sabato 30 maggio 2009

Intervista a Marie-Monique Robin, autrice del libro "Il Mondo secondo Monsanto"

Una compagnia leader, un modello agrario e le conseguenze sociali e sanitarie.

I segreti di un'azienda, il suo potere politico e scientifico. La gionalista francese Marie-Monique Robin, affronta tutti i punti chiave per spiegare la monocultura di soia transgenica e gli agrotossici sintetici a livello mondiale.

Come definirebbe la Monsanto?
Monsanto è un impresa criminale. Lo dico perchè ci sono prove concrete di ciò. Venne condannata varie volte per la sua attività industriale, si veda l'uso del composto chimico PCB, miscela chimica ora proibita ma che continua a contaminare il pianeta. Per 50 anni il PCB fu impiegato come liquido refrigerente dei trasformatori. Monsanto, che fu condannata per questo, sapeva che era un prodotto altamente tossico, però nascose le informazioni e fece come se niente fosse. La stessa storia si è ripetuta con due erbicidi prodotti da Monsanto, che formarono il cocktail chiamato "agente orange" (agente arancio) utilizzato nella guerra del Vietnam. Sapevano della sua tossicità ma lo usarono ugualmente. Non solo, alterarono gli studi fatti per nascondere la relazione tra diossina e cancro. È il modus operandi ricorrente della Monsanto. Alcuni dicono che questo avveniva nel passato, però non è così, è un modo di ottenere profitti che ancora viene usato. L'azienda non accettò mai il suo passato e le sue responsabilità. Negò sempre tutto. Questa è la sua linea di condotta. Oggi la stessa cosa accade con i cibi transgenici e ilRoundup.

Qual'è il modo di "agire" della Monsanto in ambito internazionale?
Monsanto ha lo stesso modo di agire in tutti i paesi. Nasconde i dati a riguardo dei suoi prodotti, mente e falsifica i resoconti, ma non solo questo. Ogni volta che scienziati indipendenti tentano di fare il loro lavoro di ricerca sui transgenici, ricevono pressioni o perdono il posto di lavoro. Questo succede anche negli organismi governativi americani come la FDA (Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali) o l'EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale). Monsanto è sinonimo di corruzione. Due sono gli esempi chiari e provati di tentativo di corruzione in Canada da parte della Monsanto, che hanno portato ad una seduta speciale del Senato canadese. Si trattava di legittimare l'uso dell'ormone geneticamente modicaficato sugli animali per aumentare la produzione di latte. Un'altro caso è avvenuto inIndonesia, dove Monsanto fu condannata per aver corrotto un centinaio di alti funzionari per immettere sul mercato locale il suo cotone transgenico. Non abbiamo dubbi che ci siano più casi di corruzione.

Lei afferma che il sistema delle "porte girevoli" è un modo di agire della Monsanto?
Senza dubbi. Nella storia di Monsanto sempre è presente quello che negli Stati Uniti chiamano "porte girevoli". Un chiaro esempio: il testo che regolamenta i transgenici negli Stati Uniti fu pubblicato nel 1992 dalla FDA, l'agenzia governativa americana incaricata per la sicurezza degli alimenti e dei medicinali. Questo dovrebbe supporre la sua serietà, questo almeno io pensavo prima di questa investigazione. Quando dicevano che un prodotto era stato approvato dalla FDA, credevo fosse sicuro. Ora so che non è così. Nel '92 il testo pubblicato dalla FDA sui transgenici fu stilato da Michael Taylor, avvocato della Monsanto, che venne assunto dalla FDA proprio per redigere il testo in questione e poi divenne vice-presidente della Monsanto. Questo un esempio molto chiaro di "porte girevoli". E ce ne sono molti altri.

Monsanto ha prodotto l'agente orange, il PCB e il glifosato. È stata condannata per pubblicitá ingannevole: perché ha i mezzi di comunicazione dalla sua parte?
Per mancanza di un serio e approfondito lavoro dei giornalisti e per la complicità dei politici. In tutto il mondo è uguale.

Perchè Monsanto non dà risposte? Ha provato a chiamarli?
Si, solo che non accettano gli si faccia domande. È così che si comportano. Davanti a qualsiasi domanda di un giornalista critico, Monsanto usa una sola politica: "no comment".

Che importanza ha Monsanto nel mercato mondiale degli alimenti?
L'obiettivo di Monsanto è controllare la catena alimentare. I cibi trasngenici sono il mezzo per raggiungere questo obiettivo. I brevetti la via per ottenerlo. La prima tappa della "rivoluzione verde" già si è conclusa, fu quella delle piante ad alto rendimento con l'utilizzo di pesticidi e relativo inquinamento ambientale. Ora siamo nella seconda fase di questa "rivoluzione" dove la chiave sta nel far valere i brevetti sugli alimenti. Questo non ha niente a che vedere con l'idea di alimentareil mondo. L'unico fine è aumentare gli introiti delle grandi coorporation. Monsanto guadagna in tutto. Ti vende il pacchetto tecnologico completo, i semi brevettati e l'erbicida obbligatorio per quel seme. Monsanto ti fa firmare un contratto nel quale ti proibisce di conservare i semi e ti obbliga a comprare il loro prodotto Roundup, non si possono usare glifosati generici. In questo processo Monsanto guadagna su tutto, e non ha niente a che vedere con la sicurezza alimentare. Voglio ricordare, che la soia transgenica che si coltiva in Argentina, non serve per alimentare la popolazione, ma per nutrire i maiali europei. E cosa succederà all'Argentina, quando in Europa si dovrà etichettare che gli animali vengono alimentati con soia transgenica? Cadranno i consumi della carne e anche l'Argentina avrà problemi, in quanto diminuirà il consumo di soia.

È stata in Argentina, Brasile e in Paraguay. Che particolarità ha incontrato in quelle regioni?
Va ricordato che la Monsanto entrò in Argentina grazie al governo di Carlos Menem, che permise l'entrata della soia trasgenica senza alcun tipo di precauzione. L'Argentina fu il primo paese dell'America Latina. Poi dall'Argentina, i grandi produttori organizzarono il contrabbando dei semi transgenici verso Paraguay e Brasile, che si videro obbligati a legalizzarli in quanto erano coltivazioni dedite all'esportazione. E poi arrivò Monsanto a reclamare i suoi privilegi. Fu incredibile come si espanse la soia transgenica nella regione e in così pochi anni. È un caso unico nel mondo.

Negli anni '90 l'Argentina veniva indicata come alunna modello del FMI. Oggi con 17 milioni di ettari coltivati a soia transgenica e l'utilizzo di 168 milioni di litri di glifosato, si può dire che l'Argentina sia un modello da seguire nell'agroindustria?
Si! Chiaro. L'Argentina adottò il "modello Monsanto" a tempo di record, è un caso esemplare. Però ci furono anche problemi. Dato che i semi transgenici sono brevettati, Monsanto ha il diritto di proprietà intellettuale. Questo significa che i produttori all'atto dell'acquisto dei semi firmano un contratto con il quale si impegnano a non conservare parte del raccolto per la risemina, quello che normalmente fanno gli agricoltori di tutto il mondo. Monsanto considera quest'atto una violazione del suo brevetto. Allora Monsanto invia la "polizia dei geni", che è qualcosa di incredibile, detective privati che entrano nei campi, prendono campioni, verificano se è transgenico e se l'agricoltore ha comprato i semi. Se non sono stati comprati, si va a giudizio e Monsanto vince. È una strategia globale: Monsanto controlla la maggior parte delle imprese produttrici di semi e brevetta i semi, esigendo che ogni contadino compri i suoi semi. Quello che successe è che la legge argentina non proibisce di conservare i semi di un raccolto per riutilizzarli. In un primo momento Monsanto disse che non avrebbe chiesto privilegi e così fornirono semi e Roundup di scarsa qualità. Dal 2005 Monsanto cominciò a richiedere privilegi, ruppe gli accordi iniziali con Argentina e ora si stanno scontrando in giudizio. Il Roundup svolge un ruolo da protagonista. Molte comunità agricole ed indigene denunciano i suoi effetti, ma ci sono ancora pochi divieti. È un aspetto incredibilmente messo a tacere. Nessuno può negare gli effetti che provocano le fumigazioni con questo erbicida, completamente nocivo. Sono convinta che verrà proibito in un futuro, come fu per il PCB, arriverà quel momento. Infatti in Danimarca già lo hanno proibito per la sua alta tossicità. È urgente analizzare il pericolo degli agrochimici e degli OGM (Organismi Geneticamente Modificati). Tuttavia, le grandi imprese del settore promettono da decadi che con i transgenici e gli agrotossici si riuscirà ad aumentare la produzione, e così si porrà fine alla fame nel mondo. L'Argentina è il miglior esempio di questa menzogna. Che vantaggi hanno ottenuto dall'espandersi delle coltivazioni di soia? Si è persa la produzione di altri alimenti basilari e c'è ancora fame. Questo modello è un modello di monocoltura che distrugge le altre coltivazioni vitali. È una trasformazione molto profonda dell'agricoltura, che porta alla perdita della sovranità alimentare, che già non dipende dal governo per poter essere cambiata.

Perchè lei definisce "la dittatura della soia" il processo agrario attuale?
È una dittatura nel senso di un potere totalitario che abbraccia tutto. Bisogna avere chiaro che chi controlla i semi, controlla il cibo e controlla la vita. In quel senso, Monsanto ha un potere totalitario. È così palese, che perfino Syngenta, grande impresa del settore agro-industriale e competitrice di Monsanto, rinominò Brasile, Paraguay ed Argentina "le repubbliche unite della soia". Siamo davanti ad un programma politico con fini molto chiari. Una semplice domanda lo dimostra: chi è che decide cosa si coltiva in Argentina? Non lo decide né il governo, né i produttori, lo decide Monsanto. La multinazionale decide cosa si seminerà, lo decide un'impresa senza tenere conto dei governi. E quel che è peggio, è che la seconda ondata di transgenici sarà più intensa, con un progetto di agrocombustibile che comporterà più monocoltura. Per dove siamo arrivati, già ci è chiaro che la monocoltura è perdita di biodiversità ed è tutto il contrario della sicurezza alimentare. Non ci sono oramai dubbi che la monocoltura, sia di soia o per la produzione di biodiesel, è la strada verso la fame.

Qual'e il ruolo giocato dalla scienza nel modello dell'agroindustria, dove Monsantoè solo la faccia più conosciuta?
Prima pensavo che quando uno studio veniva pubblicato da una prestigiosa rivista scientifica, si trattasse di un lavoro serio. Invece no. Imprese come Monsanto fanno pressione sui direttori delle riviste. Nel campo dei transgenici è quasi impossibile realizzare studi accurati sul tema. In molte parti del mondo, Stati Uniti o Argentina, i laboratori di ricerca sono pagati dalle grandi imprese. Quando il tema riguarda i semi transgenici o gli agrochimici, Monsanto è sempre presente e condiziona le ricerche.

Gli scienziati hanno paura o sono complici?
Tutte e due le cose. La paura e la complicità sono presenti nei laboratori del mondo. Nel mio libro dico chiaramente che in tutti i paesi del mondo ci sono scienziati la cui unica funzione è legittimare il lavoro dell'impresa.

Che ruolo svolgono i governi nel far crescere imprese come la Monsanto?
I governi sono i migliori promotori degli OGM. Realizzano un incredibile lavoro di lobby. Per esempio Monsanto fa avere ai governi i suoi studi, i suoi report, le sue riviste e le foto. Dicono ai politici che non ci sarà inquinamento e che salveranno il mondo, così i politici fanno il loro lavoro. Ci sono anche casi di tentata corruzione. Deputati francesi hanno denunciato pubblicamente le pressioni ricevute da Monsanto, fino a riconoscere che la compagnia contattò ognuno dei 500 deputati affinché legiferassero secondo gli interessi dell'impresa.

Qual'è il ruolo giocato dai mezzi di comunicazione?
Mi dispiace dirlo in quanto sono giornalista. Credo in quello che faccio e credo che sia una professione che comporta un dovere molto importante nella democrazia, però molti media vengono manipolati. L'informazione che ci viene data a riguardo dei transgenici non è corretta. I mezzi di comunicazione pubblicano la propaganda di Monsanto e la pubblicano senza discutere, come se fossero degli impiegati dell'impresa. Monsanto invita a pranzo i giornalisti, fa loro regali, paga loro ilviaggio fino a Saint Louis (sede centrale). I giornalisti passeggiano per i laboratori, non fanno domande e tutto finisce lì. Questo è il modo di agire diMonsanto con i mezzi di comunicazione. Non solo, Monsanto cerca di trovare anche dei sostenitori, stabilisce contatti con loro e ottiene opinioni favorevoli. Non so se si arrivi alla corruzione, però Monsanto raggiunge i suoi obiettivi. In Argentina è chiaro come agisce, leggendo alcuni articoli di supplementi rurali si vede che invece di articoli giornalistici sono pubblicità di Monsanto. Non sembrano scritti da un giornalista, sembrano comunicati della compagnia.

E il ruolo del governo?
Le ritenute potrebbero essere un freno all'espansione della soia, però non sono la soluzione davanti ad un fenomeno tanto aggressivo. La soluzione deve essere radicale e a lunga scadenza. Chiaro che la tentazione del governo è grande, la soia dà buoni profitti. Non ci sono soluzioni semplici e a breve termine per un modello che butta fuori i contadini delle sue terre e, che per mezzo dei diserbanti, inquina l'acqua,la terra e la gente.


Titolo originale: "Quien controla las semillas, controla la comida y la vida"

venerdì 29 maggio 2009

San papier santo subito! - Blitz della Rete No G8

Contro il G8 su immigrazione e sicurezza - 30 maggio manifestazione a Roma

Blitz e azioni dislocate nella città ospitante il G8 sull’immigrazione. Questa mattina blitz alla sede dell’anagrafe, poi azione alla Marina Militare, infine apparizione di San Papier a Santa Maria Maggiore. Fermati e denunciati per manifestazione non autorizzata cinque attivisti, un italiano e quattro migranti.
Oggi apre i lavori il G8 dei ministri degli interni e della giustizia che si occuperà di immigrazione e sicurezza. Gli 8 “grandi” si apprestano a varare misure liberticide e razziste, per scaricare il costo della crisi economica sulla pelle dei e delle migranti e di tutti noi. In particolare, in Italia, l’imminente approvazione del “pacchetto scurezza” con l’introduzione del reato di clandestinità consegnerà ancora di più al ricatto e allo sfruttamento fette consistenti della popolazione delle nostre città.
L’intenzione del governo italiano, in linea con il resto dei paesi del G8, è quello di mettere fuori legge la libertà di movimento. L’approvazione del “pacchetto sicurezza” renderà l’intero territorio nazionale una “zona rossa” per i migranti e non solo. Per questo oggi noi, migranti e italiani, abbiamo occupato la Chiesa di Santa Maria Maggiore.
Se passeranno questi provvedimenti razzisti, migliaia di persone che già vivono e lavorano sul territorio italiano saranno costretti a occupare chiese in tutta Italia, per vedere riconosciuta l’inalienabilità del diritto di esistere liberamente, oltre ogni frontiera.
Oggi nella basilica di Santa Maria Maggiore, collocata all’Esquilino, il quartiere multietnico di Roma, abbiamo portato l’immagine di San Papier, il santo dei profughi, dei richiedenti asilo, dei migranti che attraversano ogni giorno le frontiere in cerca di un futuro migliore, molto spesso a costo della vita.
No G8 - Stop pacchetto sicurezza Siamo tutti clandestini

Chiapas - Per la libertà dei prigionieri di San Sebastian Bachajon

Continuano le mobilitazioni per chiedere la liberazione dei 7 indigeni arrestati in Chiapas

La RED CONTRA LA REPRESION Y POR LA SOLIDARIEDAD invita tutti a mobilitarsi a livello nazionale e internazionale nella giornata del 30 maggio.Vai alle mobilitazioni
La mobilitazione si allarga a livello internazionale come racconta Hermann Bellinghausen in un suo articolo nella Jornada.
Anche in Europa le reti, i guppi i comitati fanno propria la mobilitazione
Vai a Europa Zapatista
Dal sito Enlace Zapatista giungono altre denunce della situazione di costante provocazione in Chiapas:
Vai alla denuncia della Giunta di Oventic
Mentre i sette detenuti di San Sebastian Bachajon continuano a denunciare la montatura che sta dietro ai loro arresti. uno di loro dal Carcere di El Amate racconta la sua situazione:
Vai all’audio
Gli arresti sono stati fatti nello scorso aprile con l’accusa falsa di delinquenza organizata
L’ASSOCIAZIONE YA BASTA PARTECIPA ALLE MOBILITAZIONI
Comunicato
Ai prigionieri del carcere El Amate e a tutt@ i prigionieri
Alle Giunta del Buon Governo
Alla Commissione Sesta dell’EZLN
Ai Collettivi ed individui dell’Altra Campagna
Agli aderenti alla Sesta Internazionale
Apprendiamo ancora una volta con tristezza e con rabbia, che la strategia dei tre livelli di mal governo, del PAN, del PRI e del PRD, continua nella sua opera di repressione nei confronti dei compagni zapatisti e della Otra campagna in Chiapas, ma non solo. E’ una strategia volta a normalizzare e far tacere chi si oppone agli interessi economici e di sfruttamento del territorio. E’ una strategia che vuole criminalizzare chi lotta per la costruzione di nuove relazioni sociali basate sul rispetto reciproco e della terra, chi reclama il diritto di decidere della propria vita e lotta per i propri diritti.
Per questo come Associazione Ya Basta! Italia denunciamo con forza la detenzione dei sette compagni dell’Otra campana di San Sebastian Bachajon così come la detenzione di tutti i prigionieri politici.
Aderiamo alla mobilitazion internazionale e ci impegnano a far conoscere in Italia quello che sta succedendo in Messico e Chiapas.
Aderiamo alla giornata di mobilitazione del 30 maggio 2009.
In quella giornata come Associazione Ya Basta! saremo in piazza e nelle strade di Roma a contestare le politiche dei potenti della terra che svolgeranno una riunione preparatoria del G8 sui temi della sicurezza e immigrazione. Nella manifestazione del 30 maggio a Roma porteremo tutto il nostro dissenso verso tutte le politiche di controllo sulla vita delle persone e denunceremo quello che sta succedendo ai detenuti politici in Chiapas e in Messico.
Che giunga forte l’abbraccio da parte delle compagne e dei compagn@ di Ya Basta!
LIBERTAD A LOS COMPANEROS DETENIDOS DE SAN SEBASTIAN BACHAJON
LIBERTAD PARA TOD@S L@S PRES@S POLITICOS
ALTO AL HOSTIGAMIENTO A LOS PUEBLOS ZAPATISTAS DE CHIAPAS
ASSOCIAZIONE YA BASTA! ITALIA

giovedì 28 maggio 2009

Roma - Occupata la sede dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni

Verso la Manifestazione globale contro il G8 immigrazione.

In trecento tra attivisti e migranti, in larga parte migranti, hanno occupato intorno alle 14.30 la sede centrale di Roma dell’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.
Gli uffici di via Nomentana sono stati invasi da un nuvolo di persone, nella prima giornata di azioni contro il vertice dei ministri dell’Interno e della Giustizia dei paesi del G8, che aprirà i battenti con la cerimonia di benvenuto di venerdì 29. All’occupazione degli uffici è seguito il blocco del traffico su via Nomentana da parte degli attivisti che hanno appeso uno striscione raffigurante un lager nazista, prorpio per sottolineare il ruolo di estrema attualità dei dispositivi detentivi nella gestione delle politiche migratorie: dai Cie italiani ai campi ed alle carceri libiche.
E’ la prima di una serie di azioni dislocate che precedono la manifestazione globale di sabato 30 maggio (ore 15.00 Porta Maggiore).
La corrispondenza con Francesco Raparelli di Esc, Rete noG8 - Roma [ audio ]
Proprio l’OIM è coinvolta nei progetti di esternalizzazione dei controlli alla frontiera che vedono l’Europa impegnata nel proiettare i suoi confini all’esterno del suo spazio geografico, prorpio demandando alla Libia il ruolo di "filtro" dell’immigrazione.
L’OIM è uno degli attori delle operazioni di rimpatrio volontario dei migranti catturati dalla polizia libica e gestisce l’organizzazione della formazione ed il rapporto con il libici all’interno dei processi drammatici di esternalizzazione dei confini e della detenzione in corso.E’ bene chiarire che cosa significa il “ritorno volontario” in un paese nel quale i diritti dei migranti irregolari valgono meno di niente, come è confermato da anni dai rapporti di Amnesty International e di Human Rights Watch, oltre che da diverse visite di delegazioni del Parlamento Europeo. Possiamo facilmente immaginare in quali condizioni si formi la volontà dei migranti di abbandonare il proprio progetto migratorio e di fare ritorno verso i paesi di origine, fuggendo da quella Libia che prima è stata un miraggio, paese di emigrazione, ma anche paese di transito verso l’Europa, che poi si è rivelata una trappola, anche mortale, per chi non aveva abbastanza denaro per corrompere, per comprare un passaggio verso la Sicilia. Il “rimpatrio volontario assistito” non è quasi mai una libera scelta dei migranti che si rivolgono spontaneamente agli uffici dell’OIM a Tripoli, ma costituisce una soluzione disperata che si pone a migranti già arrestati dalla polizia libica. Eppure la Libia è considerata un paese nel quale investire ingenti risorse comunitarie al fine di bloccare i movimenti dei migranti irregolari. E da alcune settimane questo stato ha persino ottenuto un seggio temporaneo nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, malgrado siano note a tutti le gravissime violazioni dei diritti umani, perpetrate dal regime di Ghedafi ai danni dei migranti.
Oggi i respingimenti illegittimi verso la Libia delle torture e degli abusi sono pratica ufficiale ed ostentata dal governo italiano.
Vedi anche:

Shurat HaDin (Israel Law Center) organizza e/o promuove turismo militare a cinque stelle in Israele.

Ecco l'offerta per 8 giorni di esperienza dinamica e intensa al costo di US $2,795:

- Reports da ufficiali del Mossad e comandanti dello Shin Bet;
- Tour all'interno dell'unità IDF che organizza le uccisioni mirate;
- Esibizione dal vivo dei raid di penetrazione in territorio arabo;
- Ammissione a una corte dell'IDF che si pronuncia contro membri di Hamas;
- Tour delle posizioni militari al confine con il Libano e dei check-points all'ingresso di Gaza;
- Tour del Muro e di basi di intelligence segrete;
- Incontri con agenti arabi israeliani infiltrati nei gruppi terroristi.

Il prossimo pacchetto è previsto per la settimana dall'8 al 15 giugno 2009.

Per tutte le altre notizie

Russia: sindacato mio, non ti conosco

Non è certo una gran novità, ma tuttavia fa una discreta impressione il risultato del sondaggio pan-russo condotto una decina di giorni fa dall’autorevole centro di indagini d’opinione VTsIOM e riportato dal sito regions.ru: il 60 per cento dei russi pensa che i sindacati non abbiano nel paese la benché minima influenza.
Entrando più nel dettaglio del sondaggio - condotto su un campione di circa 1600 persone adulte e in età lavorativa, in 140 città grandi e piccole di 42 diverse regioni russe - si scopre che soltanto il 17 per cento degli intervistati pensa che i sindacati abbiano avuto o abbiano attualmente un ruolo positivo nelle loro vite professionali e lavorative.
E allora, chi è che secondo l’opinione media dei lavoratori russi difende i loro interessi e i loro diritti sul posto di lavoro? La risposta è molto semplice: nessuno. Così pensa il 43 per cento degli intervistati, mentre questo ruolo è attribuito ai sindacati soltanto dall’8 per cento. Un altro 19 per cento pensa che la tutela dei propri diritti e interessi sia rappresentata …dall’azienda in cui lavorano, e il 14 per cento dai propri capi diretti; c’è un 6 per cento che si affida alla tutela del proprio collettivo di lavoro e dei rappresentanti che esso esprime, mentre un altro 6 per cento crede in non meglio precisati ispettori del lavoro, autorità sanitarie e supervisori tecnici statali.
Non stupisce a questo punto che alla domanda sul tipo di relazioni da instaurare fra lavoratori e azienda la maggioranza (39 per cento) risponda preferendo le relazioni definite “paternalistiche”, affidandosi così al puro e semplice buon cuore e senso della giustizia dei propri datori di lavoro, mentre un 26 per cento sceglie le relazioni “liberali”, cioè basate su trattative dirette fra lavoratori e padroni. Solo il 14 per cento indica relazioni “socialiste”, affidate a dei sindacati esterni all’azienda, e il 10 per cento preferisce infine relazioni definite “social-liberali”, con un intervento dello Stato per dare delle tutele di base ai lavoratori e tutto il resto affidato al rapporto fra padrone e collettivo di lavoro.
Questo, sulla carta. E nella realtà concreta della propria vita professionale, come si comportano i russi - quelli intervistati, perlomeno? Il 56 per cento degli interpellati afferma di non aver fatto ricorso ad alcun mezzo per difendere i propri diritti (di essi, un po’ più della metà sostiene di non averne mai avuto bisogno, un quarto pensa che tanto sarebbe tutto inutile, uno su venti teme di veder peggiorare la propria situazione…). Coloro che invece hanno fatto qualcosa per tutelare i propri interessi e i propri diritti, si sono rivolti (il 19 per cento del totale) ai propri superiori o alla direzione aziendale; il 5 per cento si è rivolto ai sindacati, altrettanti si sono rivolti ai tribunali, altri 5 su cento hanno fatto ricorso a “mezzi privati” (presumibilmente conoscenze personali - o minacce fisiche in qualche caso) e infine 6 su cento hanno cambiato lavoro. Solo un modestissimo 1 per cento ha cercato di risolvere i problemi partecipando a scioperi, manifestazioni o altre azioni collettive.
Astrit Dakli

Dario Fo e Franca Rame: Il nostro Kurdistan

Il Kurdistan esiste, ma da 80 anni viene negato, smembrato e colonizzato dagli interessi di potenza europei e planetari: questo hanno documentato e continuano a documentare tanti e per questo sono in carcere con pene anche lunghissime.

India - Intervista a S. Kannaiyan del India’s Tamizhaga Vivasayigal Sangam

L’intervista è stata fatta da Nic Paget-Clarke per In Motion Magazine nell’ottobre 2008 durante la Conferenza Internazionale di Via Campesina in Mozambico. Nell’intervista Kannaiyan racconta la nascita della sua organizzazione, le lotte contadine in India e commenta il divario sociale che si è creato nel paese con lo sviluppo industriale. Kannaiyan è stato ospite del Festival Questa terra è la nostra terra che si è svolto a Montebelluna Treviso contro il vertice del G8 agricoltura.
Vai all’intervista integrale

Da Vicenza al Chiapas - Progetto Autogoverno Possibile

Il Presidio No Dal Molin si gemella con l’autonomia zapatista

Se per la geografia ufficiale il Messico e l’Italia sono separate da un oceano, nelle geografie tracciate dal basso Vicenza e il Chiapas sono più vicine di quanto si possa pensare. Storie, lotte, culture e contesti diversi, ma molti sogni in comune. Sogni che parlano di difesa della terra, di dignità, di costruzione di democrazia e partecipazione dal basso, contro un malgoverno che impone decisioni calate dall’alto, spesso contrarie al parere dei cittadini.

L’inverno dell’anno scorso una delegazione di donne del Presidio Permanente No Dal Molin di Vicenza ha partecipato all’incontro internazionale delle donne nella caracol de La Garrucha e ha visitato alcune comunità zapatiste in resistenza come la "Comunidad 24 diciembre" e "La Realidad", restando colpita dai legami comunitari di solidarietà e resistenza di questi villaggi zapatisti. Un anno dopo, nel dicembre 2008, un’altra delegazione del Presidio è ritornata nella selva Lacandona, più precisamente a "La Realidad", sede di una delle cinque caracol e di una "giunta del buon governo" zapatista. Qui ci siamo messi a disposizione per portare avanti uno dei tanti progetti di cooperazione che l’associazione Ya Basta! porta avanti in Chiapas e insieme ad altri abbiamo costruito una cisterna per l’acqua piovana e un modello ecologico di bagno, la latrina a secco. Mentre faticavamo sotto il sole della selva, si è fatta strada in noi l’idea - il sogno - di portare un pezzo di Presidio Permanente No Dal Molin nella Selva Lacandona. Da qui nasce questa nuova scommessa: *un progetto di cooperazione dal basso a sostegno delle comunità zapatiste*. Un progetto di cooperazione che crei legami e relazioni più forti tra comunità resistenti in lotta; un progetto che miri allo scambio reciproco di conoscenze e all’incontro tra culture. Abbiamo scritto alla Giunta del Buon Governo de "La Realidad" chiedendo loro di cosa avessero bisogno e ci hanno risposto che necessitano di *ricostruire la "Casa della Giunta del Buon Governo"*. Si tratta della sede materiale dove questa forma di autogoverno si riunisce, promuove incontri, si consulta con le assemblee dei villaggi. E’ quindi un luogo di autonomia e di democrazia dal basso, che gli zapatisti stanno costruendo giorno per giorno, nonostante le provocazioni del Governo, dell’esercito e dei paramilitari. Si tratterebbe praticamente, facendo un paragone con la nostra lotta, di costruire *la sede dell’AltroComune* in Chiapas. Siamo convinti che con il contributo di tutti voi anche questo sogno potrà diventare realtà...

IL PROGETTO AUTOGOVERNO POSSIBILE

Per la costruzione della casa comune dei Municipi Autonomi Zapatisti - Giunta del Buongoverno “Hacia la Esperanza”Zona Selva Fronteraliza – Chiapas – Messico

Promosso da: PRESIDIO PERMANENTE NO DAL MOLIN VICENZA
Patner: Giunta del Buongoverno Hacia la Esperanza - Municipio Autonomo San Pedro Michoacan - Municipio Autonomo Tierra y Libertad - Municipio Autonomo General Emiliano Zapata - Municipio Autonomo Libertad de Los Pueblos Maya

Premessa
La nascita dei Municipi Autonomi e delle Giunte del Buongoverno

Nel gennaio 1994 gli indigeni del Chiapas, Stato del Sud est Messicano, salgono alla ribalta internazionale attraverso l’occupazione delle principali città della regione. Si squarcia un velo di silenzio che copriva la discriminazione costante delle popolazioni indigene in tutto il Messico. Un razzismo strisciante accompagnato dalla mancanza di politiche centrali volte all’integrazione, aveva portato ad una condizione generalizzata di miseria per le popolazioni indigene. Mancanza di servizi di ogni tipo da quelli educativi a quelli sanitari, monopolio delle terre nelle mani di pochi latifondisti, discriminazione nell’accesso alle strutture sociali rappresentavano il quadro desolante che rendeva impossibile la sopravvivenza delle comunità indigene non solo in Chiapas ma anche nel resto del paese. Gli indigeni del Sud est messicano organizzati all’interno del movimento zapatista non solo hanno denunciato questa inaccettabile situazione ma contemporaneamente hanno iniziato un percorso autonomo di organizzazione indipendente per rispondere ai bisogni primari della popolazione.
Nel dicembre del 1994 l’EZLN (Esercito zapatista di Liberazione Nazionale) annuncia la creazione di trenta Municipi Autonomi in tutto lo Stato del Chiapas, che raggruppano decine e decine di villaggi e comunità. Nonostante l’atteggiamento di superbia delle classi dominanti chiapaneche che concepivano gli indigeni solo come esseri sottomessi ed inutili e, di conseguenza, incapaci di decidere il proprio destino, da allora i Municipi Autonomi sono andati via via prendendo corpo. Cosa che ha richiesto tempo, non solo per l’enorme difficoltà nelle comunicazioni e l’impressionante mancanza di mezzi, ma soprattutto perché la costituzione di un Municipio Autonomo è un processo eminentemente democratico. Diversamente dai municipi ufficiali nati per decreto governativo secondo degli interessi di dominio e di sfruttamento, i confini dei Municipi Autonomi sono decisi dagli stessi abitanti della zona secondo legami storici, condizioni geografiche, facilità di comunicazione e di scambio di prodotti e, a volte, secondo l’appartenenza ad una determinata etnia.
Questo processo democratico costituente non si limita ad un processo di definizione del territorio ma comprende tutta la determinazione del funzionamento del Municipio Autonomo. In questo caso si è prodotto una sorta di ibrido tra le forme tradizionali di autogoverno delle popolazioni indigene ed elementi innovatori. Così, per esempio, è stata mantenuta la tradizione indigena secondo la quale l’assemblea di ogni comunità è il massimo organo decisionale e contemporaneamente è stato adottato un funzionamento consiliare per il coordinamento delle decisioni.
Un processo lungo e complesso, rimasto inascoltato dal governo Messicano che non ha voluto trasformare in cambiamento costituzionale la proposta di autonomia indigena così come era stata tracciata con gli accordi di San Andres del febbraio 1995.
Un laboratorio sociale che nel corso di più di quindici anni ha portato all’allargamento della proposta dei Municipi Autonomi e alla nascita nel 2003 delle Giunte del Buongoverno. Le Giunte sono istituzioni comunitarie che coordinano i lavori dei Municipi Autonomi in cinque grandi aeree: Zona Selva Fronteriza, zona Los Altos, Zona Tzotz Choj, Zona Nord, Zona Selva Tzeltal. In ognuna di queste cinque aree la Giunta del Buongoverno mantiene in relazione le attività dei Municipi Autonomi lavorando all’interno di uno spazio definito Caracol in cui si trovano i servizi regionali, le scuole di formazione, le strutture di coordinamento delle attività produttive.

Il funzionamento dei Municipi Autonomi

Ogni Municipio si organizza in maniera indipendente e dunque risulta difficile descrivere puntualmente le singole realtà. Per conoscere meglio il funzionamento proponiamo alcuni cenni sugli aspetti strutturali dell’organizzazione dei Municipi Autonomi.
Ciascuna comunità elegge le sue autorità secondo i propri usi e costumi in un’assemblea aperta a tutti gli abitanti, in cui può votare chi ha più di 16 anni. Si eleggono quattro persone per i seguenti incarichi: presidente municipale, supplente, segretario e tesoriere - gli incarichi sono revocabili in qualsiasi momento.
Le quattro persone, oltre alle funzioni che devono svolgere nelle loro comunità, sono inviati come delegati alle assemblee regionali del Municipio, nelle quali vengono decisi i componenti delle commissioni su cui ricade il compito di coordinare ed amministrare il municipio autonomo. Tra i compiti delle commissioni c’è quello di mettersi in contatto con le/i rappresentanti delle comunità per trattare gli affari di loro competenza e per consultare la loro opinione. Tutte le commissioni si riuniscono una volta al mese o, come minimo, ogni tre mesi per coordinare i loro lavori. Per prendere le decisioni la struttura regionale e le diverse commissioni convocano delle riunioni con i responsabili locali per trattare i temi in questione. Questi ultimi trasferiscono le discussioni e le proposte nelle assemblee di ciascuna comunità per la ratifica o la bocciatura della decisione presa.
Il Municipio Autonomo è formato generalmente dalle seguenti commissioni: Giustizia - Incaricata dell’amministrazione della giustizia secondo le forme tradizionali: vige l’idea riparatrice del danno piuttosto che quella punitiva; così, per esempio, un delitto non viene sanzionato con una multa o il carcere ma con l’obbligo di restituire il danno arrecato e/o di realizzare lavori comunitari.

Educazione - Il lavoro consiste sostanzialmente nella formazione di Promotori d’Educazione provenienti dalle comunità stesse, per poter impartire le lezioni nella loro stessa lingua e nelle materie ritenute importanti dalla gente.

Salute – L’impegno principale è la preparazione dei Promotori della salute, cioè la formazione di persone provenienti dalle comunità cercando una sintesi tra le conoscenze della medicina tradizionale e la medicina ufficiale.

Terra e ambiente - E’ incaricata di affrontare eventuali conflitti sui confini territoriali, tratta le questioni ecologiche.

Produzione e commercializzazione – E’ incaricata di studiare i bisogni delle comunità e di coordinare i mezzi di produzione esistenti, come trattori e strumenti per il lavoro agricolo, macchinari per la lavorazione del caffè etc.. Compito della commissione è quello di cercare mercati per la produzione eccedente eludendo gli intermediari (i cosiddetti coyotes) o di contattare altre regioni dello stesso municipio od altri Municipi Autonomi per scambiare le eccedenze della produzione. Sul piano interno viene combinata la produzione per l’autoconsumo familiare con la produzione collettiva.

Donne - Secondo la tradizione indigena le donne non possono ricoprire incarichi rappresentativi nella comunità, ma nelle zone zapatiste si sta attuando profondo cambiamento. Attualmente la commissione delle donne è incaricata di trattare tutto ciò che ha a che fare con i lavori delle donne ed allo stesso tempo è il centro di organizzazione delle stesse per partecipare a tutti i livelli della vita comunitaria.

Anziani - La commissione degli anziani è un organo consultivo e di conciliazione in caso di conflitti. Secondo i costumi indigeni il consiglio degli anziani ha una particolare importanza poiché si valorizza la loro esperienza acquisita in molti anni e l’equità di giudizio propria della vecchiaia.

Gioventù - La commissione dei giovani tratta tutti gli aspetti relativi alla problematica dei giovani e dei bambini.

Finanze - Questa commissione ha l’incarico di raccogliere le imposte (sostanzialmente dai venditori nei mercati) e di procurare e distribuire fondi. Bisogna tenere presente che i Municipi Autonomi rifiutano gli aiuti ufficiali, specialmente quelli provenienti dal governo statale.
Tutte queste istanze di coordinamento e di gestione si reggono sul principio che è stato definito come “il comandare obbedendo”. Dietro a questo principio si nasconde una profonda sfiducia di fronte al potere, molto diffusa in tutti i popoli tradizionali. Questa sfiducia li ha condotti ad un complesso intreccio di regole interne che variano in ogni regione ed in ogni villaggio, ma che ne condividono l’obiettivo e cioè che “l’incarico sia un carico”. Per esempio, in alcuni villaggi le cosiddette autorità devono cambiare ogni anno, in modo che tutti devono passare per ciascun incarico nella comunità. Si tratta di un mandato la cui legittimità non ha radice tanto nel voto a maggioranza bensì nella capacità di questi rappresentanti di ottenere il consenso tra gli abitanti.La struttura vive cogliendo gli impulsi che provengono da ciascuna comunità in cui la gente, a partire dalla sua quotidianità segnata dalla collettività e dallo spirito di aiuto reciproco, organizza la propria vita, il lavoro e la festa. Questo spirito comunitario non è stato inventato dagli zapatisti o è una peculiarità della Selva Lacandona. Come ha detto una volta il Subcomandante Marcos: "Il lavoro collettivo, il pensiero democratico, il rispetto dell’accordo della maggioranza sono più che una tradizione nella zona indigena l’unica possibilità di sopravvivenza, di resistenza, di dignità e di ribellione".
In questo senso i Municipi Autonomi non sono affatto un’espressione simbolica della lotta zapatista ma una forma eminentemente pratica di autogestire la vita secondo i desideri e le necessità della gente.

Il Progetto “Autogoverno possibile”
Luogo del Progetto
Il Progetto intende appoggiare i quattro Municipi Autonomi coordinati dalla Giunta del Buongoverno “Hacia la esperanza” de La Realidad e che raggruppano le popolazioni della Selva Zona Fronteraliza, stato del Chiapas, Messico. Si tratta dell’area che copre parte della Selva Lacandona fino ad arrivare alla zona di frontiera e alla zona costa del Chiapas. I quattro Municipi sono: San Pedro Michoacan, Libertad de Los Pueblos Maya, General Emiliano Zapata, Tierra y Libertad. Ogni Municipio raggruppa decine di villaggi e comunità.

Genesi del Progetto
Nel dicembre 2007 e nel dicembre 2008, due delegazioni di cittadini vicentini hanno visitato le comunità indigene della zona Selva Fronteriza, conoscendo direttamente l’esperienza di gestione dei Municipi Autonomi e il lavoro della Giunta del Buongoverno che ha sede nel Caracol de La Realidad. In particolare è stato possibile visitare la Clinica di San Josè del Rio (centro di formazione dei Promotori di salute della zona), la Clinica di Santa Rosa, la Clinica di El Berjel, l’Erbolario (struttura di produzione di medicine tradizionali con erbe mediche), la Bottega Intercomunitaria di Veracruz (centro di smistamento dei prodotti locali e di approvvigionamento dall’esterno), la Scuola per Promotori di Secondo Livello (centro di formazione dei Promotori Educazione), i Comedores gestiti dai Comitati delle Donne (luoghi di ristoro), il Centro Internet.
Dagli incontri con i rappresentanti della Giunta del Buongoverno e dei Municipi Autonomi è emersa la necessità di costruire all’interno del Caracol La Realidad (centro propulsore delle attività regionali) uno spazio da adibire al lavoro dei responsabili dei quattro Municipi della zona.
Bisogni a cui risponde il Progetto
L’area gestita dai quattro Municipi che fanno riferimento alla Giunta del Buongoverno “Hacia La Esperanza” è molto vasta.Per coordinare i quattro Municipi sia i responsabili locali che i responsabili dei vari settori (donne, educazione, sanità, produzione, giustizia, comunicazione etc ..) hanno la necessità di svolgere periodiche riunioni con lo scopo di confrontarsi reciprocamente, coordinare le attività con la Giunta del Buongoverno, riportare le decisioni alle comunità locali. Con l’aumentare dei progetti e dello sviluppo delle attività zonali si è evidenziata l’esigenza di dotare i quattro Municipi di uno spazio fisico presso il Caracol de La Realidad, in cui svolgere le loro mansioni ed in cui ricevere in forma collettiva gli abitanti, le comunità che si rivolgono loro per presentare istanze, problemi, progetti.

Obiettivi del Progetto

Obiettivi generali

Promuovere lo sviluppo dell’intera area zona Selva Fronteriza in materia di parità dei sessi, educazione, salute, produzione, comunicazione, gestione della giustizia, attraverso il miglioramento della capacità di coordinamento e lavoro comune dei quattro Municipi autonomi della zona.

Obiettivi specifici

* Dotare i Municipi Autonomi di San Pedro Michoacan, Tierra y Libertad, General Emiliano Zapata, Libertad de Los Pueblos Maya di uno spazio comune dove organizzare le seguenti attività: Coordinamento zonale e settoriale - Coordinamento con la Giunta del Buongoverno -Ricevimento del pubblico - Organizzazione di incontri e riunioni - Raccolta di documenti e materiali sui Progetti in Corso - Realizzazione di report informativi

* Permettere il lavoro dei responsabili dei Municipi Autonomi e dei servizi zonali dotandoli di una struttura idonea sia a svolgere il proprio lavoro sia a soggiornare durante il periodo di permanenza nel Caracol. I rappresentanti dei Municipi giungono alla sede de La Realidad da posti a volte lontani e difficilmente raggiungibili per cui è fondamentale che possano svolgere le loro attività in un ambiente attrezzato anche per l’ospitalità.

Costi del progetto
Il progetto prevede la costruzione nel Caracol de La Realidad di un edificio, composto da due uffici, una sala riunioni e due stanze accoglienza, realizzato in cemento e legno. Gli acquisti necessari per la costruzione saranno effettuati in loco così come la manodopera sara interamente locale.
Manodopera locale euro 6.000 Materiali per la messa in opera (cemento – legno – lamina – sabbia – etc.) euro 10.000 Ferramenta varia (chiodi – attrezzi – minuteria – etc.) euro 1.000 Arredamenti (tavoli – sedie – mobilio – etc.) euro 3.000
Costo totale 20.000
Per fare donazioni:
conto corrente No Dal Molin presso Banca Popolare Etica codice IBAN IT07B0501811800000000120140CAUSALE: "Progetto Chiapas"

mercoledì 27 maggio 2009

Gaza: sopravvivere al fosforo bianco.

Di Eman Mohammed, Live from Palestine, 25 Maggio 2009[1]
L'agonia della famiglia di Abu Halima è iniziata quando i suoi componenti hanno cercato riparo dai missili israeliani nell'atrio della loro casa a due piani, nell'area di Jabaliya, zona nord della Striscia di Gaza, l'11 gennaio scorso: sono stati raggiunti da due bombe al fosforo bianco. Il padre della famiglia, Saad Ala Abu Halima, è rimasto ucciso all'istante insieme ai suoi tre figli - Abed Raheem (14 anni), Zaid (10) e Hamza (8) - e alla sua unica figlia Shahed, di un anno. La moglie di Saad, Umm Muhammad, insieme alla nuora ventenne, Ghada, sono rimaste gravemente ustionate - impossibilitate a fuggire o a chiedere aiuto. Nel frattempo, Farah (2 anni), figlia di Ghada e Ali (4 anni), il figlio più piccolo di Umm Muhammad, sono rimasti feriti e hanno visto morire nell'orrore i propri familiari.Quando il marito di Ghada è arrivato a casa, suo fratello Ahmad e qualche parente erano già accorsi qualche minuto prima, portando via i figli morti e il padre con un carretto, in cerca di un'ambulanza. Ahmad (figlio di Umm Muhammad) ha detto: "Quando abbiamo sentito lo scoppio, i miei parenti ed io abbiamo messo mio padre e i nostri fratelli su un carretto, pensando di poterli salvare. Non sapevo che quando siamo arrivati erano tutti [già] morti! Abbiamo cercato un'ambulanza ma un tank israeliano è comparso di fronte a noi; il soldato israeliano che ne è uscito ci ha ordinato di abbandonare i corpi e di scappare. mentre correvo via mi sono voltato e ho visto che gettava della sabbia su di loro".Dopo una breve pausa ha aggiunto: "Sono tornato a casa per vedere mia nipote Farah, Ali, mia madre e mia cognata Ghada, tutti ustionati e portati all'ospedale dai vicini. Ancora non mi sembra vero. Ogni mattina vorrei poter dare tutto per riavere indietro la mia famiglia. Ma Dio conosce le cose meglio di me".Umm Muhammad confortava Ali dicendo: "Si sono presi la mia bambina Shahed ma ho ancora Farah e Ali; forse è così che doveva andare"."Ho vissuto la mia vita. Non m'importa di pagare il prezzo della guerra, ma perché questa piccola bambina deve soffrire? E' questo che non capisco! Siamo riusciti a tornare a casa dopo la sciagura ma i muri neri continuano a ricordarcela ogni minuto delle nostre vite, o quello che questa faccenda ci ha portato via", ha aggiunto Umm Muhammad.La madre di Farah, e nuora di Umm Muhhammad, Ghada, è andata in Egitto con Farah per curare le sue gravi ustioni, ma Ghada è morta in Egitto e solo Farah è tornata a Gaza, venti giorni dopo.Umm Muhammad dice che il suo unico figlio sopravvissuto agli attacchi era, ironicamente, il più vicino all'impatto del missile. Quando Ali chiede alla propria cuginetta più giovane dei membri scomparsi della propria famiglia, Farah indica il cielo, come sua nonna le ha insegnato.Lo zio di Farah, anch'egli di nome Ahmad, ha detto: "Vedo che Farah, Ali e mia madre stanno sempre male, nonostante le cure. I dottori qui sono impotenti, e scommetto che è così in ogni altro paese. Solo gli israeliani possono fornirci il rimedio, perché sono loro che hanno causato il male".Mentre il tempo passa, le dimensioni devastanti delle ferite esteriori, come di quelle interiori, di questa famiglia palestinese saranno sempre più evidenti.
[1] Traduzione di Andrea Carancini.

Il testo originale è disponibile
all'indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10548.shtml
(http://andreacarancini.blogspot.com/2009/05/gaza-sopravvivere-al- fosforo-bianco.html)

La via d’uscita alle dismissioni: licenziare il padrone!

di Naomi Klein e Avi Lewis

Nel 2004, abbiamo realizzato un documentario "The Take - La presa" sul movimento argentino delle fabbriche occupate e autogestite dai lavoratori. D’un tratto, nel 2001, l’Argentina si risvegliò nel pieno di un drammatico disastro economico e migliaia di lavoratori entrarono nelle fabbriche abbandonate e le rimisero in funzione organizzandosi in cooperative. Abbandonati da padroni e politici, gli operai riuscirono allora a recuperare stipendi non retribuiti e liquidazioni. E insieme, nel rivendicare i propri diritti, non hanno mai smesso di pretendere il proprio posto di lavoro.
Nel promuovere il nostro lavoro in Europa e in Nord America, ogni dibattito terminava con la domanda: «tutto quello che è successo in Argentina, come potrebbe mai accadere qui?»
Oggi che l’economica mondiale assomiglia incredibilmente a quella argentina del 2001 (e molte delle cause sono le medesime) tra i lavoratori dei paesi ricchi si sta sviluppando una nuova ondata di mobilitazione. E di nuovo le cooperative diventano una concreta alternativa ai continui licenziamenti. I lavoratori statunitensi e europei iniziano a porsi la stessa domanda che si sono posti i colleghi latino-americani: «perché ci devono licenziare? Perché non possiamo noi licenziare i padroni? Perché le banche possono mandare in fallimento la nostra azienda pur prendendosi milioni di dollari che sono di fatto soldi nostri?».
Domani notte (il 15 maggio) alla Cooper Union di New York parteciperemo a un confronto pubblico - «Licenziare il padrone: il controllo dei lavoratori come soluzione da Buenos Aires a Chicago» - che affronta questo fenomeno.
Con noi ci saranno esponenti del movimento argentino e lavoratori in lotta della Republic Window and Doors di Chicago (il 4 dicembre 2008 l’azienda produttrice di porte e finestre più importante degli Usa ha annunciato che in 3 giorni avrebbe lasciato a casa 300 dipendenti, i lavoratori hanno occupato la fabbrica, ndt).
Dar voce a quanti cercano di ricostruire economie dal basso, e che hanno bisogno di sostegno pubblico, politico e governativo, è secondo noi il modo migliore per affrontare la questione. Per chi non riuscisse a esserci domani, qui di seguito una sintesi degli sviluppi in mondo di questo fenomeno, ossia dei lavoratori che riprendono il controllo della situazione.
Argentina:In Argentina, prima fonte di ispirazione per molte azioni attuali dei lavoratori, ci sono state più occupazioni negli ultimi quattro mesi che nei precedenti quattro anni. Un esempio:Arrufat, ditta produttrice di cioccolato con 50 anni di storia, è stata chiusa senza preavviso alla fine dell’anno scorso. Trenta operai hanno occupato la fabbrica e nonostante una quantità enorme di debiti contratta dalla proprietà sono riusciti a produrre cioccolatini alla luce del giorno usando generatori.
Con un prestito inferiore ai 5 mila dollari elargito da The Working World, una ong che si occupa di finanziamenti creata da un ammiratore di The Take, gli operai sono riusciti a produrre 17 mila uova pasquali. Hanno guadagnato 75 mila dollari, di cui mille sono andati a ciascun lavoratore e il rimanente è stato messo da parte per le produzioni future.
Gran Bretagna:Visteon è una fabbrica manifatturiera che produce ricambi d’auto e che è stata tagliata fuori dalla Ford nel 2000. Nell’aprile 2009, a centinaia di lavoratori è stato comunicato il licenziamento con decorrenza immediata. E duecento di loro a Belfast sono saliti sul tetto della fabbrica, altri duecento a Enfield (Londra) li hanno seguiti il giorno seguente.Nelle settimane successive Visteon ha aumentato il fondo di liquidazione di dieci volte dall’offerta iniziale, ma l’impresa si rifiuta di depositare il denaro nel conti correnti degli operai fintanto che la vertenza continua. Ma i lavoratori non mollano.
Irlanda:Una fabbrica dove si producono i leggendari cristalli Waterfront è stata a inizio anno occupata per sette settimane. A scatenare l’occupazione, l’amministrazione straordinaria per liquidazione attività della casa madre Waterfront Wedgewood, dopo l’acquisizione da parte di un’impresa statunitense.I compratori americani oggi hanno trasferito 10 milioni di euro in un fondo di liquidazione e le trattative per mantenere alcuni posti di lavoro proseguono.
Canada:Dal fallimento dell’azienda d’automobili Big Three ci sono state quattro occupazioni. Gli operai canadesi dall’inizio del 2009 si sono mobilitati contro la chiusura e la perdita dei propri diritti acquisiti. Sono entrati in occupazione per evitare che i macchinari fossero portati via e hanno usato questo mezzo per obbligare l’impresa a sedersi attorno a un tavolo a trattare. Che poi è quello che hanno fatto i lavoratori in Argentina.
Francia:In Francia c’è stata un’ondata di «sequestri di padroni» quest’anno. I lavoratori arrabbiati hanno trattenuto i padroni nelle fabbriche a rischio chiusura. E’ successo alla Caterpilla, alla 3M, alla Sony e alla Hewlett Packard.
Ai dirigenti di 3M gli operai hanno offerto un pasto di cozze e patatine fritte (specialità belga, ndt) durante la loro permanenza notturna.
In Francia poi un film satirico, «Louise-Michel», ha avuto grande risonanza mediatica e di pubblico. Nella commedia un gruppo di lavoratrice assume un killer per uccidere il proprio padrone perché ha chiuso la fabbrica senza preavviso.
Un sindacalista a marzo ha quindi dichiarato, «chi semina misera raccoglie furia. Violenti sono quelli che taglia posti di lavoro, non chi li difendono».
Questa settimana, mille metalmeccanici hanno interrotto i lavori societari della ArcelorMittal, la più grande produttrice d’acciaio nel mondo. Hanno invaso il quartier generale della società nel Lussemburgo, sfondando cancelli, rompendo finestre e scontrandosi con la polizia.
Polonia:Sempre questa settimana, nel sud della Polonia, migliaia di lavoratori si sono barricati negli uffici amministrativi della più importante compagnia carbonifera europea in protesta contro i tagli negli stipendi.
Usa:Qui c’è la storia ormai leggendaria della Republic Windows and Doors. Duecentosessanta lavoratori hanno occupato la fabbrica per sei giorni che hanno scosso Chigaco a dicembre. Con una sagace campagna contro il maggior creditore dell’azienda, niente po’ po’ di meno della Banca d’America («A voi hanno aiutato, voi ci mettete in vendita!», il loro slogan) e con un’incredibile solidarietà internazionale, i lavoratori hanno ottenuto la liquidazione che spettava loro. E c’è di più: la fabbrica ora riapre con nuovi proprietari e con la produzione di finestre eco-compatibili tutti i lavoratori sono stati riassunti allo stesso salario.
Questa stessa settimana, l’esperienza di Republic sta facendo scuola. Hartmax è un’impresa con 122 anni di storia nella realizzazione di vestiti da uomo, compresi lo spezzato blu che Barack Obama aveva addosso la sera della sua elezione e lo smoking e il soprabito della sua serata inaugurale.
L’impresa è in bancarotta. Il suo maggior creditore è Wells Fargo, la quarta banca d’America che ha ottenuto un finanziamento pubblico di 25 miliardi di dollari per il suo salvataggio. E mentre ci sono due offerte per rilevare la società e mantenere le produzioni, la Wells Fargo la vuole liquidare. Lunedì 650 lavoratori hanno votato per l’occupazione della fabbrica di Chicago in caso la banca non faccia dietrofront.
E non è che l’inizio...

Traduzione di Gloria Bertasi.
Articolo pubblicato sul sito http://www.naomiklein.org/articles/2009/05/cure-layoffs-fire-boss In spagnolo su http://www.rebelion.org/noticia.php?id=85958

Oaxaca - La lotta della Comunità Chinanteca Rosario Ibarra, Municipio de San Juan Bautista Tuxtepec in difesa della terra

Comunicato della Fuerza Indìgena Chinanteca Kia-nan


A nombre de la Fuerza Indìgena Chinanteca Kia-nan, se les pide su apoyo para la difusiòn del presente comunicado.
A TODOS LOS MEDIOS DE COMUNICACION LOCAL, NACIONAL E INTERNACIONAL. A TODOS LOS MEDIOS LIBRES Y ALTERNATIVOS NACIONALES E INTERNACIONALES. A TODOS LOS ORGANISMOS DE DERECHOS HUMANOS NO GUBERNAMENTALES, NACIONALES E INTERNACIONALES.

HERMANOS Y HERMANAS, ADHERENTES A LA OTRA CAMPAÑA NACIONAL E INTERNACIONAL. A TODOS LOS COLECTIVOS ZAPATISTAS NACIONAL E INTERNACIONAL. AL COMITE CLANDESTINO REVOLUCIONARIO INDIGENA COMANDANCIA GENERAL DEL EJERCITO ZAPATISTA DE LIBERACION NACIONAL. AL CONGRESO NACIONAL INDIGENA.
Hermanos y hermanas, compañeros y compañeras, por este medio les comunicamos que la Fuerza Indìgena Chinanteca Kia-nan, adherente a la Otra Campaña, denuncia y apoya pùblicamente la lucha emprendida por la Comunidad Chinanteca Rosario Ibarra, Municipio de San Juan Bautista Tuxtepec, Oax., en defensa de su Madre Tierra y Territorio en contra de la Empresa Paraestatal Inmobiliaria Industrial del Papaloapan, S.A. de C.V.(INIPSA) , apoyado por los tres niveles de gobierno tanto federal, estatal y municipal, en donde dicha Empresa estàn asociados los empresarios màs ricos de Tuxtepec que pertenecen al sistema capital y la comunidad lleva resistiendo màs de 20 años al no aceptar las condiciones injustas y migajas dehambre que ofrece los gobiernos neoliberales.Y es por estas razones y ante la falta de JUSTICIA la comunidad decidiò por acuerdo de Asamblea buscar apoyos jurìdicos a travès del Bufete Jurìdico Tierra y Libertad, A.C., de la Ciudad de Mèxico, quien ha interpuesto la demanda de Amparo en contra del Presidente de la Repùblica, Lic.Felipe Calderòn Hinojosa, del Gobernador del Estado de Oaxaca, Lic.Ulises Ruiz Ortiz, y otras autoridades, asì como la empresa señalada.Asì mismo, el Presidente Municipal de Tuxtepec, Oax., el Lic.Gustavo Pacheco Villaseñor, obecece las òrdenes de los empresarios de Tuxtepec, de Empresas nacionales y trasnacionales al dar permiso de instalaciòn de un vìvero municipal de alta tecnologìa con los recursos del gobierno federal, gobierno estatal asociados con el Gobierno de Suecia por un convenio firmado entre ambos, lo cual es ejecutado por la Empresa Agrinet de Cuernavaca, Morelos, conjuntamente con la Secretarìa de Desarrollo Rural(SEDER) , violando asì los derechos de Amparo interpuesto a favor dela comunidad.Cabe mencionar que el vìvero municipal inicialmente abarca una extensiòn de 26,400 metros cuadrados y su construcciòn de 2,640 metros, toda vez que se pretende ampliarlo en 400-00-00 Has., donde se cultivaràn maderas preciosas como son cedro, caoba, primavera, entre otros, que supuestamente servirà para reforestar la regiòn Chinanteca, pero màs bien es para favorecer a las empresas nacionales y trasnacionales. Y el dìa de hoy 17 de Mayo del 2009, en una Asamblea de la comunidad se toma el acuerdo de paralizar la Empresa donde està ubicado el Vìvero Municipal, toda vez, que se encuentra dentro del terreno en conflicto de 400-00-00 Has., misma que demanda la comunidad, en donde se constatò que el gobierno municipal apoya y protege a la Empresa con la policìa municipal.Por lo que manifestamos, que a casi 21 años que la comunidad tiene de existencia, hasta la fecha carece de todos los servicios como son: agua, salud, electrificaciò n, etcètera, màs sin embargo, en el vìvero, el Presidente Municipal està danto todos los servicios como lo es: la electrificaciò n, agua, seguridad a esta empresa y en la cual la comunidad muestra su total inconformidad y coraje de las actitudes de inconciencia e insensibilidad de las autoridades que por ser una comunidad Chinanteca no se les toma en cuenta y se les discrimina y violan flagrantemente sus derechos colectivos de ser comunidad originaria y esto los obliga a paralizar la obra en menciòn hasta en tanto no se resuelva la vìa legal iniciada sobre las tierras en litigio, misma que la comunidad se encuentra en plantòn definitiva a partir de esta fecha.Y por lo anterior, hacemos un llamado de solidaridad y apoyo de lo que pueda suscitar durante el tiempo que dure este conflicto y hacemos responsables a los tres niveles de gobierno de todo tipo de atropellos, de tensiòn y represiòn en contra de la comunidad Rosario Ibarra, sus familias y sus pertenencias, asì como a quienes se solidarizan con su justa lucha.
NO A LA PRIVATIZACION DE LA MADRE TIERRA Y SUS TERRITORIOS.FUERA LAS EMPRESAS NACIONALES Y TRASNACIONALES DEL TERRITORIO CHINANTECOALTO A LA REPRESION Y LA DETENCION DE LUCHADORES SOCIALESFUERA EL EJERCITO FEDERAL DE TODAS LAS COMUNIDADES ORIGINARIAS DEL PAIS.LIBERTAD A TODOS LOS PRESOS POLITICOS DEL PAIS!!!VIVA ZAPATA PORQUE SU LUCHA SIGUE...VIVA LAS COMUNIDADES INDIGENAS EN REBELDIAVIVA EL EJERCITO ZAPATISTA DE LIBERACIONAL NACIONAL!!!HASTA LA VICTORIA SIEMPRE!!!"VIVIR POR LA PATRIA O MORIR POR LA LIBERTAD"
FraternalmenteFuerza Indìgena Chinanteca Kia-nan
Dado en territorio Chinanteco el 17 de Mayo del 2009.

lunedì 25 maggio 2009

30 maggio 2009 Giornata internazionale per la libertà dei prigionieri politici in Messico

La mobilitazione ha al suo centro il caso dei 7 arrestati a San Sebastian Bachajon

Dal Messico giunge l’appello a mobilitarsi a livello internazionale il 30 maggio per chiedere la liberazione dei sette prigionieri di San Sebastian Bachalon ancora detenuti nel carcere di El Amate in Chiapas.
Si tratta di sette indigeni arrestati alla metà d’aprile con l’accusa provocatoria di "delinquenza organizzata". In realtà sono compagni dell’Otra Campana che con la loro comunità stanno lottando contro lo sfruttamento turistico disennato della zona delle Cascate di Agua Azul.
La vicenda di San Sebastian Bachajon si inserisce nel quadro generale di criminalizzazione delle lotte sociali in Messico e all’interno del clima di continua provocazione contro le comunità indigene e zapatiste in Chiapas.
La RED CONTRA LA REPRESION Y POR LA SOLIDARIEDAD del Messico e la Commissione Sesta EZLN fanno appello a tutti per denunciare quello che sta succedendo nel paese e per richiedere la libertà di tutti i prigionieri politici nelle carceri messicane.
Vai all’audio della Campagna
L’Associazione Ya Basta Italia aderisce alla giornata di azione internazionale e porterà la denuncia di quello che sta accadendo in Messico all’interno della manifestazione di Roma.
Vai al Comunicato dell' Associazione Ya Basta!

sabato 23 maggio 2009

Cisgiordania, la pattumiera d'Israele. Crescono tumori e malformazioni.

Cisgiordania - PressTv.ir. Ogni giorno, le compagnie israeliane di smaltimento rifiuti inviano decine di camion pieni d’immondizia a sommergere i villaggi palestinesi.

Tel Aviv scarica infatti i residui nocivi in Cisgiordania, donando cancro, sterilità e disfunzioni mentali alla popolazione locale.

In un’intervista esclusiva a Press TV, il vice-direttore dell’autorità ambientale palestinese Jamil Mtur ha confermato che Israele taglia le spese di smaltimento abbandonando i propri rifiuti in territorio palestinese, a spese dei residenti.

“Da diversi anni – spiega Mtur – , le compagnie israeliane scaricano nei vari villaggi cisgiordani spazzatura solida dannosa per la salute. Usano i terreni palestinesi appartenenti al villaggio di Shukba, vicino Ramallah, per smaltire le pellicole dei raggi X, liberando sostanze cancerogene nell’ambiente, e questo ha fatto sì che molti contraessero malattie legate all’asma”.

Alcuni testimoni riportano inoltre che le compagnie israeliane hanno seppellito a Nablus le carcasse di migliaia di polli infetti dal “vecchio” virus dell’influenza aviaria.

L’Anp, da parte sua, ha arrestato diversi palestinesi accusati di collaborare con le compagnie israeliane, intentando azioni legali contro di loro.

Un altro contenzioso riguarda il reattore nucleare israeliano di Dimona, a un paio di chilometri da Hebron. Israele lanciò le sue attività nucleari alla fine degli anni ’50 proprio con la costruzione di questo reattore, attraendo una fiumana di critiche per aver creato l’unico arsenale nucleare del Medio Oriente con il sostegno degli Stati Uniti.

I residenti di alcuni piccoli villaggi intorno a Hebron hanno trovato aree del suolo coperte di cemento: studi scientifici hanno mostrato che il livello di radioattività di queste aree è altissimo. A questo si aggiunga che nelle zone circostanti non vivono né mosche, né zanzare, né vari altri tipi d’insetti, e crescono solo le specie più resistenti di vegetali.

Almeno 415 casi di cancro e centinaia di nascite “anormali” sono stati riportati tra il 1995 e il 2007.

HRF/JG/AA

(http://www.presstv.ir/detail.aspx?id=95575&sectionid=351020202

Nil'in, protesta nonviolenta: l'esercito israeliano spara sui dimostranti. Grave un ragazzo.

Un'altra pacifica protesta contro le violazioni israeliane dei diritti palestinesi è finita nel sangue. E' successo oggi a Nil'in, in provincia di Ramallah, dove un giovane che partecipava al settimanale corteo nonviolento contro il Muro dell'Apartheid, è rimasto gravemente ferito alla testa da un lacrimogeno lanciato dall'esercito israeliano.

Il ragazzo, Mustafa Amira, è stato trasferito in un ospedale di Ramallah.

Testimoni oculari hanno riferito che Mustafa è stato colpito dai soldati a distanza ravvicinata ed è caduto per terra, battendo la testa.

Il giovane era già stato vittima della ferocia dei militari israeliani, quando, durante un'altra pacifica manifestazione svoltasi il 30 gennaio di quest'anno, fu raggiunto da un proiettile.

Nil'in e Bil'in sono due cittadine note per le settimanali proteste nonviolente contro il Muro dell'Apartheid che ha sottratto loro vasti appezzamenti di terra e le ha chiuse in banthustan.

(Foto di repertorio, by_haytham_al_katyeb)

La sfida di Lisbona

Turbine eoliche, pannelli solari, sistemi per sfruttare la forza delle onde. Il Portogallo ha deciso di puntare sull’energia pulita. Per trainare l’economia e risparmiare risorse

Peter Wise, Financial Times, Gran Bretagna
Foto di Antonio Luìs Campos

EMILY BRONTË si sarebbe sentita a casa nell’Alto Minho. Le cime tempestose della regione più a nord del Portogallo sono incontaminate come la brughiera dello Yorkshire: un paesaggio di “montagne impenetrabili, boschi oscuri, alte vallate e gole mozzafiato”, secondo la descrizione di un monaco che visitò la regione nel seicento. Da queste parti il tempo ricorda i tumulti descritti da Brontë, e gli abitanti, proprio come i personaggi della scrittrice inglese, si considerano coraggiosi, testardi e ribelli.

I garranos, cavalli di un’antica razza locale, pascolano liberi sugli altipiani. Nelle vallate i villaggi di pietra sono al riparo dal vento, protetti da colline di granito. Sulle pendici della catena montuosa che si estende per buona parte del confine nord occidentale del Portogallo ancora oggi i lupi attaccano buoi, pecore e capre. Le muraglie di sassi dei fojos, usate un tempo come trappole per catturare i lupi, abbondano sui pendii erbosi.

I pochi agricoltori che vivono nella zona non organizzano più battute di caccia contro i lupi per proteggere il bestiame: si limitano a riempire i moduli per chiedere il risarcimento dei danni al governo. Nell’immaginario locale, però, la figura del lupo come simbolo della forza e del mistero dell’Alto Minho è ancora fortemente radicata. José Miguel Oliveira, un economista di Stubal, nel sud del paese, ricorda nei dettagli i suoi due incontri con i predatori, L’ultimo è stato una sera al tramonto: un lupo che scappava verso un bosco di pini. Oliveira conosce l’Alto Minho come pochi altri. Andando alla ricerca dei siti dove installare le 120 turbine eoliche volute dal governo de Lisbona, è entrato in sintonia profonda con la regione, rimasta immutata per migliaia di anni. “Questo posto lascia un’impressione molto forte su chi lo visita”, osserva Oliveira, manager di Ventominho, l’azienda che gestisce le turbine.
L’installazione di ogni singolo impianto ha richiesto l’intervento di dieci tir carichi di cemento e acciaio, che si sono arrampicati lungo le ripidissime strade di montagna della zona. “Dal punto di vista logistico è stata un’impresa”, spiega Oliveira. “Abbiamo dovuto trattare individualmente con ciascun proprietario terriero ogni volta che c’era bisogno di allargare una strada o modificare una curva”.

Per tirare su le turbine, alte tra i 65 e i 78 metri, collegarle attraverso una linea elettrica di 54 chilometri e costruire le cabine ci sono voluti 600 operai e quasi due anni di lavoro. Quando a gennaio gli impianti sono entrati in funzione, questa regione rurale, impoverita e svuotata dall’emigrazione, si è ritrovata improvvisamente all’avanguardia della rivoluzione dell’energia pulita. Oggi l’Alto Minho è sede della più grande centrale eolica sulla terraferma d’Europa, e partecipa a un piano ambizioso per trasformare uno dei paesi più poveri del continente in un leader mondiale dell’energia rinnovabile.

Grazie alla sua posizione, al clima e alla conformazione geologica, il Portogallo dispone di una grande ricchezza: può contare su fonti di energia pulita in abbondanza. I venti che provengono da ovest e una vasta distesa di colline accessibili al nord e al centro creano le condizioni ideali per l’installazione delle centrali eoliche. Il sud è baciato dal sole per 300 giorni all’anno, ed è quindi un luogo perfetto per la produzione di energia solare. La costa atlantica, invece, offre un potenziale enorme per la trasformazione delle onde marine in energia elettrica, mentre i fiumi che arrivano dalla Spagna sono una fonte importante di energia idroelettrica.

Per anni il potenziale di queste ricchezze naturali è rimasto inespresso. Negli ultimi tempi, tuttavia, gli sforzi internazionali per combattere i cambiamenti climatici e per la ricerca di alternative pulite ai combustibili fossili hanno fatto scoprire al paese l’importanza delle sue risorse. Il risultato è che presto l’acqua, il sole e il vento diventeranno le principali fonti energetiche del Portogallo. "Come la Finlandia oggi è conosciuta in tutto il mondo per i cellulari, la Francia per i treni ad alta velocità e la Germania per l’industria, presto il Portogallo sarà famoso per la produzione di energia rinnovabile", dichiara Manuel Pinho, ministro dell’economia e principale artefice del piano per rafforzare l’economia sfruttando l’energia pulita. “Il Portogallo diventerà un esempio per tutti i paesi del mondo”.

Obiettivi ambiziosi
Le pale delle turbine costruite sulle alture dell’Altro Minho raccolgono il vento e producono circa 530 gigawattora di energia elettrica all’anno, sufficiente per coprire il 53 per cento del fabbisogno della popolazione locale, circa 250 mila persone. Questo, però, è solo il primo passo: il vero obiettivo è cambiare l’economia del paese. Il governo di Lisbona ha avviato diversi progetti (tra cui la più grande centrale fotovoltaica del mondo, il primo impianto commerciale per la conversione delle onde marine in energia e una rete nazionale per l’alimentazione delle auto elettriche) e sta fissando traguardi molto ambiziosi nella lotta ai cambiamenti climatici.

Entro il 2020, sostiene Pinho, più del 60 per cento dell’energia elettricità circa il 31 per cento dell’energia prodotta nel paese (tra elettricità, riscaldamento e carburanti per il trasporto) arriverà da fonti rinnovabili. L’obiettivo dell’Unione europea nello stesso arco di tempo è del 20 per cento. Secondo il piano presentato da Barack Obama, gli Stati Uniti arriveranno a ricavare il 12 per cento della loro energia da fonti pulite quando il Portogallo sarà già oltre la soglia del 50 per centro. Entro il prossimo anno, afferma Pinho, in Portogallo la produzione pro capite di CO2 sarà inferiore a quella di qualsiasi altra nazione europea.

Manuel Pinho, ex banchiere ed economista senza alcuna esperienza nel campo dell’energia, ha lanciato la sua campagna per trasformare il Portogallo in un protagonista globale dell’economia pulita nel 205, quando per la prima volta il Partito socialista ha ottenuto la maggioranza assoluta al parlamento. Il primo ministro José Sócrates gli ha chiesto di lasciare il suo incarico presso il gruppo bancario Espíritu Santo per occuparsi del ministero dell’economia. Pinho ha accettato e ha portato con sé la sua tendenza a compiere scelte radicali. “Sapevo che un paese piccolo come il Portogallo non può fare tutto”, spiega. “E sapevo che dovevamo essere i più bravi in qualcosa di specifico. Se non avessimo puntato sullo sviluppo tecnologico saremmo rimasti indietro. La leadership in settori ad alta intensità di capitale o ad alto tasso di specializzazione, come i semiconduttori o il software, era fuori della nostra portata, Nel settore delle energie rinnovabili, invece, potevamo ritagliarci uno spazio importante, Oggi può sembrare un fatto ovvio, ma quattro anni fa non lo era affatto”.

La strategia di Pinho ha avuto subito l’appoggio di Socrates, che pochi mesi dopo l’insediamento del governo ha fatto approvare il programma Nuova politica energetica, stabilendo le quote di energia pulita da produrre. “I nostri obiettivi non sono illusori”, sostiene Pinho, “e i progetti sono già in cantiere”. Questa spinta a sfruttare appieno il potenziale delle fonti rinnovabili interne è dovuta in parte alla necessità. In un paese privo di risorse energetiche primarie, il petrolio, il gas e le altre riserve di energia devono essere importante, con costi significativi per un’economia dalle dimensioni modeste. Nel 2008, il disavanzo energetico era pari al 5 per cento del pil. Quest’anno il crollo del prezzo del petrolio potrebbe colmare la metà del deficit, ma queste fluttuazioni non fanno che confermare la dipendenza del Portogallo da elementi al di fuori del suo controllo.

La chiave per una maggiore indipendenza energetica, sostiene Pinho, sta nella capacità di produrre energia pulita a prezzi concorrenziali. “Per far questo dobbiamo garantire un livello minimo di produzione, agire in regime di concorrenza e attirare investimenti privati”. Entro il 2015, spiega il ministro, gli investimenti in energia rinnovabile faranno risparmiare al Portogallo 440 milioni di euro all’anno in spese per il carburante e taglieranno le emissioni di CO2 di oltre dodici milioni di tonnellate all’anno. Al prezzo attuale di 8,50 euro a tonnellata, fissato dal mercato europeo delle emissioni, si avrebbe un ulteriore risparmio annuale di 10 milioni di euro.

Il modello adottato dal Portogallo si basa sulle cosiddette tariffe feed-in (in conto energia), secondo le quali le compagnie elettriche si impegnano ad acquistare energia pulita a un prezzo superiore a quello di mercato per un periodo definito. A differenza di altri sistemi di incentivi, come i certificati verdi in Gran Bretagna o i crediti fiscali negli Stati Uniti, Le tariffe in conto energia garantiscono una stabilità finanziaria che consente ai produttori di investire più dinaro nei progetti.

Le tariffe in conto energia diminuiscono in linea con il calo dei costi di produzione dell’energia, man mano che la tecnologia si evolve e i produttori sfruttano le economie di scala. In Portogallo l’eolico si è sviluppato più rapidamente del prefisso. Passata da 537 a 2.740 megawatt in cinque anni, la capacità dovrebbe arrivare a 8.500 megawatt nel 2020. Per quella data le turbine eoliche forniranno il 30 per cento dell’elettricità consumata nel paese, il doppio rispetto al 2007.

Grazie a questa rapida crescita, il prezzo delle tariffe in conto energia è sceso a 0,07 euro per kilowattora, più o meno l’equivalente del costo medio all’ingrosso dell’energia elettrica. In altre parole, oggi in Portogallo l’energia eolica costa come l’elettricità prodotta dai combustibili fossili. Se poi si considerano anche i costi legati alle emissioni di anidride carbonica, allora forse il prezzo è perfino più basso.

Baciati dal sole
In Europa poche aree possono contare su una maggiore quantità di energia solare rispetto alla cittadina di Amareleja, a sudest di Lisbona, dove si registrano le temperature più che l’intensità del sole è la sua constante presenza – una media annuale di sette ore al giorno – a fare di Amareleja la sede ideale per la più grande centrale fotovoltaica del mondo. Costruita e gestita da Acciona, gruppo edilizio ed energetico spagnolo, la centrale sembra il set di un film di fantascienza. In un silenzio spettrale 2.520 pannelli solari seguono lentamente il percorso del sole. Ognuno è grande come un appartamento e contiene 104 moduli in silicio policristallino, che trasformano le radiazioni solari in energia.

Quando, nel 201, alcuni politici locali hanno proposto per la prima volta di sfruttare la luce solare per creare posti di lavoro e reddito in un’area rurale depressa, senza industrie e con scarse risorse naturali, la tecnologia fotovoltaica era molto meno avanzata di oggi. L’energia rinnovabile non era tra le priorità del governo, e fino all’arrivo di Pinho non si è fatto quasi nulla. Poi, nel 2006, è stata concessa ad Acciona una licenza di quindici anni. I lavori sonno cominciati alla fine del 2007 e appena un anno dopo la centrale, costata 261 milioni di euro, è stata collegata ala rete nazionale.

Considerata la vastità dell’area occupata dall’impianto, la produzione di elettricità è relativamente ridotta: circa 93 milioni di kilowattora all’anno, abbastanza per rifornire 30 mila case e prevenire l’emissione di oltre 83mila tonnellate di CO2. In base all’accordo, Acciona si è impegnata a versare tre milioni di euro per la ricerca sulle fonti rinnovabili nella zona, oltre che per attività di formazione e per l’acquisto di generatori di energia solare destinati all’uso domestico e alle piccole imprese. L’azienda, inoltre, destinerà altri 500mila euro alla comunità locale. Ma l’impatto più rilevante sull’economia del posto lo hanno avuto i cento nuovi posti di lavoro creati presso il centro di assemblaggio dei pannelli solari che Acciona ha accettato di costruire come parte dell’accordo con il governo. “Un investimento simile fa la differenza in un’area dove ci sono mille disoccupati su 16 mila abitanti”, osserva Francisco Aleixo di Acciona. La creazione di distretti industriali intorno alle tecnologie per lo sviluppo dell’energia pulita è una componente essenziale del piano di Pinho, oltre che un’idea appoggiata, almeno a parole, da diversi opinionisti e leader politici.

La forza del mare
Nel porto di Viana do Castelo, vicino alle centrali eoliche dell’Alto Minho, gli operai manovrano enormi pale, sezioni di pilastri in cemento e altri componenti per le turbine eoliche prima della spedizione. Le parti vengono prodotte nella zona portuale, in quattro stabilimenti di proprietà della tedesca Enercon, azienda che produce turbine eoliche. Gli impianti, che hanno cominciato a lavorare a pieno regime nel 208, sono in grado di produrre in un anno più o meno 20 tra torri e generatori e 600 pale. Il 60 per cento della produzione è destinato all’esportazione. Dei mille giovani dipendenti, quattrocento sono donne, in gran parte provenienti dall’industria tessile portoghese ormai in crisi.

Negli ultimi quattro anni, sostiene Pinho, il Portogallo ha creato 10 mila posti di lavoro nel settore dell’energia pulita e altri 22 mila dovrebbero aggiungersi nei prossimi dodici anni, grazie a un investimento programmato di 14 miliardi di euro. “Stiamo dimostrando il successo delle proposte del presidente Obama”. Afferma. “L’idea di usare l’energia pulita per combattere i cambiamenti climatici, ridurre la dipendenza dall’estero e far crescere l’economia”. D’altra parte è chiaro che le tecnologie dell’energia pulita sono già a uno stadio di sviluppo troppo avanzato perché il Portogallo possa essere in prima fila nel campo della ricerca. Per questo Pinho punta a fare del paese un leader nel settore emergente della conversione delle onde marine. Per rendersi conto dei suoi progetti basta fare un giro al proto di Leixões, a Porto, nel nord del paese. Qui non è raro incontrare ingegneri che parlano con accento scozzese. Sono i dipendenti della Pelamis wave power, un’azienda di Edimburgo che ha due o tre anni di vantaggio sulla concorrenza nella corsa alla produzione su vasta scala di elettricità attraverso la forza del mare. Il Portogallo ha individuato una zona di costa da dedicare a questi progetti e ha siglato con Pelamis il primo accordo al mondo per vendere alla rete nazionale l’energia ricavata dalle onde.

Tre convertitori, costituiti da tubi di acciaio grandi come binari ferroviari collegati tra loro, sono già stati sottoposti ai test di collaudo al largo della piccola spiaggia atlantica di Aguçadoura, a 40 chilometri da Porto. “Per produrre energia dal mare non bisogna inventare nulla”, spiega Rui Barros, nel consiglio di amministrazione dell’azienda che si occupa del progetto. “Il successo dipende da un estenuante processo che porta alla soluzione di centinaia di piccoli problemi. Solo così si può arrivare a una produzione economicamente sostenibile. Più che uno sprint è una maratona”.

Le macchine della Pelamis generano elettricità nel momento in cui le onde mettono in movimento i giunti articolati dei cilindri semisommersi, pompando olio ad alta pressione attraverso motrici idrauliche. La difficoltà principale è costruire convertitori capaci di sostenere l’impatto aggressivo e costante delle onde oceaniche. Secondo Barros, la forza delle onde potrebbe arrivare a produrre il 20 per cento dell’energia elettrica del Portogallo. Per adesso, tuttavia, il governo punta a un obiettivo più modesto: sviluppare una capacità di 250 megawatt entro il 2020.

Ma il vero traguardo è la produzione industriale, se le aziende portoghesi riusciranno a produrre energia dalle onde e a commercializzarla su larga scala e a prezzi vantaggiosi, il paese sarà in prima fila nella corsa per la leadership del settore. Secondo Daniel Roos, esperto di sistemi ingegneristici e docente al Massachusetts institute of technology, i ricercatori portoghesi sono già più avanti dei suoi colleghi dell’Mit. “Per il Portogallo l’energia delle onde può giocare lo stesso ruolo che il petrolio e il gas del mare del Nord hanno avuto per l’industria scozzese”, sostiene Barros. Per le pressioni ambientali e commerciali, aggiunge, la tecnologia di conversione delle onde si svilupperà più rapidamente di quella dell’eolico. “La necessità di diminuire l’uso dei carburanti fossili e di alimentare le vetture elettriche sarà sempre più pressante. Sono convinto che molto presto l’energia delle onde sarà prodotta su scala industriale”. Anche se il settore muove i suoi primi passi proprio ora, i suoi sostenitori guardano con fiducia ai rapidi progressi fatti dalle altre tecnologie rinnovabili.

Intanto gli abitanti dei villaggi dell’Alto Minho beneficiano già dei vantaggi della rivoluzione verde avviata in Portogallo. I proventi degli affitti della terra alle aziende energetiche hanno fatto raddoppiare il bilancio delle amministrazioni locali, che ne hanno approfittato per restaurare chiese, costruire campi da calcio e nuovi ospedali. Com’è facile immaginare, qui nessuno è scontento: il piano energetico di Pinho sembra avere davvero un consenso larghissimo. In una regione sperduta, ancora imbevuta dello spirito di un passato antico, le turbine che si stagliano nella nebbia sulle cime delle montagne dell’Alto Minho sono simboli del futuro.

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Da sapere:
Nel 2006 il Portogallo ha ricavato da fonti rinnovabili il 30 per cento dell’energia elettrica consumata. L’obiettivo per il 2010 è arrivare al 39 per cento. Il grosso dell’energia pulita è prodotto da centrali idroelettriche, ma l’eolico, i biogas e il fotovoltaico sono settori in rapidissima crescita. Grazie alle turbine eoliche nel 2007 il paese ha raggiunto una capacità di 2,862 megawatt.

L’Italia nel 2006 ha ricavato da fonti rinnovabili il 14,82 per cento dell’elettricità consumata. Entro il 2010 la produzione sarebbe dovuta arrivare al 25 per cento.

Sempre nel 2006, nei paesi dell’Unione europea la produzione media ha coperto il 14,65 per cento del consumo totale. L’obiettivo del 21 per cento, fissato da Bruxelles per il 2010, non verrà raggiunto. Il paese più virtuoso è l’Austria, che nel 2006 dalle fonti rinnovabili ha ricavato quasi il 63 per cento della sua elettricità.

Articolo pubblicato su Internazionale 796, 22 maggio 2009.

Ecuador: si rompe oleodotto nella foresta amazzonica

Sversate ingenti quantità di petrolio dalla compagnia Repsol

Ancora un volta la rottura di un oleodotto sta riversando nell’Amazzonia ecuadoriana ingenti quantità di petrolio greggio. L’incidente è avvenuto questa mattina nell’area amazzonica piu’ colpita dagli impatti ambientali dell’industria petrolifera e dalle estese monoculture di Palma Africana: la zona di Lago Agrio. [ vedi mappa ]

Le responsabilità della fuoriuscita di petrolio e dell’impatto sugli ecosistemi tropicali è da attribuirsi alla compagnia spagnola REPSOL YPF, concessionaria dal vicino lotto petrolifero numero 16, area petrolifera che si sovrappone al territorio indigeno Wuaorani ed a una delle regioni con più alta biodiversità del pianeta: la Riserva della Biosfera Yasuni.
Nell’area amazzonica della Riserva della Biosfera si concentrano infatti le attività industriali per l’estrazione e la produzione petrolifera, suddivise in lotti concessionati a numerose compagnie petrolifere transnazionali, tra cui l’italiana ENI-AGIP. [ vedi cartografia del petrolio ]
Questa porzione dell’Oriente amazzonico, storico avamposto nell’espansione della frontiera petrolifera durante il boom degli anni ottanta, mostra, nei residui del bosco umido tropicale, i segni profondi della deforestazione conseguente alla colonizzazione dell’area. [ Vedi immagine satellitare ]
Secondo l’agenzia di stampa adn tecnologia la compagnia REPSOL ha già proceduto ad effettuare i controlli sul posto, ma non sono stati in grado di stimare il volume di petrolio riversatosi nell’ambiente nè di determinare le possibili cause.
Nonostante l’investimento di enormi capitali e l’impiego della cosiddetta "tecnologia di punta" le compagnie petrolifere spesso non riescono ad individuare nè isolare la perdita di greggio dagli oleodotti, cosicchè gli sversamenti di idrocarburi vengono segnalati delle popolazioni indigeno-campesine titolari dei terreni contaminati. (vedi toxi tour)
L’ultima rottura dell’oleodotto OCP, gestito da un corsozio di multinazionali tra cui anche l’AGIP, è avvenuto nel tratto cosidetto a basso impatto, ossia interrato lungo la fascia pedemontana andina. La rottura dell’OCP ha provocato una fuoriscita che fonti ufficiali quantificavano in 16 mila barili di petrolio greggio, riversatosi nel fittissimo reticolo fluviale dell’Amazzonia ecuatoriana. La dispersione dei contaminanti idrocarburici è stata così elevata e a lungo distanza da far sospendere il servizio idrico nell’intera città di Coca per una settimana.

Guarda il video

Approfondimenti:

Repsol Mata
Riserva della Biosfera Yasuni: campagna El Oro Verde
Amazonia por la vida

Birmania - Non c’è limite alle provocazioni contro San Suu Kyi


Il regime usa subdole menzogne per continuare a reprimere

Il regime militare birmano arriva ad insinuare che la stessa San Suu Kyi abbia organizzato l’intrusione nella sua casa dello statunitense, John William Yettaw e i generali birmani hanno la faccia tosta di dire che lo avrebbe fatto perché l’americano era il suo amante. "La cosa piu’ probabile e’ che siano elementi antigovernativi interni ed esterni ad aver pianificato l’incidente per aumentare la pressione internazionale Su Myanmar", ha detto il ministro degli Esteri birmano, Nyan Win, in una conversazione telefonica al suo omologo giapponese, Hirofumi Nakasone, secondo il quotidiano controllato dal potere, "La Nuova Luce di Myanmar". Ma il console generale di Nyanmar ad Hong Kong si e’ spinto oltre, postando una lettera su internet suggerendo che l’americano possa essere "un agente segreto o il suo fidanzato", il tutto scritto in grassetto e sottolineato.

Ieri, nella quarta e ultima udienza prevista per la settimana nel processo alla leader dell’opposizione birmana, e’ stato presentato al processo contro Yettaw un video registrato nella casa di Suu Kyi, in cui lui stesso dice che la proprietaria gli ha negato il permesso. "E’ nervosa, e si vede", dice lo stesso Yettaw durante la registrazione, secondo quanto ha successivamente raccontato uno degli avvocati di Aung San Suu Kyi, Nyan Win. Durante il suo processo, lo statunitense ha anche detto di essersi introdotto nella casa della dissidente birmana perche’ aveva avuto una premonizione, che Aung San Suu Kyi sarebbe stata "assassinata": "Sono venuto per mettere in guardia le autorita’ dal pericolo". La difesa insiste invece nel sostenere che lei gli abbia permesso di trascorrere la notte nell’abitazione per compassione, perche’ sembrava molto stanco dopo la nuotata nel lago Inya e la colpa dell’intrusione e’ delle autorita’, che avevano in carica la sua sicurezza.

Ricordiamo che dopo l’”intrusione è avvenuta il 3 maggio scorso quandoWilliam Yethaw, cittadino americano mormone, ha raggiunto a nuoto la casa in cui il Premio Nobel per la pace è costretta agli arresti domiciliari attraversando il lago Inya. Il 14 maggio la giunta militare ha arrestato e processato Aung San Suu Kyi per violazione degli arresti domiciliari. Il termine dei domiciliari e la liberazione dell’attivista birmana dall’ultimo arresto sarebbero scaduti il 21 maggio. Secondo buona parte della stampa internazionale e la stessa Lega nazionale per la democrazia, l’impresa di Yethaw è stato il pretesto usato dalla giunta militare per mettere fuori gioco Aung San Suu Kyi prima di sottoporre il popolo birmano alla votazione di un referendum per l’approvazione di un testo costituzionale che, di fatto, sancisce la continuazione del potere dei militari sotto forme civili, escludendo del tutto la Lega nazionale per la democrazia.

Ancora una volta si mostra il volto brutale del Regime Birmano e al di là delle formali prese di posizione internazionali niente di reale viene concretizzato per appoggiare un processo democratico nel paese … sono troppo forti gli interessi economici e geopolitici che sorreggono l’esistenza di questa vera e propria dittatura.