jornada, come Hermann Bellinghausen, Gloria Muñoz Ramirez e altri, che da anni vivono direttamente la realtà chiapaneca e hanno sempre esemplarmente raccontato il movimento zapatista. Parlo avendo presenti le denunce delle Giunte del Buon Governo sulle aggressioni militari e paramilitari, e rivendicando il diritto di indignarmi dinanzi alla cattiva informazione diffusa da taluni giornali di “sinistra”.
Cari giornalisti, rispolverando il vero significato del motto “todos somos Marcos”, eccovi un consiglio non richiesto: perché non vi procurate le foto di tutti noi che stiamo abajo a la izquierda al fianco dell’Altra Campagna e degli zapatisti, in Chiapas, in Messico, e nei cinque continenti? Solo così otterrete lo scopo di normalizzare il sogno. Ma attenzione: sarà un lavoro lungo. Procuratevi un album bello grosso.
Daniele Di Stefano