mercoledì 29 luglio 2009

Un anno e tre mesi di prigione per Leyla Zana

La corte di Diyarbakir ha condanato la ex deputata Leyla Zana per "propaganda organizzativa"

Martedi la corte a Diyarbakir ha condannato la ex deputata kurda Leyla Zana a un anno e tre mesi di prigione presumibilmente per aver diffuso propaganda a favore del PKK in un discorso tenuto in un seminario all' università di Londra il 24 maggio 2008.


Nel suo discorso lei aveva equiparato l'importanza del Pkk e il suo leader incarceratoper il popolo kurdo come all'importanza che il cuore e il cervello hanno per gli umani. Loro hanno creato una nuova vita per il popolo kurdo, cosi che la gente che usava vergognarsi della propria esistenza ha acquistato uno spirito di libertà e di resistenza.



L'ex deputata al Parlamento per il Partito per la democrazia (DEP) era accusata in base all'articolo 7/2 della legge antiterrorismo e il procuratore ha chiesto 5 anni di carcere.


La polizia ha monitorato le registrazioni sul canale satellitale ROJ TV e aveva presentato una denuncia penale contro di lei.



La precedente lunga prigionia


Nel 1994, Zana e altri politici kurdi erano stati arrestati per avere utilizzato il kurdo durante la cerimonia di giuramento. Loro sono stati incarcerati per 15 anni e rilasciati nel 2004. I sostenitori di Zana in Turchia e in Francia avevano organizzato campagne dopo che lei era stata condannata a 10 anni di prigione lo scorso anno per i discorsi che aveva tenuto. Il caso e' attualmente alla suprema corte di appello. La campagna in Turchia ha chiesto alla suprema corte di rovesciare la sentenza e di sollevare gli ostacoli legali alla libertà di espressione. In Francia una campagna partita il 10 febbraio è stata firmata da diversi intellettuali. Nel rapporto del Comitato Affari Esteri del Parlamento Europeo sono citati i problemi della libertà di espressione, e il caso alla corte di Leyla Zana per effetto della legge 301. L'Ue aveva assegnato a Leyla Zana il premio Sakarow nel 1995

martedì 28 luglio 2009

La Rete e lo Stato


di Gloria Muñoz Ramírez

Furono mesi di viaggi ed accumulo di sofferenze e resistenze. Mesi nei quali, in precarie condizioni, si svolse il viaggio dell'Altra Campagna in tutto il territorio dimenticato del Messico. Con modeste apparecchiature audio e video si raccolsero e registrarono storie e si assunsero impegni. Giovani, in maggioranza provenienti da esperienze autonome, comunitarie e libertarie, cominciarono a lavorare, ancora senza proporselo, in quello che poi sarebbe diventata la Red de Medios Libres Abajo y a la Izquierda (Rete dei Media Liberi in Basso e a Sinistra).
Fu nel 2007, durante il passaggio della delegazione dell'EZLN per il nord del paese, quando Regeneración Radio ed il Frente Popular Francisco Villa Independiente-UNOPII "cominciarono a lavorare all'idea di poter costruire media liberi che accompagnassero i processi organizzativi nel luogo in cui si costruivano", a partire dalla premessa che "sono sempre pochi che decidono che cosa si trasmette e come, non sono mai i popoli".
Durante questi due anni il lavoro della Rete si è definito in due campi: l'elaborazione di laboratori sui media ed il lavoro politico ed organizzativo. Hanno realizzato campagne nazionali unitarie, scambiato materiali ed organizzate coperture.
Di fronte all'aperta criminalizzazione dei movimenti sociali, la Rete si propone di creare i meccanismi per rispondere alla repressione basandosi sull'informazione diffusa. "Pensiamo - si dice nel documento di invito - che una lotta si rafforza quando ha la capacità di diffondere le sue problematiche ed istanze, e la sicurezza che i suoi compagni, nonostante la distanza, sapranno sempre quello che sta succedendo loro e cercheranno il modo di solidarizzare.
Fin dalla sua nascita la Red de Medios Libres si è dichiarata autonoma criticando "le leggi che impediscono ogni possibilità al nostro popolo di creare propri media". Non chiedono niente allo Stato. Non hanno bisogno del permesso per trasmettere, dipingere, scrivere, stampare, fotografare e realizzare graffiti. L'obiettivo è costruire autonomia e rafforzare il movimento sociale che lotta contro il capitalismo. Per questo e molto altro si riuniscono questo fine settimana nella città di Oaxaca in un incontro al quale sono invitati i media liberi che "lavorano quotidianamente nella creazione di nuovi canali e forme di comunicazione indipendenti da partiti politici, organizzazioni non governative ed associazioni civili che, in maniera interessata, cercano concessioni, permessi e finanziamenti".
La Rete è chiara nel suo rifiuto "dello Stato come spazio di mediazione tra i nostri desideri e la necessità di comunicazione". Non è il momento di concessioni, ma del lavoro congiunto ed organizzato.

(Traduzione "Maribel" - Bergamo http://chiapasbg.wordpress.com/)

Tratto da:
La Jornada

Via gli eserciti di occupazione dall'Afghanistan

Nè per soldi né per prestigio

Il dibattito accesso da Bossi&Calderoli sui perchè rimanere e sui per cosa stare in Afganistan permette alcune riflessioni nel merito.
La prima. In Afganistan si sta perdendo la guerra, o meglio: la si era già persa con la gestione precedente dei massacri dal cielo (i.e. Predator + il texano bombing da 15.000 di altezza) e la si sta perdendo anche ora con i marines, i rangers, i folgorati semi-impantanati in un territorio che è troppo difficile e del tutto refrattario ai codici dell'Occidente occupante.
Lo è perchè trent'anni di guerra non obbligano alla pace se essa è scritta con il linguaggio e gli istituti dell'Occupante, se essa non veicola benessere distribuito, ma cluster di nuovi poteri e sfruttamenti e se il nuovo punto di equilibrio tra questi (i.e. la risultante del processo elettorale a la occidentale) si deve ancora trovare.
Non c'è e non ci sarà pace in Afganistan, purtropo per i civili che, frequentemente, sono gli obbiettivi dei combattimenti nelle guerre contemporanee.
La roadmap 2.0 di Obama è, alla fine della fiera, un altro modo per fare (e rilanciare) la guerra in attesa di una exit strategy che deve ancora arrivare e che incombe sotto il peso di un costo enorme, non più mantenibile unilateralmente, e dell'assenza di un mercato potenziale di beni e clienti che, a differenza della Mesopotamia, qua non c'è.
Il cui prodest della Lega trova nei 500 milioni di fattura di guerra italiana le ragioni dei dubbi e, d'altro canto, chiunque osservi il contesto non troverà nessun avanzamento concreto.
La replica di Frattini è del tutto esauriente: stiamo e staremo in quell'inferno per “prestigio internazionale”, un po' come se l'Afganistan fosse una Crimea del bonapartismo della corte Berlusconi.
Non c'è invece nessuna scusa per occupare qui territori, ci sono, invece, molti, moltissimi motivi per aprirvi ospedali, progetti non governativi – e not embedded- di cooperazione, di sostegno ad un altro sviluppo, di una diplomazia dal basso che ci permetta di comprendere quei territori bel aldilà di quanto ci permettano di fare i report degli inviati RAI.
Via gli eserciti di occupazione, fuori la guerra dall'Afganistan, dunque, e fuori l'Europa dalla guerra. Queste sono le uniche parole di buonsenso.

Striscia di Gaza, aggressioni continue dell'artiglieria e della marina israeliane.



Questa mattina, diversi carrarmati e veicoli militari israeliani sono penetrati ad est del "cimitero dei martiri", a Gaza City, mentre questa notte la marina ha continuato mitragliare i pescherecci ormeggiati sulla costa.
Un testimone ha riferito che più di 15 carrarmati, bulldozer e jeep di tipo Hummers sono usciti dalla postazione militare di "Nahel Oz", a est di Gaza, e si sono diretti verso nord appostandosi nei pressi del "cimitero dei martiri". Egli ha aggiunto che di fronte a un tale spiegamento di forze, gli agricoltori sono stati costretti a abbandonare i campi per timore di essere bombardardati.
Secondo fonti palestinesi, la marina militare ha sparato tutta la notte contro i pescherecci palestinesi nel mare di Gaza. Non ci sono informazioni di feriti.
Nella nottata è stata udita una grande esplosione ad est della città di Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza, ma non si hanno notizie sulle cause e sugli eventuali effetti.
da Infopal

Honduras: corrispondenza dalla frontiera di Los Manos (El Paraiso)

Voci dal basso... Francesca e Oscar

27 / 7 / 2009
"Ciao, qui in Honduras la situazione si fa sempre più critica, gli abusi di diritti umani continuano a peggiorare sempre di più, la gente e' stanca ma determinata a vincere, sempre piu' persone si muovono verso la frontiera, nonostante gli 11 blocchi di polizia, il coprifuoco e stato d'assedio indetto fino alle 18:00 (30 ore totali da ieri). L'obiettivo non è Mel Zelaya ma la democrazia, i diritti umani e la giustizia. Mi è appena arrivata la notizia che un ragazzo, arrestato ieri dalla polizia fascista del regime dittatoriale di Micheletti, è stato ritrovato morto nella montagna vicino alla frontiera di Las Manos con segni di torture. Aiutate a fare pressione alla comunità internazionale, questo non può andare avanti. Ciao, Francesca"

Con queste poche parole Francesca, italiana, da tre anni in Honduras, ci comunica della gravissima situazione che in queste ore vive il paese. Ci chiede di far circolare le notizie, di attivare tutte le nostre risorse per sostenere il popolo honduregno nella difesa della democrazia. Ci manda inoltre una testimonianza dalla frontiera di Los Manos che pubblichiamo di seguito.

26° giorno, 24 luglio 2009
Oggi alle 0:29
Veniamo dal confine de Los Manos nel dipartimento di El Paraíso, Manuel Zelaya ha brevemente attraversato il confine e ha dimostrato che l'esercito non osa arrestarlo, ma lui non ha osato andare al di là a pochi metri. Diverse persone mi hanno spiegato che per passare è necessario che una decina di migliaia di persone siano con lui. Dubito che lo potrà fare, l'intero sforzo di questo governo è per impedirlo. Il movimento in questa zona è sorprendente, centinaia di persone cercano di raggiungere la frontiera e un uguale numero di soldati cercano di fermarli. Ameno dieci militari di controllo quasi ogni veicolo, fanno scendere dai bus i loro occupanti e poi li costringono a camminare. Se vogliono andare che camminino a piedi, dicono funzionari tra sorriso e battuta. La gente sa chi ha le armi e cammina. Il coprifuoco ci ha preso ieri alle sei del pomeriggio nella zona, alle sei della mattina ci uniamo alla carovana che stava cercando di arrivare fino a Los Manos, a mezzogiorno, cercando di disperdere i manifestanti, il governo ha dichiarato di nuovo il coprifuoco, dalle dodici fino alle sei della mattina successiva. Alla fine hanno esteso il coprifuoco per tutta la giornata di domani. Le auto della polizia corrono nelle strade vuote e ordinano agli abitanti della zona di chiudersi nelle loro case o saranno arrestati, ho potuto vedere come una giovane madre corse a rifugiarsi nella sua casa al sentire l’arrivo di una pattuglia della polizia. Cercando di andare al confine abbiamo visto come la polizia ha arrestato una ventina di persone che cercavano di arrivare a Los Manos attraversando le montagne, li tenevano sotto la pioggia fino a che noi ci identifichiamo come stampa internazionale (andavamo veramente con veri corrispondenti internazionali). Solo allora si sono resi disponibili per metterli sotto un tetto. Abbiamo denunciato il caso e si sono fatte vive nel luogo organizzazioni per i diritti umani, presentando habeas corpus. Circa duemila persone si sono scontrate con le forze di polizia e l'esercito al posto di controllo che hanno alzato a circa 8 chilometri dal confine, di tre volte, la prima è stata la più violenta. La polizia ha sparato sui dimostranti, lasciando un saldo di almeno 2 feriti, uno ha perso un orecchio con un colpo. Le persone ugualmente non si sono disperse e in queste ore della notte sono ancora nel checkpoint. Venti miglia più tardi, all’altezza della città di Danlí sta un altro importante checkpoint dove circa duemila persone hanno accompagnato la famiglia del presidente Zelaya, alle quali è stato poi impedito il passaggio. Sono pronte per iniziare a camminare domani. A Tegucigalpa, un altro gruppo di manifestanti si appresta a passare la notte, di fronte agli impianti di Radio Globo, dopo la minaccia di chiusura da parte delle autorità. Allo stesso modo è tenuta l'ambasciata del Venezuela davanti alla minaccia di attacchi da parte della Procura. Sembra che il fine settimana sarà faticoso, ma pieno di speranza. Nell’andare a Tegucigalpa abbiamo incontrato un gruppo di circa un centinaio di persone che camminavano sotto il buio della notte, con la ferma intenzione di aggiungersi alla marcia. Avevano camminato già per circa settanta miglia, e circa quindici ne mancavano per raggiungere il primo checkpoint. E 'certo che l'esercito non li lascerà passare, è anche certo però che loro non si lasceranno arrestare.
NO PASARAN!
Oscar Estrada Manifestante

Per informazioni in diretta:
http://www.telesurtv.net/
http://www.radioglobohonduras.com/
http://www.radioprogresohn.net/
Altre informazioni su:
http://www.honduraslaboral.org/
http://www.todosconhonduras.cult.cu/index.php?cont=noticias&lang=1&declara=9
http://www.puchica.org/
http://hablahonduras.com/

Día Veintiseis, 24 de julio de 2009
Hoy a las 0:29
Venimos de la frontera de Las Manos en el departamento de El Paraíso, Manuel Zelaya cruzó brevemente la frontera y demostró que el ejército no se atreve a arrestarlo, aunque él tampoco se atrevió a pasar más allá de un par de metros. Varias personas me explicaron que para poder pasar necesita unas diez mil personas con él. Dudo que lo logre, todo el esfuerzo de este gobierno están puestos en impedirlo.El movimiento que hay en esa zona es impresionante, cientos de personas tratan de llegar hasta la frontera e igual número de militares tratan de impedirlo. Por lo menos diez retenes militares detienen prácticamente cada vehículo, bajan de los buses a sus ocupantes para luego obligarlos a caminar. Si quieren llegar, que caminen, dicen los oficiales entre sonrisa y burla. El pueblo sabe quien tiene las armas y camina.El toque de queda nos agarró ayer a las seis de la tarde en la zona, a las seis de la mañana nos sumarnos a la caravana que buscaba llegas hasta las manos, a medio día intentando dispersar a los manifestantes, el gobierno volvió a declarar el toque de queda desde las doce del día hasta las seis de la mañana siguiente. Finalmente han extendido el toque de queda para todo el día de mañana. Los carros policías corren las calles vacías ordenando a los habitantes de la zona que se guarden en sus casas o serán arrestados, pude ver como una joven madre corría para refugiarse en su casa al escuchar llegar una patrulla policial.Al volver de la frontera vimos como la policía había detenido unas veinte personas que trataban de llegar a Las Manos atravesado las montañas, los tenía bajo la lluvia y fue hasta que nos identificamos como prensa internacional (andaba con verdaderos corresponsales internacionales) que dispusieron guardar a los prisioneros bajo techo. Denunciamos el caso y organismos de derechos humanos se hicieron presentes en el lugar presentando habeas corpus. Unas dos mil personas se confrontaron con la policía y el ejército en el retén que tienen levantado a unos 8 kilómetros de la frontera, de las tres veces, la primera fue la más violenta. La policía disparó contra los manifestantes y dejó un saldo de por lo menos 2 heridos, uno de ellos que perdió una oreja de un disparo. El pueblo igual no se dispersó y a estas horas de la noche aun permanecen en el reten. Unos veinte kilómetros más adelante, a la altura de la ciudad de Danlí, está otro gran reten militar en donde unas dos mil personas acompañan a la familia del Presidente Zelaya, luego que les fue impedido el paso. Están dispuestos a comenzar a caminar al llegar la mañana.En Tegucigalpa otro grupo de manifestantes se presta a pasar la noche frente a las instalaciones de Radio Globo luego de la amenaza de cierre por parte de las autoridades. De igual manera es guardada la embajada de Venezuela ante la amenaza de allanamiento por parte de la Fiscalía. Parece que el fin de semana será agotador, pero lleno de esperanza. A volver a Tegucigalpa encontramos un grupo de unas cien personas que caminaban bajo la oscuridad de la noche con el firme propósito de sumarse a la marcha. Llevaban avanzados unos setenta kilómetros, les faltaban unos quince más para llegar hasta el primer reten. Es seguro que el ejército no los dejará pasar, es seguro también que ellos no se dejarán detener.
¡NO PASARAN!
Oscar Estrada
Manifestante

Cina: operai contro fusione aziende, ucciso manager

Circa 30.000 lavoratori di un'acciaieria cinese, che protestavano contro l'acquisizione della loro fabbrica da parte di un'altra società, hanno picchiato a morte un manager e si sono scontrati con la polizia con un bilancio di un centinaio di feriti. Lo ha reso noto oggi un gruppo per la difesa dei diritti umani. Secondo il Centro di informazione per i diritti umani e la democrazia di Hong Kong, la notizia che la Jianlong Steel Holding Company, una azienda di Pechino, stava rilevando la quota di maggioranza della Tonghua Iron e Steel Group, statale, ha scatenato le proteste nella provincia nordorientale di Jilin. Chen Guojun, il direttore generale della Jianlong, è stato picchiato a morte dagli operai, infuriati dopo aver saputo che il manager lo scorso anno aveva guadagnato circa tre milioni di yuan (poco più di 300 mila euro), mentre gli operai della Tonghua che andranno a casa ne prenderanno 200 al mese. Un agente di polizia, scrive oggi il South China Morning Post, ha confermato gli incidenti e la morte di Chen, che aveva una quarantina d'anni. Gli operai, che hanno bloccato anche alcune strade e distrutto tre auto della polizia, non hanno lasciato passare l'ambulanza inviata per soccorrere il dirigente. La Cina, il maggior produttore e consumatore di acciaio del mondo, sta cercando di razionalizzare il settore, ma questi progetti incontrano la forte resistenza dei lavoratori e dei governi locali, preoccupati dei contraccolpi economici in un periodo di crisi globale.

da www.ansa.it

Ancora repressione selvaggia in Iran

Spenti i riflettori internazionali, la polizia iraniana continua ad operare selvaggi abusi

I blogger denunciano la morte in carcere di uno studente arrestato il 9 luglio


Amir Javadifar (1984-2009) era uno studente di Gestione Industriale, una facoltà impegnativa, che avrebbe potuto garantirgli un buon futuro.
Amir fu arrestato il 9 luglio scorso dopo essere stato violentemente fermato in località Amirabad; la notizia della sua morte, data dal quotidiano Etemad -e Melli, è stata confermata dal blogger iraniano Revolutionary Road, secondo il quale Amir, detenuto nel carcere di Evin non è sopravissuto a botte e torture.
Sul blog si da anche notizia di nuove proteste notturne per le strade di Teheran.
I riflettori della stampa e dell'attenzione internazionale sulla situazione interna iraniana si stanno spegnendo. Nelle stesse ore la polizia politica ed i corpi paramilitari fedeli ad Ahmadinejad riprendono la repressione contro chi si è opposto ed oppone al regime.

Filmati Ancora repressione

Links Utili:
Revolutionary Road
iran.whyweprotest.net

lunedì 27 luglio 2009

Ssangyong: la protesta s’intensifica con sciopero generale

La fabbrica occupata è circondata dalla polizia

L'occupazione da tre mesi della fabbrica è diventata una vicenda nazionale
di Piergiorgio Moro

L’occupazione della fabbrica della compagnia automobilistica Ssangyong da parte dei suoi 800 dipendenti e’ entrata nel terzo mese.
La lotta si sta inasprendo con scontri giornalieri tra i lavoratori da una parte, dentro le aree occupate, e polizia anti sommossa e milizie di destra dall’altra che tentano di sgombrare l’occupazione.
Una nuova tattica dalla polizia è l’uso di elicotteri che mentre sorvolano gli stabilimenti, bombardano i lavoratori con gas lacrimogeni ed altri prodotti chimici che bruciano la pelle al contatto.
La confederazione sindacale KCTU ha chiamato per uno sciopero generale a tempo indeterminato, chiedendo azioni di solidarietà in tutto il mondo. I cortei e le marcie di simpatizzanti che tentano di rompere l’assedio della polizia sono oramai iniziative giornaliere. Per fermare questi tentativi, la presenza della polizia è stata aumentata e si stima che adesso intorno alla fabbrica ci siano fino a 6.000 poliziotti anti sommossa.
Anche se la situazione dentro gli stabilimenti occupati è diventata durissima a causa della scarsità di cibo, acqua, e il continuo aumento nel numero di feriti, i lavoratori non danno segno di voler cedere.
Questo sciopero/occupazione è diventato una prova di forza cruciale tra il governo e il padronato contro i lavoratori.
Chi la vince, determinerà chi pagherà per questa crisi economica.

Per altre informazioni ed immagini:
http://libcom.org/news/ssangyong-occupation-update-day-five-july-25-2009-26072009
http://kctu.org/
http://www.worldlabour.org/eng/node/225

Per video:
http://www.youtube.com/watch?v=J1YYyrrKxWkhttp://www.youtube.com/watch?v=CYhlTLAU-Xwhttp://www.youtube.com/watch?v=C3Wd5zZ0h5E&feature=related

Ssangyong union:http://sym.nodong.org/

Continua il coprifuoco. Manifestanti senza acqua e alimenti, ma determinati.

Militari e paramilitari fermano e picchiano le persone che si trovano nella zona di frontiera.

Denunciate violenze alle donne accampate.
La situazione si fa sempre più tesa, con le principali strade del paese presidiate dalla Resistenza mentre cresce l’indignazione da parte della popolazione che chiede la pacifica rinuncia al potere da parte del golpista di Micheletti. Anche da parte di settori dell’esercito cresce il disappunto verso il comportamento della cupola militare.
Elementi paramilitari, trasportati nei camion dell’esercito continuano ad arrivare nella zona di frontiera e a mescolarsi con la popolazione in marcia pacifica, mentre altri cercano di intercettare migliaia di honduregni che si dirigono verso la frontiera attraverso le montagne per evitare i posti di blocco organizzati dalla polizia lungo le strade che cercano di disperdere anche con lancio di lacrimogeni la gente in resistenza accorsa per accogliere il presidente Zelaya.
Nella capitale si è rischiato il linciaggio di appartenenti alle forze di sicurezza (DNIC) che si erano infiltrati nel corteo funebre del compagno Pedro Muñoz di 23 anni, ucciso a El Paraiso dopo essere stato torturato con 42 ferite di arma da taglio.
La situazione nella zona di frontiera e nelle adiacenze è gravissima.
Si moltiplicano le denunce di violenze su donne da parte di uomini incappucciati e armati. Colpiscono le donne, le sottraggono gli indumenti intimi e le prendono per violentarle. Attraverso Radio Globo è stato diffuso un appello urgente alle organizzazioni di donne in difesa dei diritti umani perchè si presentino subito nel luogo.
La località di El Paraiso è stata trasformata in un carcere a cielo aperto, gestito dall’esercito, con stato di coprifuoco dichiarato anche nella vicina Choroteca, dalle sei della mattina alle sei di sera, ma che in realtà ormai continua ininterrottamente da più di due giorni.
Si aggravano anche le condizioni igienico sanitarie e di alimentazione delle persone in resistenza che si trovano da tre giorni nella zona, per la mancanza di cibo, acqua, stuoie e ripari, a causa del blocco da parte dell’esercito del passaggio ai camion che trasportano gli approvvigionamenti raccolti in vari punti del paese. Dalla capitale una carovana dei medici della resistenza sta raccogliendo alcool, acqua ossigenata, disinfettanti, garze, per cercare di arrivare alla zona di frontiera e assistere la gente che ha bisogno di aiuto.
Radio Globo, l’unica emittente che appoggia il Presidente deposto e che trasmette da Tegucigalpa, si trova da due giorni difesa dalla Resistencia Hondureña che ha occupato le installazioni e il Boulevard Morazán, dove ha sede l’emittente radio. Da li sono state organizzate campagne di donazioni per raccogliere alimenti, protezioni e acqua per rifornire le persone ferme nella zona di frontiera.
Per ascoltare Radio Globo in diretta

venerdì 24 luglio 2009

Comunicato n° 13 del Fronte Nazionale contro il Colpo di Stato



Il Fronte Nazionale contro il Colpo di Stato in Honduras, al paese honduregno e alla comunità internazionale comunica le seguenti cose:


1. Che le moltitudinarie marce, meetings, eventi culturali, presidi, poccupazioni di strade ed altre azioni effettuate simultaneamente a livello nazionale in questi 26 giorni di resistenza popolare, hanno fortificato lo spirito di lotta del paese honduregno e colpito la struttura economica e politica dell'oligarchia.


2.Che a partire da oggi inizia allo sciopero generale nazionale di 48 ore decretato dalle centrali sindacali di lavoratori e lavoratrici riuniti nel Fronte Nazionale contro il Colpo di Stato come parte delle misure progressive che si sono programmate per il ritorno dell'ordine istituzionale e il ritorno del legittimo presidente della Repubblica Manuel Zelaya Rosales.


3.Riaffermiamo la nostra posizione di lotta di fronte alle proposte presentate nella dichiarazione di San José Costa Rica dal presidente Óscar Arias e dichiariamo solennemente che non rinunciamo ai processi democratici participati ed includenti che hanno come proposito la formazione di un'assemblea Nazionale costituente.


4.Come parte delle azioni di resistenza contro il colpo di Stato invitiamo il popolo honduregno ad unirsi alla carovana che riceverà il nostro legittimo presidente della Repubblica Manuel Zelaya Rosales.


5. Denunciamo che i corpi repressivi dello Stato continuano con l'intimidazione e la militarizzazione delle strade in violazione dei diritti umani.


Sollecitiamo la popolazione a mantenersi mobilitata ed unirsi ad ogni azione che delegittimi l'oligarchia golpista.

Tegucigalpa M.D.C. 23 di Julio di 2003

giovedì 23 luglio 2009

La giustizia di Israele: arrestato attivista di Nil'in, testimone di un massacro.

Gli avvocati dell’attivista di Nil‘in Mohammad Srur hanno confermato oggi l’arresto del loro assistito da parte delle autorità israeliane presso il ponte Allenby, al confine tra Cisgiordania e Giordania. Srur stava tornando da Ginevra dopo aver testimoniato di fronte alla commissione d’inchiesta Onu, guidata da Richard Goldstone. La commissione ha un ampio mandato sulle questioni riguardanti la guerra di Gaza, e i suoi lavori includono anche indagini su come la situazione politica in Israele abbia influenzato la Cisgiordania nel corso e al termine della guerra.

Secondo il portavoce di Srur, l’avvocato Lymor Goldstein, l’attivista avrebbe parlato della situazione a Nil‘in, e in particolare – aggiunge una fonte stampa – dell’uccisione di due giovani da parte delle forze israeliane durante una dimostrazione. Con lui ha testimoniato Jonathan Pollack, un attivista israeliano che partecipa regoalrmente alle proteste del venerdì.

Srur è quindi stato messo agli arresti lunedì mentre stava facendo ritorno in Cisgiordania attraverso il ponte Allenby. La testimonianza alle Nazioni Unite è stata rilasciata lo scorso 6 luglio.

Membro del Comitato popolare di Nil‘in contro il Muro, l’attivista partecipa abitualmente alle manifestazioni contro le sottrazioni di terra palestinese. Insieme a Pollack, ha assistito all’esecuzione di due abitanti della cittadina, 'Arafat Rateb Khawaja e Mohammed Khawaja, avvenuta lo scorso 28 dicembre durante un corteo di solidarietà per Gaza.“So bene che, quando passerò dai posti di blocco israeliani al ritorno dall’udienza, pagherò il prezzo di questa testimonianza”, aveva dichiarato Srur alla stampa mentre si trovava a Ginevra.

tratto da Infopal

Fplp: in corso un genocidio contro i palestinesi.

Il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, in un comunicato stampa, ha definito le pratiche delle autorità di occupazione israeliane, del loro esercito e dei coloni ai danni del popolo palestinese una “graduale guerra di sterminio e di espulsione, e una nuova Nakba palestinese.

Perfino Nakba è diventata una parola proibita, chi la pronuncia viene punito dalla legge: la legge della giungla xenofoba dell’occupazione”.
Nel comunicato si ricorda quindi che tali pratiche sono numerosissime, e vanno dalla confisca delle terre alle demolizioni delle case, dalla violazione dei luoghi sacri di tutta la Palestina (citando come esempi Umm al-Fahem e Gerusalemme) al brutale assedio imposto a un milione e mezzo di palestinesi nella Striscia di Gaza, dall’incendio dei raccolti agricoli ai saccheggi e al prosciugamento delle fonti idriche, dalla cancellazione della lingua araba all’ebraicizzazione dei nomi dei siti e delle città arabe palestinesi: il tutto calpestando il diritto umanitario internazionale e l'opinione pubblica mondiale.

Il Fronte ha quindi chiesto alla leadership palestinese e alla Lega Araba di assumersi le proprie responsabilità, “porre fine allo stato di coma e di silenzio terribile che copre questi crimini – commessi alla luce del sole – , opporsi al genocidio” e interrompere tutte le relazioni diplomatiche e economiche arabo – israeliane.

Un appello è stato poi lanciato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, all’Assemblea Generale per i diritti umani e a tutte le istituzioni internazionali di competenza “perché fermino quest’‘Olocausto’ scatenato dalla potenza occupante contro il popolo palestinese e contro l’intero Medio Oriente”.

Il movimento ha infine avvertito che “continuare a tacere e restare sottomessi rende l'occupazione ancora più violenta e criminale, e aumenta inoltre l’ipocrisia della comunità internazionale, il suo doppio gioco e le parole vuote sul cosiddetto ritorno al processo di pace, pronunciate per scopi puramente mediatici”.

tratto da Infopal

In Chiapas aggressione paramilitare causa un morto e cinque feriti




L'attacco nella Comunidad de Mitzitón Municipio de San Cristóbal De Las Casas Chiapas.


Il 19 luglio un'aggressione paramilitare ha portato al bilancio di un morto e cinque feriti nella Comunità Mitzitón.
Gli aggressori fanno parte di un gruppo evangelista "Alas de aguila" già conosciuto nella zona come "Esercito di Dio". L'aggressione contro questa comunità appartentente all'Otra Campana si inserisce nelle costanti provocazioni che accompagnano la costruzione della nuova autostrada Palenque San Cristobal, come denuncia il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolome nel suo rapporto.
Per seguire gli aggiornamenti vai al sito Indymedia Chiapas.
Dalla Comunità di Mitzitón:
Primo comunicato
Secondo comunicato
Links Utili:
Enlace Zapatista

Cile - Comunità Rayen Mapu Cacique Manuel Levi's inizia processo di recupero delle terre

Dal 20 luglio la Comunità ha ripreso possesso dei suoi territori

Attraverso una dichiarazione pubblica la comunità mapuche Levia Manuel, Comune Ercilla, IX Regione Malleco Provincia, ha annunciato che ha deciso di dichiarare in conflitto 5 appezzamenti adiacenti alla Comunità Folil Mapu. Uno di questi appartiene alla Forest Mininco, appartenente al Gruppo Matte e gli altri quattro appartengono a persone fisiche: Julio Molina, José Sanchez, e Rafael Lagos Rolo Seitz. La superficie totale rivendicata è circa 400 ettari. Per inciso, la comunità è tra le più vulnerabili della zona dichiarata in conflitto e per questo ha fatto una chiamata ad altre comunità di recuperare i propri territori.

COMUNICAZIONE PUBBLICA
Si comunica alla comunità locale, nazionale e internazionale comunità mapuche Rayen Mapu Cacique del Comune Levia Manuel Ercilla, IX Regione Malleco provincia, ha iniziato il processo di recupero di 5 lotti di terra, in primo luogo nelle mani di Forest Mininco e altri nelle mani di quattro persone, Julio Molina, Jose Sanchez. Rolo Laghi e Rafael Seitz, per un totale di 400 ettari. Questo processo di riappropriazione del territorio fa parte della ricostruzione delle terre ancestrali del popolo mapuche e la sua autonomia, pertanto, si invitano tutte le comunità mapuche a continuare a rivendicare e recuperare le terre usurpate. Marrichiweu .- Libertà ai prigionieri politici Mapuche!

COMUNIDAD RAYEN MAPU DEL CACIQUE MANUEL LEVIA, INICIA PROCESO DE RECUPERACIÓN DE TIERRAS.
A través de una declaración publica, la comunidad mapuche Manuel Levia, comuna de Ercilla, Provincia de Malleco IX Región, ha anunciado que ha decidido declarar en conflicto 5 parcelas que colindan a la Comunidad Folil Mapu. Una de estas pertenece a Forestal Mininco, del grupo Matte y la otras Cuatro pertenecen a particulares: Julio Molina, José Sánchez, Rolo Lagos y Rafael Seitz. El total de territorio Reivindicado bordea las 400 Hectáreas. De paso, la comunidad una de las mas vulnerables del sector desde que estallara el “Conflicto”, efectúo un llamado a otras comunidades para que recuperen sus territorios.

COMUNICADO PUBLICO
Se comunica a la comunidad local, nacional e internacional que la comunidad mapuche Rayen Mapu del Cacique Manuel Levia de la Comuna Ercilla, provincia Malleco IX Región, inicia el proceso de recuperación de tierra de 5 parcelas; primero en mano de Forestal Mininco y la otras cuatro en mano de particulares; Julio Molina, José Sánchez. Rolo Lagos, y Rafael Seitz, es decir un total de 400 hectáreas.
Este proceso de recuperación de tierras se enmarca en la reconstrucción del territorio ancestral del pueblo mapuche y su autonomía, por lo tanto, se hace un llamado a todas las comunidades mapuches de seguir reivindicando y recuperando las tierras usurpadas.
Marrichiweu.-
Libertad A Los Presos Políticos Mapuche
Wallmapu, 20 De Julio Del 2009

Messico - Il Congresso Nazionale Indigeno si riunisce in una Assemblea Straordinaria

Nunca mas un Mexico sin nosotros

Da tutto il paese i popoli indigeni si riuniranno nella terra recuperata a Ostula

Dal mese di giugno le popolazioni indigene Nahua hanno recuperato 700 ettari di territorio. E' una conquista fatta contro le logiche di sfruttamento del territorio e difesa dalla polizia comunitaria. La storia di Ostula è raccontata da Gloria Munoz in un ampio reportage che descrive la forza della scelta collettiva di queste comunità.
L'autonomia indigena ancora una volta si è fatta realtà sulla costa del Pacifico.
Per valorizzare e sostenere questa lotta il Congresso Nazionale Indigeno ha convocato proprio a Ostula un'Assemblea Staraordinaria per il 7, 8 e 9 agosto.
Altre notizie alla pagina web http://enlacezapatista.ezln.org.mx/varios/2066

CONGRESO NACIONAL INDÍGENA
CONVOCATORIA

CONSIDERANDO que 516 años de historia han significado para los nuestros, pueblos primeros, explotación, discriminación, despojo y exterminio, y que la Nación Mexicana, nacida de nuestra sangre, de nuestra semilla y de nuestros corazones, ha sido edificada por los poderosos negando nuestra existencia y negando nuestro supremo derecho a caminar nuestro propio camino;

CONSIDERANDO que la traición de los Acuerdos de San Andrés por parte de la clase política mexicana intensificó la guerra de explotación, despojo y desprecio desatada por los grandes intereses económicos en contra de nuestros pueblos y sus territorios, pero también nuestra resistencia y el fortalecimiento de las autonomías indígenas a lo largo de todo el territorio nacional;

CONSIDERANDO que en nuestro país hoy la violencia e impunidad se han instituido como política de Estado en complicidad con los intereses de grandes empresas transnacionales, ajenos a cualquier interés patrio por salvaguardar la soberanía nacional, promoviendo el despojo, el asesinato, la represión y el encarcelamiento de l@s herman@s que se oponen a ellas en defensa de los territorios indígenas y de nuestros modos y maneras de ser, vivir y resistir como pueblos indios;

CONSIDERANDO que la recuperación de una importante franja de tierras colindantes con el Océano Pacífico pertenecientes al pueblo nahua de la Costa de Michoacán, junto con la proclamación y el ejercicio del derecho a la autodefensa indígena, realizados a partir del día 29 de junio del año en curso por la comunidad nahua de Santa María Ostula, en alianza con las comunidades nahuas de El Coire y Pómaro, invitan a todos nuestros pueblos a fortalecer las luchas que tienen como fin detener la guerra de destrucción desatada en nuestra contra y de la madre tierra;
hemos acordado CONVOCAR URGENTEMENTE a las autoridades y representantes de los pueblos, naciones y tribus indígenas a la celebración de una:

ASAMBLEA NACIONAL INDÍGENA EXTRAORDINARIA

Que tendrá lugar los días 7, 8 y 9 de agosto de 2009 en el nuevo poblado de XAYAKALAN, campamento en resistencia de la comunidad indígena nahua de Santa María Ostula, municipio de Aquila, Michoacán, de acuerdo al siguiente programa:

DÍA 7 DE AGOSTO
10:00-20:00 HORAS.- REGISTRO DE DELEGADOS, INVITADOS Y OBSERVADORES.

DÍA 8 DE AGOSTO
11:00-12:00 HORAS.- INAUGARACIÓN DE LA ASAMBLEA NACIONAL INDÍGENA.
12:00-15:00 HORAS.- INSTALACIÓN DE CUATRO MESAS QUE TRABAJARAN SIMULTANEAMENTE EL SIGUIENTE TEMARIO:
A) BALANCE DE LA LUCHA INDÍGENA A PARTIR DEL CUARTO CONGRESO NACIONAL INDÍGENA REALIZADO EN LA COMUNIDAD NAHÑU DE ATLAPULCO EN EL MES DE MAYO DE 2006.
B) DIAGNOSTICO Y EVALUACÍÓN DE LA GUERRA DE CONQUISTA Y DEVASTACIÓN NEOLIBERAL EN CONTRA DE LOS PUEBLOS INDÍGENAS, DE LA NACIÓN Y DE LA MADRE TIERRA.
C) EL EJERCICIO DE LA AUTONOMÍA INDÍGENA, LA PROTECCIÓN DE LOS TERRITORIOS INDÍGENAS Y EL DERECHO A LA AUTODEFENSA INDÍGENA.

15:00-16:00 HORAS.- COMIDA.
16:00-20:00 HORAS.- CONTINUACIÓN DE LAS MESAS DE TRABAJO.

DÍA 9 DE AGOSTO
10:00-14:00 HORAS.- PLENARIA RESOLUTIVA.
14:00-15:00 HORAS.- CLAUSURA.
15:00-16:00 HORAS.- COMIDA.

Dada en el territorio de la Costa Nahua de Michoacán, comunidad indígena de Santa María Ostula, a los quince días del mes de agosto de 2009.

NUNCA MÁS UN MÉXICO SIN NOSOTROS
POR LA RECONSTITUCIÓN INTEGRAL DE NUESTROS PUEBLOS

POR EL CONGRESO NACIONAL INDÍGENA
MICHOACÁN COMUNIDAD NAHUA DE SANTA MARÍA OSTULA,
COMUNIDAD NAHUA DE EL COIRE,
COMUNIDAD NAHUA DE POMARO,
COMUNIDAD PURHÉPECHA DE NURÍO,
COMUNIDAD PURHÉPECHA DE CHERÁN,
COMUNIDAD PURHÉPECHA DE COMACHUÉN,
COMUNIDAD PURHÉPECHA DE ARANTEPACUA,
COMUNIDAD PURHÉPECHA DE SANTA FE DE LA LAGUNA,
UNIÓN DE COMUNEROS EMILIANO ZAPATA
OAXACA CONSEJO INDÍGENA POPULAR DE OAXACA-RICARDO FLORES MAGÓN, CONSEJO CIUDADANO UNIDALGUENSE,
GUBIÑA XXI,
MOVIMIENTO DE UNIFICACIÓN Y LUCHA TRIQUI,
UNIÓN DE ORGANIZACIONES DE LA SIERRA JUÁREZ DE OAXACA,
SERVICIOS DEL PUEBLO MIXE
SONORA GUARDIA TRADICIONAL DEL PUEBLO DE VICAM,
PRIMERA CABECERA DE LA TRIBU YAQUI
BAJA CALIFORNIA COMUNIDAD INDÍGENA DEL MAYOR CUCAPÁ,
KUMIAI INTEGRANTES DEL CNI EN LA COMUNIDAD DE LA HUERTA,
KUMIAI INTEGRANTES DEL CNI EN LA COMUNIDAD DE JUNTAS DE NEJÍ
JALISCO COMUNIDAD WIXÁRIKA DE SANTA CATARINA CUEXCOMATITLÁN, COMUNIDAD NAHUA DE AYOTITLÁN,
ORGANIZACIÓN DE COMUNIDADES INDÍGENAS Y CAMPESINAS DE TUXPAN
DURANGO COMUNIDAD AUTÓNOMA WIXÁRIKA DE BANCOS DE SAN HIPÓLITO
GUERRERO COMUNIDAD AMUZGA DE SULJAA’,
COMITÉ DIRECTIVO DE LA RADIO ÑOMNDAA, SULJAA’
ESTADO DE MÉXICO COMUNIDAD ÑAHÑU DE SAN PEDRO ATLAPULCO
DISTRITO FEDERAL COMUNEROS DE MILPA ALTA

Honduras: di nuovo repubblica delle banane

Retrocessi di 50 anni

Intervista a Juan Alberto Barahona, lider del Bloque Popular

di Unai Aranzadi

Nonostante il regime di Roberto Micheletti non lo ammetta, Juan Alberto Barahona (Nueva Armenia, Francisco de Morazán, 12/07/1954) deve spostarsi permanentemente scortato, soprattutto dopo l'ultima notte di tormento sofferta da lui e dalla sua famiglia.
Per evitare possibili arresti o nuove aggressioni, un gruppo di aderenti della Federación Unitaria de Trabajadores, presiede e lo accompagna ai suoi incontri ed interviste. Coscienti della tensione che si vive nel Paese in queste ore di incertezza, gli attivisti del Bloque Popular, coordinato da questo storico sindacalista honduregno, non vogliono rischiare che il loro lider segua le sorti del deposto presidente Zelaya. Sebbene “el Bloque”, anima madre del "Frente Nacional contra el golpe de Estado", continui manifestando con relativa libertà, tutto può cambiare in pochi attimi, soprattutto da quando Zelaya ha incitato alla disobbedienza civile, l'esercito continua a percorrere le strade e l'organizzazione di Barahona incita alla ribellione.

Cosa è cambiato in Honduras dallo scorso 28 di giugno?
Si è retrocessi di 50 anni. Siamo ritornati al tempo delle repubbliche bananere, giorni nei quali l'oligarchia assieme all'esercito faceva ciò che voleva con il beneplacido degli Stati Uniti.
Inoltre questo 'golpe' significa una arretramento dello sviluppo sociale, politico ed economico, perchè arriva dai settori più rallentati della società, quelli che si oppongono allo sviluppo comune. Sebbene siano ricchi e benvestiti, la loro alternativa non è in realtà quella del progresso.

Cosa ne pensa dei motivi del golpe?
Bene, la cosa evidente è che il regime golpista rappresenta gli interessi economici di una minoranza che ha visto minacciata la sua egemonia quando Zelaya ha iniziato ad agire senza tener conto della ricetta che questi gli imponevano.

Spiegami questa cosa.
Quando è arrivato alla presidenza appoggiato da questi settori del potere tradizionale, Zelaya esce dallo schema ereditato da questa elite e si avvicina al popolo, con cambi che a poco a poco lo avvicinano ai più svantaggiati. Prima decide un'asta per comprare i combustibili per l'energia del paese. Questa asta è stata boicottata. Poi si accorda con PetroCaribe. Poi aderisce all'Alba, progetto che ha beneficiato, cosa provata, i settori più poveri dell'emisfero, sradicando l'analfabetismo, sostenendo le campagne, borse di studio, ecc.
Poi, approva un aumento del salario minimo. Questo salario minimo non fu mai aumentato tanto come dopo l'arrivo di Zelaya. Lo scorso dicembre è iniziato il negoziato fra impresari e lavoratori che però fallisce, con gli impresari che non volevano neppure mantenerlo, ma abbassarlo! Alla fine il presidente ha approvato l'aumento unilateralmente.
Gli impresari hanno fatto ricorso ai giudici che però hanno dato ragione a Zelaya e ai lavoratori, confermando il diritto all'aumento. Questo, evidentemente ha creato un notevole malessere nella classe dirigente del mondo impresariale. Non glielo hanno perdonato.Nei giorni 1, 2 e 3 giugno inizia l'assemblea della OEA (Organisacion de los Estados Americanos) a San Pedro Sula. Qui si volevano sospendere le sanzioni a Cuba e ci sono riusciti.
Da quel momento la guerra al presidente Zelaya si è fatta aperta.
E, per ultimo si è programmata una consulta del popolo honduregno per vedere se eravamo d'accordo a mettere una quarta urna alle elezioni per votare sull'opportunità di un'assemblea costituente. Questo, agli occhi dell'oligarchia, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, perchè si vedeva chiaramente che il suo storico potere politico svaniva.

Veramente temevano questo?
Senza dubbio, ma quello di cui hanno veramente paura gli oligarchi è la riforma della Costituzione, questo li demolirebbe, eppoi inciderebbe sui loro affari, a cominciare dal perdere parte dei loro ingiusti privilegi, come il non pagare imposte in un sacco di settori.
Noi vogliamo chiarire che il golpe non è contro Zelaya, ma contro tutto il popolo honduregno. Ci negano qualsiasi possibilità di cambio per quanto legittimo e democratico sia.
I golpisti vogliono mantenere tutto come prima: il popolo in basso e loro sopra.

Al dilà di questi giorni di infruttuose negoziazioni, c'è qualcosa per voi di negoziabile?
Molte cose lo sono. Quello che non è negoziabile è il ritorno del presidente Zelaya e la convocazione di un'assemblea nazionale costituente, visto che il popolo ne ha diritto.

Può definire il suo movimento?
In Honduras tutto quello che sono i settori popolari, il cosiddetto “bloque popular”, siamo uniti nel "Frente Nacional contra el golpe de Estado". Siamo contadini, maestri, indigeni, donne, medici, sindacalisti, ecc. e abbiamo un direttivo nel quale ci coordiniamo per resistere e rispondere agli attacchi inflitti dai golpisti.

Quali sono gli strumenti di lotta?
La ragione, la capacità di mobilitazione e, soprattutto, molto importante, l'appoggio della maggioranza della comunità internazionale. Per noi questo appoggio internazionale è determinante, ci da coraggio per continuare.E come vivete questa lotta?
Sono avvenuti assassinii, arresti, pestaggi e identificazioni ingiustificati. Nella zona nord, dove quasi non ci sono mezzi di comunicazione, la repressione è ancora peggiore. Ma il giorno nel quale realmente hanno voluto chiarire fino a che punto volevano arrivare, è stato quando ci hanno sparato all'aeroporto, uccidendo un giovane manifestante e ferendo vari altri.
Ma abbiamo resistito.
Per esempio, di recente ci hanno mitragliato un autobus pieno di cittadini che andavamo a un concentramento, come ci siamo fermati non abbiamo avuto paura, ci hanno fatto scendere dall'autobus e tornare indietro. Nonostante questo siamo riusciti ad arrivare al punto della protesta. E adesso andremo a colpire la loro economia, che proprio quello che veramente gli fa male.

Criticate molto la linea dei mezzi di comunicazione di fronte alla crisi attuale?
Si, perchè è uno scandalo. Dal primo giorno del golpe, i mezzi di comunicazione si sono schierati ferocemente a favore del golpe. Non a caso, visto che tutti i media di gran diffusione sono collegati alle elites. Quei pochi che erano obiettivi, non diciamo critici, li anno chiusi. Tuttavia oggi l'esercito fa la guardia all'entrata di vari di quelli fatti chiudere.
Dispiace che certa stampa internazionale tratti Micheletti come democratico. Si è creato e continua un selvaggio circolo mediatico per non far sapere niente al popolo. Se oggi si conosce qualcosa di quello che succede è grazie ai media internazionali che sono arrivati e hanno avuto fortuna a non essere espulsi, come è successo a vari dei venezuelani.

Vi dichiarate in ribellione?
Il popolo si è ribellato contro il regime golpista, non contro la gente. L'articolo 3 della nostra costituzione dice che non dobbiamo sostenere un governo usurpatore come questo, un governo non votato, che è stato imposto contro la volontà del popolo e dei suoi interessi.

Fino a dove può arrivare la vostra resistenza?
Non abbiamo limiti nella nostra resistenza. I limiti li porrà l'unità del popolo e le sue azioni in difesa della propria sovranità. Ma ripeto, anche se siamo un movimento pacifico non abbiamo limiti. Questi -i limiti- verranno stabiliti dalla direzione nella quale i golpisti vorranno portare l'aggressione contro il popolo.

Sudafrica - Manifestazioni di protesta contro la povertà

Le condizioni economiche portano la situazione al collasso
Le proteste si allargano in tutto il paese

Le proteste sono dettate dalla scarsa qualità della vita nel Paese

In Sudafrica si moltiplicano le manifestazioni di protesta contro la mancanza di servizi di base, quali l'accesso all'acqua potabile e il diritto alla casa.
Le manifestazioni stanno prendendo una piega violenta in diverse zone, tra cui la regione nord orientale di Mpumalanga, quella sud occidentale di Western Cape e a Johannesburg. Solo la scorsa settimana sono state arrestate più di cento persone, e ieri diverse auto della polizia sono state prese a sassate da alcuni dimostranti, nei pressi di Johannesburg. E' stato appiccato il fuoco a vari negozi e palazzi in segno di protesta e la polizia ha sparato con proiettili di gomma sui manifestanti in diverse occasioni. Il presidente Jacob Zuma, salito al potere lo scorso aprile, durante la campagna elettorale aveva promesso un migliramento delle condizioni di vita dei cittadini sudafricani, la lotta alla povertà, e un più facile accesso ai servizi di base. Nonostante sia stato costruito un elevato numero di abitazioni, le case sono state assegnate in base a criteri legati alla corruzione e al favoritismo. A giugno, è stato dichiarato ufficialmente che il Sudafrica sta attraversando la più dura recessione da 17 anni a questa parte.

Tratto da: Peace Reporter

mercoledì 22 luglio 2009

Honduras: La democrazia ha un prezzo e sono disposto a pagarlo

Dal Nicaragua: intervista in esclusiva con il presidente Manuel Zelaya Rosales

di Giorgio Trucchi

Dopo la conclusione della conferenza stampa con il presidente costituzionale dell'Honduras, Manuel Zelaya Rosales, che si è svolta nell'ambasciata di questo paese a Managua, salgo sulla macchina con cui si spostano il presidente ed il suo ministro della Presidenza, Enrique Flores Lanza, diretti ad un'intervista con un canale televisivo internazionale. Mancano pochi giorni o forse poche ore all'atteso ritorno del presidente Zelaya in Honduras, e nell'oscurità dell'auto cominciamo questa intervista in esclusiva per il Sistema informativo della UITA.
- In questi giorni ha annunciato la sua intenzione di ritornare in Honduras a qualunque costo. È una decisione definitiva?
- Non si tratta di qualcosa che attenta contro la stabilità del paese, al contrario è la ricerca di una soluzione e della stabilità. Speriamo che alla fine sia il modo migliore per iniziare un dialogo interno per risolvere il conflitto e porre fine alla repressione contro il popolo honduregno.

- Un dialogo con chi? -
Con il popolo, perché in una democrazia è il popolo che comanda. I gruppi di potere che hanno imbracciato le armi sono gruppi repressivi e devono smettere di esercitare un mandato che la popolazione non ha dato loro.

- Che cosa le ha fatto più male di questo colpo di stato contro la sua persona ed il suo gabinetto di governo?
- Mi fa male che stiano distruggendo il paese, che la società stia soffrendo, che stiano cercando di distruggere con l'uso delle armi i progressi fatti e gli sforzi di tante generazioni.

- Il governo de facto è completamente isolato a livello internazionale ed affronta una forte ed instancabile resistenza interna da parte dei movimenti popolari. Nonostante ciò, continua a mantenere un atteggiamento intransigente. Si è domandato se si tratta solamente di irresponsabilità o se conta sul sostegno di attori esterni?
- Sono come le fiere della foresta che si afferrano al loro cibo. Considerano che l'Honduras sia una propria azienda, una proprietà da sfruttare e sono un gruppo di dieci famiglie che vogliono mantenere le loro prebende economiche ed i loro privilegi. È una paura infondata perché nessuno sta attentando contro di loro, tuttavia credono che lo sviluppo democratico li possa colpire e quindi non accettano la democrazia.

- Durante la conferenza stampa ha detto che ci sono settori politici della destra nordamericana che hanno sostenuto il colpo di stato e che lo continuano a fare. È convinto del coinvolgimento di questi settori?
- Ci sono state manifestazioni pubbliche di queste persone schierandosi a favore del golpe, e tra di esse ci sono senatori e congressisti nordamericani.
Il signor Otto Reich è un ex sottosegretario di Stato per l'emisfero occidentale ed ha dichiarato di essere a favore del colpo di stato e lo stesso hanno fatto molte altre persone di spicco negli Stati Uniti. Ci sono quindi le prove, le evidenze, che dietro al golpe ci sono i falchi dell'ex presidente George W. Bush.

- Che importanza ha avuto il movimento popolare, sociale e sindacale nell'opposizione al processo di consolidazione del colpo di stato?
- Sono i protagonisti della difesa della democrazia, perché considerano che la democrazia sia lo strumento per raggiungere le conquiste sociali. Stanno combattendo contro il golpe e non smetteranno di farlo fino a quando non vengano corretti gli effetti di questo oltraggio contro del popolo honduregno e contro la democrazia. I golpisti stanno sfidando il mondo e bisogna fermarli, creando un precedente prima che sia troppo tardi.

- La UITA ha seguito gli avvenimenti a fianco dei movimenti popolari, prima, durante e dopo il colpo di stato. Per queste organizzazioni ci sono due elementi che non possono essere negoziati: il rifiuto di un'amnistia per i golpisti e che si continui con il processo della IV urna e della creazione di un'Assemblea Costituente. Che cosa ne pensa di questi due punti?
- Sarebbe ridicolo premiare i golpisti per ciò che hanno fatto. Credo che la posizione dei movimenti sociali punti a una soluzione del conflitto, ma che allo stesso tempo non ci siano premi o perdono per i delitti penali e comuni che si sono commessi. Credo anche che i sette punti proposti dal presidente Oscar Arias parlino di amnistia politica, ma non per i delitti comuni e penali. Per ciò che riguarda le riforme sociali, credo che il fatto di cercare una nuova strategia per continuare con queste riforme debba fare parte di un processo di ampia discussione all'interno della società honduregna. Non bisogna frenare le riforme sociali e neanche il diritto di partecipazione diretta della popolazione, perché sono diritti costituzionali. In questo senso, i punti di Oscar Arias non sono stati discussi come ci si aspettava e questo perché i golpisti non accettano la ricomposizione del sistema democratico, ma vogliono un regime de facto che non risponde alla legge. La cosa peggiore è che lo vogliono mantenere per mezzo della violenza e questo non lo possiamo accettare.

- Si è detto che ci sono due elementi fondamentali nella ricerca di una soluzione al conflitto: la posizione degli Stati Uniti ed il ruolo Forze Armate. È d'accordo?
- Oggi (22 luglio) abbiamo inviato una lettera al presidente Barack Obama chiedendogli rispettosamente di intensificare le misure non solo contro lo Stato repressivo, ma anche contro le persone che hanno cospirato ed eseguito il colpo di stato. Ora aspettiamo una risposta con l'obiettivo che queste misure aiutino a ristabilire veramente l'ordine ed il sistema di diritto. Se questo non accadesse resteremmo in uno stato di estrema precarietà, non solo io che sono stato vittima di un golpe per aver difeso i diritti della società, ma tutta la popolazione. Credo che il presidente Obama non abbia solo meccanismi diplomatici per creare pressione e spero che usi tutti i mezzi necessari, come hanno già fatto gli altri paesi dell'America Latina. Rispetto al tema delle Forze Armate, se esse servissero solo per dare colpi di stato logicamente dovremmo valutarne il ruolo. Credo comunque che in questo caso sia stata solo una cupola ad ordinare il golpe. Sono sicuro che gli ufficiali e la nuova generazione di soldati che riceveranno una Forza Armata macchiata di sangue non sono d'accordo con quanto successo.

- Si avvicina il momento del suo ritorno in Honduras. Non ha paura di essere arrestato o peggio ancora, assassinato?
- Io non ho nessuna paura, ma è logico che sia prudente e che prenda le dovute precauzioni. Quando la vita ha un senso bisogna darle il senso dello sforzo e della compensazione dello sforzo. A volte il sacrificio è necessario per ottenere conquiste sociali, e sono disposto a fare questo sforzo per la libertà, la democrazia e la pace del paese.

- Ha chiesto agli organi stampa di accompagnarlo nel tentativo di ritornare in Honduras. È una proposta reale?
- Ho chiesto che mi accompagnino. Sto rischiando tutto ed il mondo sta rischiando con me sostenendo il mio ritorno. Ho già detto che se dovesse capitarmi qualcosa, il generale Romeo Vásquez Velásquez sarà il responsabile della mia morte.

La road map di Abdullah Ocalan

Sarà resa pubblica tra metà agosto e il primo settembre la road map proposta dal presidente del Pkk Abdullah Ocalan.
Una proposta di pace che starà al governo turco decidere se cogliere o meno. Il Pkk dal canto suo ha prolungato il suo cessate il fuoco unilaterale fino al primo settembre proprio per consentire al presidente Ocalan di terminare la stesura della ‘yol haritasi’, la road map appunto. Un documento che conterrà le proposte e le considerazioni che in questi mesi sono state discusse e approvate in Kurdistan, Turchia e Europa. Dagli intellettuali alle organizzazioni kurde della società civile, dai rappresentanti politici kurdi ai guerriglieri, tutti hanno avuto occasione di dire la loro sulla formulazione di una proposta per una soluzione negoziata del conflitto kurdo-turco.

Nelle settimane scorse Murat Karayilan, membro del comitato centrale del Pkk, ha rilasciato un’intervista al giornalista di Milliyet Hasan Cemal.

Riproponiamo qui i punti salienti dell’intervista.
“Nessuno – dice Karayilan – può sconfiggere il Pkk militarmente e questo è ampiamente dimostrato dal conflitto in atto ormai da 25 anni”. Karayilan sottolinea dunque i primi passi da compiere. “Dopo che si è assicurato che entrambe le parti coinvolte nel conflitto avranno cessato le azioni militari, il passo successivo è negoziare con Abdullah Ocalan. Se la Turchia non vorrà negoziare con Ocalan, l’alternativa è negoziare con la leadership del Pkk. Se anche questo non sarà accettato l’alternativa è negoziare attraverso il Dtp o un ‘comitato di uomini saggi’, composto da persone rispettate. Questo comitato potrà avviare un dialogo con lo stato”.

Karayilan elenca quindi le richieste del Pkk al governo.

1. Il governo di Erdoğan non dovrà consegnare il problema kurdo nelle mani dei militari. Lo stato dovrà rispettare il Pkk e questo permetterà di rimuovere le armi da questo conflitto.

2. I generali dell’esercito turco hanno positivamente cambiato la loro opinione sulla questione kurda, tuttavia ancora non sono i politici a guidare il processo.

3. Ankara dovrà prendere in considerazione la situazione del leader del Pkk Ocalan e dei 4000 prigionieri del Pkk.

4. Un nuovo contratto sociale deve essere stabilito.

5. Il governo dovrà dimostrare empatia verso il Pkk.

6. Dopo le elezioni del 29 marzo ci si aspettava un certo ammorbidimento nelle posizioni turche, ma è avvenuto il contrario. E’ cominciata l’operazione contro il Dtp. Si tratta di un massacro politico. I risultati del 29 marzo sono un messaggio di pace.

7. Noi – dice Karayilan – abbiamo teso la nostra mano per stringere quella della Turchia in segno di pace. La Turchia non dovrà lasciare vuote le nostre mani.

Karayilan continua:“La prima cosa è silenziare le armi. Nessuno dovrà attaccare. Dobbiamo cominciare il lavoro con il dialogo, non con le armi. Siamo arrivati a un punto importante, c’era stata un’opportunità per la pace nel 1993, ma è stata persa. Non perdiamo anche questa, non vogliamo altro sangue. Perché gli anni passeranno e finiremo allo stesso punto. La Turchia verserà ancora sangue e il Pkk non potrà essere finito manu militari”.

Quanto alla deposizione delle armi, come precondizione, Karayilan è chairo. ” Deporre le armi è una fase successiva. Prima le armi devono essere mute. Nessuno deve usarle. Nella prima fase le armi saranno mute… quindi comincerà il dialogo. Bisogna essere chiari su un punto: non siamo saliti in montagna perché siamo impazziti. Non siamo saliti in montagna nemmeno per fare un picnic o una scampagnata. Dire che il Pkk dovrebbe consegnare le armi è un’affermazione vuota. E’ sparare in aria. Dove dovrebbe lasciare le armi? Come? A chi? Su quale base? E’ privo di senso dire di consegnare le armi. Prima sediamoci e dialoghiamo. Naturalmente è impossibile andare avanti se si continua a chiamare il Pkk una organizzazione terroristica”.

Adesso chiediamo “un Kurdistan democratico e autonomo”. Quello che intendiamo per autonomia non significa federazione. Non si tratta di ritracciare confini. Quella che proponiamo è una soluzione che preserva l’unità dello stato. La legislazione delle amministrazioni locali deve cambiare, le amministrazioni locali devono essere rafforzate.

Honduras: giovedì sciopero generale

Attivisti del movimento sociale perseguitati
Stati Uniti ed Unione Europea congelano i fondi destinati al paese

I direttivi ampliati delle organizzazioni operaie più importanti in Honduras, hanno deciso all'unanimità la realizzazione di uno sciopero generale dei lavoratori per questo giovedì 23 e venerdì 24.
La notizia è stata diffusa da Juan Barahona, dirigente del 'Frente Nacional de Resistencia contra el Golpe de Estado' aggiungendo che la Central General de Trabajadores (CGT), la Confederación de Trabajadores de Honduras (CTH) e la Confederación Unitaria de Trabajadores de Honduras (CUTH), avrebbero deciso inoltre di intensificare in questi giorni il blocco delle strade e la chiusura di tutte le istituzioni pubbliche del Paese.

Stati Uniti ed Europa congelano i fondi
Come reazione alla persistente e fino ad ora irrisolta crisi politica in Honduras, la Commissione Europea ha annunciato oggi che congelerà 65,5 milioni di euro di aiuti stanziati per questo paese.
Un comunicato divulgato lunedì riferisce che date le circostanze e l'impossibilità di trovare un'uscita, la CE sospende tutti gli aiuti in bilancio destinati al governo illegale di Tegucigalpa.
Gli Stati Uniti hanno sospeso programmi di aiuti militari per 16,5 milioni di dollari e minacciano di cancellare altri 180 milioni. Nei primi giorni dopo il golpe, la Banca Mondiale e la Banca Interamericana di Sviluppo hanno trattenuto crediti per una cifra stimata in 200 milioni di dollari per quest'anno.
“La mia posizione è categorica”, ha detto Micheletti in una riunione pubblica. “Vogliamo dimostrare al mondo intero che anche se all'improvviso non abbiamo denaro, non abbiamo petrolio, non abbiamo dollari, manteniamo un'enorme volontà per poter sostenere questa situazione”.
“Abbiamo delle potenzialità da sfruttare se le negoziazioni falliranno”, ha detto Philip Crowley, portavoce del dipartimento di Stato.

Il Battaglione 3-16 controlla gli attivisti del movimento sociale
L'ex capitano di polizia Billy Joya Amendola, sinistro personaggio membro del Battaglione 3-16 che ha perseguitato, torturato e fatto sparire centinaia di compatrioti negli anni ottanta, torna alla ribalta per perseguire dirigenti del movimento sociale. La denuncia del presidente del Colegio de Profesores de Educación Media de Honduras (Copemh), Eulogio Chávez oggetto di pedinamenti da parte di paramilitari diretti dall'ex capitano di polizia, che conferma la grave situazione che vivono attivisti e attiviste del movimento sociale honduregno che si sono espressi contro il colpo di stato in Honduras.

Il Battaglione 3-16 ha circondato la comunità di Guadalupe Caney
Il XV battaglione e la Polizia che avevano circondato la comunità di Guadalupe Caney, da sabato hanno cominciato a stringere il cerchio, mentre sorvolava un elicottero della Polizia. Un portavoce della comunità ha detto che hanno già provato ad assaltare la comunità, ma i militari sono stati respinti dalle migliaia di famiglie che abitano Guadalupe Carney. Questa è una comunità contadina che dall'anno 2000 vive un processo di riforma agraria, sempre ostacolata da parte dei militari. Giovedì il periodico golpista “Heraldo” ha pubblicato un articolo secondo il quale in questa comunità esiste una cellula guerrigliera, “senz'altro un un modo per creare le condizioni per giustificare un massacro”, ha affermato il Frente de la Resistencia.“Conosciamo bene il discorso dei golpisti, cominciando dal Cardinale Andrés Rodríguez Maradiaga (arcivescovo di Tegucigalpa), che suggerisce che il Presidente Costituzionale Manuel Zelaya non debba ritornare in Paese per evitare un bagno di sangue”. Tutto questo è indicatore che stanno preparando un attacco di massa e sanguinoso.

martedì 21 luglio 2009

Che ce ne frega della Colombia?

di Dario Ghilarducci

Mentre il governo italiano viene ripetutamente ripreso dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea per le sue violazioni dei diritti umani in merito alle politiche contro i migranti e la maggior parte del popolo si domanda che cosa siano i diritti umani in una “democrazia avanzata” come la nostra e rimane instupidito ad osservare il carosello dei festini del premier e le processioni delle ronde, dall’altra parte dell’Atlantico in Colombia, una “democrazia sui generis”, i difensori dei diritti umani, quelli veri, sono ancora una volta al centro del mirino.

Ma dov’è la Colombia? Non è il paese di Pablo Escobar? Non è quel posto dove c’è un sacco di violenza e si sparano da decenni? Non sono tutti narcotrafficanti da quelle parti? Dopo tutto che cosa ce ne dovrebbe interessare? La Colombia è così lontana e poi è sempre la solita storia, violenza, narcotraffico e dopo tutto è una repubblica delle banane, dopo tutto sono dei barbari senza speranza e poi da quelle parti i corrotti, i criminali al potere e le dittature sono normali...

Certo però Escobar qua da noi riscuote ancora successo se non più di pochi anni fa un sacco di gente esibiva orgogliosa magliette che lo indicavano come il loro pusher personale e poi lo sapete come si chiamava la “hacienda” (il podere, si fa per dire...) di Pablo? Non ci crederete ma si chiamava Napoles, si vede che per lui non era Gomorra, ma la terra promessa. Poi, diciamoci la verità, la cocaina ci piace un sacco e ormai ci rende tutti un po’ più simili, da Lapo Elkan agli operai dei cantieri, una nuova livella sociale insomma, tutti democraticamente avanzati e...intossicati.

Che vuoi che sia poi se la cocaina incrementa i proventi delle organizzazioni criminali come la mafia, la camorra e la ’ndrangheta, d’altra parte non ci si può mica sempre preoccupare di tutto e poi se uno sta a vedere ’ste cose, non bisognerebbe neppure bere la Coca-Cola, consumare prodotti Nestlé o le banane Chiquita, dato che tutti questi signori da quelle parti hanno fatto un sacco di brutte cose.

Dopo tutto poi noi italiani dovremmo essere grati ai narcotrafficanti, perché come dice il responsabile, nostro compatriota, dell’Ufficio delle Nazioni Unite contra la Droga e il Crimine, Antonio Maria Costa, un sacco di banche sono state salvate dalla crisi proprio dai proventi illegali derivanti dal traffico di droga, che gode di ingenti somme di contanti da reinvestire e ripulire.
Ovviamente il nostro si guarda bene dal dire che le banche italiane abbiano tratto beneficio da questi fondi, ma guarda caso tanto le nostre banche, quanto quelle colombiane, godono quasi tutte di buona salute, nonostante una crisi globale che scuote il capitalismo alle sue fondamenta, ma da noi si sa, non hanno comprato “titoli tossici”...

E allora perché no? Non avrà ragione il presidente Berlusconi, che di mafiosi e narcotrafficanti se ne intende, tanto che uno lo ha tenuto per anni come stalliere e lo ha definito pure “eroe”, quando ci dice di non pensare alla crisi, che è tutta una questione psicologica e che presto si risolverà tutto? Ma si, un paio di righe e via, tiriamoci su e tutti a produrre, o meglio ancora a consumare, che altrimenti si inceppa il sistema.

Sapete che vi dico, non siamo poi troppo diversi da questi colombiani, magari siamo meno eclatanti, un po’ meno rumorosi e il sangue forse ci dà un po’ più fastidio che a loro, ma a pensarci bene alla fin fine abbiamo un sacco di cose in comune. La criminalità che detta legge, infiltra e contamina tutti i livelli del potere sia locale che nazionale non è certo un’esclusiva sudamericana. Quanto poi a corruzione e corrotti non siamo secondi a nessuno, per non parlare poi di dittature e non solo perché il fascismo lo abbiamo inventato noi, ma perché come sempre siamo all’avanguardia e ci stiamo cimentando proprio adesso nella strutturazione di nuove architetture istituzionali al passo con i tempi, che nell’era di internet, della comunicazione e dei mass media possano dare nuova linfa vitale e una forma di esercizio del potere che dall’antica Grecia in avanti, aveva proprio bisogno di qualche ritocco, né più né meno che la faccia del nostro premier prima di presentarsi alla stampa.

Dai però bisogna dire le cose come stanno, da noi non ammazzano la gente come in Colombia, non facciamo mica sparire la gente nelle fosse comuni dopo averla fatta a pezzi con la motosega, anche in questo siamo più puliti, vuoi mettere sciogliere i bambini nell’acido? Il problema è risolto alla radice e non restano neppure le tracce.

Ci sarà anche l’esercito che pattuglia le nostre città, però almeno da noi non si aggirano squadroni della morte paramilitari dando la caccia ai disperati che vivono in strada, noi che siamo persone civili organizziamo ronde di distinti cittadini che si offrono volontari per dare una mano a polizia e carabinieri e per il momento pensate un po’, quei poverini sono addirittura disarmati...

Una cosa è certa siamo più belli dei colombiani. Questo sì non ce lo può togliere nessuno, loro sono bruttini, in particolare gli uomini, le donne invece gran belle figliole e poi calde, accoglienti, anche già da giovanissime. Deve essere proprio il nostro fascino “latino” (e loro che sono?!?) che fa cascare tra le braccia di turisti italiani così tante minorenni a Cartagena che la nostra ambasciata per la vergogna ha finanziato pure un progetto contro la prostituzione minorile.

Comunque se è vero che la maggior parte degli italiani che visitano la Colombia non sono proprio stinchi di santo, anche certi colombiani che vengono dalle nostre parti non sono proprio personcine per bene. Non riesco a togliermi dalla testa, che durante il passato governo Berlusconi, proprio quando l’integerrimo Gianfranco Fini, convinto proibizionista e nemico di tutte le droghe, in particolare quelle leggere (vedi la legge Fini...) era Ministro degli esteri, l’ambasciatore colombiano a Roma – Luis Camilo Osorio – e il console generale a Milano – Jorgue Noguera Cotes – erano allora tra i personaggi più discussi ed oggi inquisiti entrambi ed in carcere (il secondo) per nessi con i paramilitari e narcotrafficanti...

Insomma se di barbarie vogliamo parlare, anche in questo caso non siamo secondi a nessuno al punto che ci si stupisce quando di fronte alle devastazioni di un terremoto annunciato come quello abruzzese, gli italiani si riscoprono solidali e “brava gente”. Il minimo direi, oppure siamo davvero migliori dei colombiani?
Comunque su di un punto sono proprio più bravi di noi, per quante lezioni possiamo prendere, per quanto ci possiamo sforzare, per quanta “bamba” possiamo consumare – e siamo già tra i primi al mondo – non riusciremo mai a ballare bene come loro. Eh si, questo lo sanno fare proprio bene, pare che ce l’abbiano nel sangue e c’è dell’altro. Molto di più.

C’è un senso profondo di dignità e perché no di ribellione contro l’ingiustizia che da quelle parti non si è mai spento e che da noi stenta ogni giorno di più a riaffiorare. C’è uno sforzo permanente per costruire quella democrazia che da noi credevano di aver raggiunto e che si sta sgretolando ogni giorno di più. C’è la lotta civile e instancabile di chi rischia tutto, la vita sua e dei suoi cari per uno stato di diritto, per una pace giusta, per un futuro degno per tutti.

Ci sono i difensori dei diritti umani, cosa da noi sconosciuta, perché abbiamo dato ormai per acquisiti tutta una serie di cose, che non ci rendiamo neanche più conto quando ce le sottraggono lentamente, in maniera sottile però costante, troppo persi ad assomigliare al palestrato o alla velina di turno, perché alla fine siamo ancora i più belli e l’importante è sorridere e far finta di nulla come ci insegnano i nostri vertici di governo. E da noi neppure ti ammazzano se reclami diritti, o per lo meno succede ancora di rado...

Ma che fanno ’sti benedetti difensori dei diritti umani e soprattutto a che servono? Riassumerei il loro lavoro con una frase: cercano di costruire una democrazia su basi di dignità a giustizia sociale. Si perché in Colombia, come dicevano prima la democrazia non è avanzata come la nostra dove addirittura si fanno proposte di legge per imporre l’oblio di stato su internet sulle vicende legali dei potenti, ma pensate un po’, da quelle parti e in quelle democrazie sui generis, si lavora ancora per la memoria, la dignità e la giustizia sociale.

Che schifo vero? Che te ne fai della memoria se ti puoi fare un paio di pezzi il sabato sera e magari ogni tanto ce la fai pure a mettere il culo su di un tavolo riservato in una discoteca “in” proprio come fanno i VIP dell’Isola o del Grande Fratello. E la giustizia sociale? Ma che roba è? Silvio ce lo ha dimostrato, se uno lavora sodo e si impegna ce la può fare da solo e magari sfonda in TV, oppure una botta di culo e vinci il superenalotto, il gratta e vinci o un paio di tornei di Texas Hold ’Em. La dignità? L’importante è l’orgoglio! Siamo italiani, viviamo nel “bel paese” e che vuoi che siano un po’ di monnezza, 4 lager per migranti e qualche altra piccola magagna?

Da noi evidentemente non c’è molto da costruire, al contrario in Colombia sì e c’è pure chi cerca di farlo, ma la cosa non è tanto semplice e chi ci prova è sottoposto costantemente a minacce, aggressioni alla propria persona, ai propri cari, alla propria privacy. Si perché da noi l’unica privacy che conta è quella dei potenti, dal premier in giù passando per tutte le icone della TV attraverso il grande carrozzone della politica istituzionale nel suo complesso e allora diventa una questione di stato e un complotto della sinistra che controlla i media nazionali ed esteri.

Invece nelle repubbliche delle banane come la Colombia, i complotti si fanno ancora contro la sinistra, quella vera che da quelle parti ancora esiste ed è sinonimo di democrazia, partecipazione, diritti, giustizia sociale. Mentre da noi si perde tempo a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle amichette del “papi” e sui “pompini” telefonici delle ministre/veline, in Colombia i servizi segreti attaccano le più rappresentative organizzazioni che difendono i diritti umani, oltre a giornalisti e oppositori in genere.

Cerchiamo di capirci, NON STIAMO PARLANDO DI GUERRIGLIERI, quelli direbbe qualcuno, sono stati più furbi e si sono organizzati per tempo per pararsi il culo, ma di civili, di organizzazioni legali, democratiche e internazionalmente riconosciute come il Colectivo de Abogados José Alvear Restrepo con sede a Bogotá. I suoi membri (e non solo loro) sono stati oggetto di una massiccia operazione di spionaggio offensivo e strategico da parte del DAS (i servizi colombiani), che non si è limitato a forme totali di controllo sui soggetti interessati, ma si è spinto ben oltre con azioni di boicottaggio diretto e minacce sia contro gli avvocati che contro i loro familiari, inclusi i figli minorenni.

Ma ancora una volta, a noi italiani che ce ne frega? Dopo tutto le violazioni in Colombia sono anche il prezzo da pagare per continuare ad avere fiumi di cocaina a prezzi sempre più bassi che inondano i nostri mercati e non è certo colpa di tutto il paese se uno dei massimi leader paramilitari era un italiano, Salvatore Mancuso adesso in carcere negli Stati Uniti. E alla fin fine meglio loro che noi, o mi sbaglio?

Ma siamo proprio sicuri che non stiamo già pagando il prezzo della scelta di non vedere, di girarsi altrove, di non preoccuparci troppo, semplicemente di rincoglionire così come ci viene chiesto dall’alto senza porre troppi problemi. Per quanto ancora potrà reggersi un paese come il nostro, che ogni giorno di più si fonda sulla demenza collettiva, sulle mafie che se ne alimentano e sul narcotraffico che qua come in Colombia fa da carburante? Se in Italia adesso pare non esserci molto da costruire, questa non potrà che essere una condizione passeggera, perché quando l’invasione barbarica sarà terminata, ci sarà parecchio da lavorare.

Una volta un grande avvocato cileno, uno dei primi difensori dei diritti umani della storia mi disse che lui era un esperto di diritto amministrativo e che fu il colpo di stato di Pinochet ad obbligarlo ad inventarsi difensore dei diritti umani e che tutto ciò aveva segnato e completamente cambiato la sua vita irrimediabilmente. Non so perché, ma questa affermazione tanto scontata allora mi colpì profondamente ed il significato riesco a comprenderlo solo oggi. L’importanza di creare un precedente, di costruire memoria viva e di gettare le basi di qualcosa che verrà raccolto solo in futuro.

Il lavoro di Roberto Garreton (questo il nome dell’avvocato) in Cile durante la dittatura di Pinochet ha inciso solo marginalmente sulla barbarie della dittatura, ma è servito a mantener viva la democrazia come resistenza civile alla violenza imposta del potere, è servito a costruire memoria, a creare un precedente e persino quella che in gergo tecnico si definisce “dottrina” nel campo del diritto internazionale dei diritti umani.

Oggi nell’epoca della globalizzazione, dove non esistono (o quasi) confini alla comunicazione, siamo chiamati a sentire come nostro ogni sforzo realmente democratico e ogni resistenza alla barbarie, ma soprattutto siamo chiamati ad apprendere fin da subito quegli strumenti che da qui a breve saranno necessari anche a noi, per imparare se non altro a comunicare con altri linguaggi che per pigrizia, leggerezza o cecità non abbiamo saputo approfondire.

I difensori dei diritti umani in Colombia sono patrimonio collettivo dell’umanità e lo sono in particolare degli italiani che se non sono riusciti a comprendere dalla loro resistenza che la democrazia è un processo in costruzione e non un dato acquisito, saranno costretti in futuro ad andare ad imparare che cosa significa difendere i diritti umani.

L'oriente come il Far West: Far East

Segnaliamo questo eccezionale documento, mandato in onda su Rai 3 pochi giorni fa, per approfondire quello che sta succedendo nel Far (W)East russo dello sceriffo Putin (pupillo del nostro papi Berlusconi) e dei suoi scagnozzi armati polizia e neonazisti. Una realtà dove repressione si traduce molto spesso in assassinio, a danno di compagne e compagni che con molto coraggio si battono per verità, giustizia e libertà in un paese che ha fatto del potere corrotto, dell’intolleranza e del razzismo le proprie bandiere, spacciandosi per paese democratico, riconosciuto e sostenuto dalle istanze internazionali in primis dal nostro governo. … guardatelo!...


Far East di Paolo Serbandini e Giovanna Massimetti.

Gli autori di "211: Anna", il documentario della precedente serie su Anna Politkoskaya, tornano nell'impero di Putin per raccontare la realtà del Caucaso sconosciuto, teatro di violenze e violazioni dei diritti umani. Attraverso la storia dell'avvocato Marcelov, impegnato a denunciare la nascente onda xenofoba e razzista, ci immergiamo nell'incubo di cupe cerimonie in cui vengono impiccati gli immigrati e organizzati veri e propri progrom. L'avvocato Marcelov sarà assassinato insieme alla sua fidanzata, Tania.

Documento di eccezionale crudezza che ci svela una realtà praticamente sconosciuta in Italia.

Far East : Prima parte
Far East : Seconda parte
Far East : Terza parte
Far East : Quarta parte
Far East : Quinta parte

Cosa è successo in Amazzonia

Intervista a Francisco Soberòn, direttore dell’Asociación Pro Derechos Humanos (APRODEH) su quanto avvenuto recentemente in Amazzonia



di Annalisa Melandri

E’ trascorso ormai più di un mese dalla violenta repressione nell’Amazzonia peruviana con la quale il governo di Alan García ha posto fine alla protesta organizzata del movimento indigeno e di ampi settori della società che chiedevano la revoca di alcuni decreti legislativi che minavano profondamente la sovranità indigena su quel territorio ma soprattutto la protezione di uno degli ecosistemi più importanti del pianeta. Al termine di una settimana di scontri violenti che hanno lasciato un saldo di circa 50 morti tra civili e membri di polizia, un numero considerevole di feriti e alcuni casi di persone scomparse, il Congresso ha ritirato due dei decreti legislativi oggetto di contestazione. Si è parlato di vittoria del movimento indigeno, tuttavia resta da far chiarezza sulla sospensione dello stato di diritto che si è verificata in quei giorni e che ha portato a gravi violazioni dei diritti umani da parte del Goveno. Solo da questo si può partire per un dialogo costruttivo tra le parti che al momento è sospeso.

Come ci racconta Francisco Soberòn, direttore dell’Asociación Pro Derechos Humanos (APRODEH) del Perú, nominato insieme ad altri 50 difensori dei Diritti Umani “che stanno cambiando il mondo” da Terry Kennedy Cuomo nel suo libro dal titolo “Dire la verità al potere” edito da Random House nel 2000.

Annalisa Melandri - Durante le giornate della dura repressione a Bagua, in Amazzonia, ci sono state testimonianze di indigeni gettati dagli elicotteri nei fiumi Marañon e Utcubamba. Avete potuto verificare queste notizie?
Francisco Soberón
- Sì. Persone che si trovavano in quella zona nel giorno in cui sono avvenuti i fatti hanno testimoniato di aver visto come i cadaveri venivano caricati sugli elicotteri e gettati nei fiumi. Altre persone hanno riferito che alcuni indigeni sono stati uccisi sulle sponde del fiume e poi gettati in acqua.

A.M. - Ci sono casi di persone scomparse a Bagua? Quante denunce avete ricevuto?
F.S.
– Si sono verificate molte situazioni irregolari, per esempio rispetto al fatto che nella zona della “Curva del Diablo” è stato impedito per 5 giorni l’accesso a persone, giornalisti, familiari, organizzazioni di difesa dei diritti umani. Questo stato di cose ha creato nella popolazione il sospetto che ci possano essere stati casi di sparizioni di persone. Quando la prima volta ci siamo potuti avvicinare come organismo di difesa dei diritti umani, il 6 giugno, abbiamo ricevuto numerose denunce di casi di persone delle quali non si conosceva la loro ubicazione. Abbiamo quindi redatto una lista di 68 persone scomparse. Durante la missione della Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH), è stata segnalata la necessità di continuare le ricerche e della lista sono rimaste 11 persone da rintracciare. Ad oggi, sono 9 le persone delle quali stiamo cercando di avere notizie. Durante la visita della FIDH nella comunità Wawas, i dirigenti delle comunità indigene hanno riferito che c’erano casi di persone scomparse nella zona dei fiumi Santiago e Cenepa. Tuttavia non ci sono ad oggi casi di denunce specifiche con nomi e cognomi.

A.M. – Quante persone sono state arrestate e quali sono le loro condizioni di detenzione?
F.S.
- Attualmente ci sono 18 persone in carcere. Si trovano nel carcere di Chachapoyas, un penale per detenuti gia’ processati e con condanne definitive, nonostante non sia ancora questa la loro condizione.

A.M. - Qual’e’ la situazione legale del leader indigeno Alberto Pizango?
F.S.
- Ha un processo in corso e sono stati emessi mandati di cattura da differenti giudici sia di Utcubamba a Bagua Grande sia di Lima.

A.M. - Sappiamo che la Polizia Nazionale sta conducendo le indagini per la morte di alcuni civili. Come è possibile, se proprio membri della Polizia sono accusati di aver ucciso dei civili a Bagua?
F.S. - Giustamente questo è il problema principale riscontrato nell’ indagine preliminare che abbiamo riproposto rispetto alla denuncia di 7 persone con le accuse di omicidio e lesioni gravi. Abbiamo inoltre comunicato al Pubblico Ministero su queste irregolarità nelle indagini sulla morte e lesioni dei civili e abbiamo chiesto che le indagini siano realizzate da un ufficio giudiziario.

A.M. - Qual’è stato l’atteggiamento del governo rispetto alle indagini delle missioni internazionali delle associazioni di difesa dei diritti umani a Bagua?
F.S. - Non possiamo dire che il governo abbia posto ostacoli direttamente al lavoro delle missioni internazionali. Come APRODEH abbiamo promosso la visita di una missione della Federazione Internazionale dei Diritti Umani, che si è realizzata dal 16 al 19 giugno con l’obiettivo di indagare sui fatti avvenuti tra il 5 e il 6 di giugno nell’ambito della protesta in Amazzonia e di identificare le violazioni dei diritti umani che ci sono state e le responsabilità delle persone coinvolte. La missione FIDH, integrata dal messicano Rodolfo Stavenhaguen, ex relatore delle Nazioni Unite sui Popoli Indigeni e la religiosa ecuadoriana Elsie Monge, direttrice esecutiva della Commissione Ecumenica dei Diritti Umani (CEDHU) è arrivata la mattina del mercoledì 17 giugno a Bagua per riunirsi con i dirigenti indigeni, con i membri del Consiglio Comunale di Bagua e con i rappresentanti della Chiesa. Durante la sua permanenza a Lima, la Missione ha effettuato numerose riunioni con diverse autorità, tra le quali il Presidente del Consiglio dei Ministri, Yehude Simon, i ministri di Giustizia, Rosario Fernández, il ministro della Difesa, Antero Flores Aráoz, i rappresentanti del Ministero dell’Ambiente, della Corte Suprema, della Defensoría del Pueblo e del Congresso della Repubblica. Ciò nonostante, si sono verificati episodi gravi, come il trasferimento irregolare dei 18 detenuti dal carcere di Bagua Grande a quello di Bagua Chico un giorno prima dell’arrivo della missione della FIDH. E’ un fatto che richiama l’attenzione perchè, nello stesso momento esisteva il coprifuoco dalle 9 di sera alle 6 di mattina e inoltre in quei giorni la strada verso Chachapoyas era chiusa per lavori dalle 6 di mattina alle 6 del pomeriggio. Questo ha fatto sì che i membri della commisiione non abbiano potuto incontrare i detenuti per verificare che fossero stati rispettati i loro diritti o che non fossero stati torturati. Si sarebbe scoperto che 4 persone che sono state trasferite dal Commissariato di Bagua Chicha al carcere di Bagua Grande erano state picchiate da membri della Polizia.

A.M. – Qual’è attualmente la situazione in Amazzonia? E’ stato revocato lo stato di emergenza?
F.S. - E’ stato revocato il coprifuoco ma non lo stato d’emergenza.

A.M. - Come prosegue il dialogo tra i rappresentanti delle comunità indigene e il Governo?
F.S. - Due dei decreti impugnati sono stati revocati dal Congresso della Repubblica il 19 giugno. Tuttavia, nonostante il fatto che questa decisione abbia ridimensionato la tensione tra le parti, il dialogo è interrotto perchè un numero considerevole di dirigenti indigeni regionali e di Lima sono indagati e su altrettanti pendono mandati di cattura. Le organizzazioni indigene avevano richiesto tra le altre cose la fine della persecuzione giudiziaria dei suoi dirigenti ma questi continuano asd essere denunciati, processati e con mandati di cattura sul loro capo. Crediamo che le possibilità per un dialogo nazionale rispetto al grande tema dello sviluppo dell’Amazzonia peruviana soltanto si possono raggiungere facendo chierezza su quanto è accaduto tra il 5 e il 6 giugno e con la piena partecipazione dei popoli indigeni.

A.M. - Per finire, può descriverci brevemente qual’è la situazione del rispetto dei diritti umani attualmente in Perú?
F.S. – Dopo quanto accaduto a Bagua e fatti legati ai processi per atti di corruzione di personaggi legati al partito di governo, possiamo segnalare che il rispetto della vita umana e dei diritti dei detenuti, così come le garanzie di un giusto processo, hanno perso importanza o sono venuti meno. Non esiste la reale intenzione del governo di indagare sui casi di violazioni dei diritti umani, tranne per il processo mediatico a Fujimori, ma casi nei quali sono coinvolte persone vicine al regime attuale, come quello di El Frontòn o Rodrigo Franco continuano lentamente a rischio di impunità, con risoluzioni di prescrizione come nel caso di El Frontòn o allungando i tempi per avere scarcerazioni per eccesso di detenzione preventiva. Oggi inoltre, ci sono violazioni dei diritti della libertà d’espressione, riunione, associazione e violazioni del dovuto processo di molti cittadini che fanno parte di organizzazioni, la maggior parte dirigenti, nell’esercizio del loro diritto della protesta sociale. Si verificano inoltre situazioni di impunità rispetto a casi di persone decedute nel corso delle proteste sociali, uccise per mano di membri della Polizia Nazionale. Il numero di queste vittime è aumentato considerevolmente nel corso dell’attuale governo così come il numero dei conflitti sociali.

In fase di redazione di questa intervista Francisco Soberón ci avvisa di aver ricevuto la denuncia da parte di un giovane nativo di 17 anni che sta cercando suo padre, fu fotografato dal quotidiano locale “Ahora” mentre la Polizia lo faceva scendere da un furgoncino per portarlo al commissariato di Bagua Grande. Il suo nome tuttavia non risulta fra le persone arrestate né sotto processo e non ha ancora fatto ritorno alla sua comunità. Il giovane ha denunciato che altri membri della comunità non sono ancora rientrati nelle loro case.