lunedì 4 maggio 2009

Genocidio a Gaza, Unicef: i bimbi palestinesi vittime del conflitto israeliano contro la Striscia.

L’organizzazione delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef) ha dichiarato che la vita dei bambini nella Striscia di Gaza non è ancora tornata alla normalità, nonostante siano passati 100 giorni dalla fine dell’ultimo assalto militare israeliano.
Patricia Mack Phillips, rappresentante speciale dell'Unicef nei Territori palestinesi occupati, ha affermato che “i bambini della Striscia di Gaza soffrono ancora fisicamente e psicologicamente, per cui è necessario che venga consentito l'ingresso nella regione delle risorse necessarie per la riabilitazione e il recupero”.
Nel suo comunicato stampa, la Phillips ha aggiunto: “A tutt’oggi, l’energia elettrica continua a non raggiungere il 10% della popolazione, mentre al 9% non arriva l’acqua. (…) A sud della Striscia, le cliniche dell’agenzia delle Nazione Unite Unrwa hanno registrato l’aumento dei casi di malattie legate alle risorse idriche e ai servizi igienico-sanitari, come la diarrea, la cui diffusione è cresciuta rispetto all’anno precedente; tante famiglie soffrono inoltre per la mancanza di cibo, benzina e denaro”.
La rappresentante Unicef ha poi rivelato un tragico dato: dopo la fine del conflitto, cinque bimbi sono morti a causa di ordigni esplosivi, mentre altri 14 sono stati feriti in atti di violenza di diverso genere.
I combattimenti hanno influenzato pesantemente anche la salute mentale dei minori, come ha affermato una recente ricerca condotta dalle Nazioni Unite, secondo la quale l’ansia e la tensione sono i principali problemi sanitari di Gaza.
L'Unicef sta quindi lavorando con i propri partner per fornire sostegno psicosociale ai bambini e ai giovani, diffondere informazione tra gli studenti e gli abitanti riguardo ai rischi di mine, sostenere l’educazione sanitaria e organizzare campagne di vaccinazione.
Per migliorare la salute delle madri e dei loro figli, l'organo dell’Onu si concentra inoltre sul miglioramento delle competenze del personale ospedaliero che fornisce assistenza - in particolare per quanto riguarda il trattamento dei casi di grave malnutrizione, l'allattamento al seno e la diagnosi precoce delle malattie infantili.
Tuttavia, le difficoltà di accesso a Gaza continuano ad ostacolare gli sforzi di recupero e di soccorso, a causa dell'assedio imposto sulla regione da 22 mesi. Basti pensare che la media giornaliera di camion che hanno ottenuto l’autorizzazione a entrare nella città è stata di circa 132 nello scorso mese di marzo, rispetto ai 475 del maggio del 2007 (un mese prima della presa del potere da parte di Hamas).
L’assedio pesa naturalmente anche sulla vita dei bambini, come spiega la Phillips: “Dopo la guerra, le case, le scuole e le strutture sanitarie bombardate non sono state né ricostruite né riparate, e questo grazie all'embargo israeliano sulle forniture di cemento. Manca inoltre il materiale necessario per sistemare la rete idrica e i servizi igienico-sanitari nella Striscia”.
Ha poi aggiunto che l’embargo “non ha consentito nemmeno la distribuzione del materiale didattico spedito dall’Unicef, che includeva strumenti per la formazione degli insegnanti, lo sviluppo della prima infanzia e l’intrattenimento (come gli strumenti musicali)”.
I piccoli abitanti di Gaza sono anche vittima del mancato arrivo di cure d'emergenza nella città. I rapporti dell'Oms (Organizzazione mondiale della sanità) riferiscono che almeno tre pazienti sono recentemente morti in attesa di ottenere il permesso di trasferirsi all’estero per ricevere le cure mediche necessarie alla loro guarigione. A questo proposito, la Phillips dichiara: “I bambini sono le vittime innocenti di questa crisi, e dobbiamo fare in modo che tutte le parti in conflitto garantiscano in primo luogo i loro interessi”.
da Infopal