mercoledì 17 marzo 2010

I figli della Francia

Ritorno nella 'banlieue' dopo la vittoria dell'astensione al primo turno delle elezioni regionali

di  Marina Nebbiolo

La cronaca delle 'banlieues' in questi ultimi anni è la storia di una lenta e progressiva deriva fatta di abbandono e di violenza, di sommosse a cui i dispositivi polizieschi rispondono con sempre maggiore intensità e complessità, una militarizzazione dell'ordine pubblico con l'utilizzo regolare di elicotteri dotati di telecamere a raggi infrarossi e di riflettori potenti, che permettono di sorvegliare i quartieri a distanza per verificare gli assembramenti e i tetti dove potrebbero essere stoccati oggetti considerati armi. La presenza di unità specializzate, uomini e donne volontari della polizia addestrati per sondare, prevenire e affrontare chi o cosa rappresenta il pericolo.
Un'organizzazione d'eccezione e un importante investimento per grandi programmi sociali. I governi hanno dato continuità allo stato d'emergenza prolungando lo stato di polizia legalizzato nel novembre del 2005 quando lo Stato si era dimostrato incapace di gestire il territorio e controllare le rivolte.

I quartieri vivono sul filo del rasoio, un equilibrio sempre instabile dove un fatto 'ordinario' può accendere una delle tante 'cités', un controllo di documenti, un arresto o una perquisizione, un tiro diflashball, un incidente di motorino o di automobile, un inseguimento che finisce male, una guerra tra bande rivali e i giovani incontrano la morte. Le prime vittime della fabbrica della paura sono quasi sempre gli stessi abitanti dei quartieri, giovani, una decina ogni anno da dieci anni, centinaia di feriti molti dei quali evitano il pronto-soccorso per non essere identificati dalla polizia. E un numero crescente di omicidi, una media di uno alla settimana. Alcune zone di Parigi non sono paragonabili alle 'cités' ma le 'banlieues' dentro la metropoli vivono gli stessi conflitti di territorio e le rivalità tra quartieri, hanno in comune i silenzi della rabbia contenuta, le preghiere al cimitero, i momenti di solidarietà e dolore condiviso in cui si fabbrica la violenza che verrà e i prossimi regolamenti di conti contro l'altro, gli altri e tutti come in tutti quei luoghi e situazioni dove i riti della morte hanno una funzione sociale.

Vivere in una 'cité' significa imporsi e rispettare delle regole implicite stabilite dal gruppo, in particolare quando si è adolescenti, età in cui il 'giudizio' dei propri pari è decisivo. Ovunque dalla strada alla scuola, tentare di sfuggire al 'giudizio'è un atto che rischia una condanna sociale ben più pesante da sopportare che le eventuali punizioni scolastiche, familiari o giudiziarie. Questo fatto comune si trasforma in fenomeno amplificato nei quartieri dove un terzo degli abitanti è minorenne, in particolare dove le famiglie sono destabilizzate dalla precarietà economica e rese ancora più fragili da disoccupazione e povertà, dove la difficoltà linguistica persiste mentre i figli crescono e diventa difficile seguirli a scuola, che si tratti di una famiglia numerosa o al contrario di una madre sola. Per i più giovani, il gruppo si materializza e interviene da fuori, decide al posto di chi non può farlo. Per necessità o per scelta si sceglie il conflitto esterno al domicilio familiare e quasi sempre ci si allontana anche dalla scuola. Si gioca un ruolo fuori casa, in strada, sui muretti o panchine dei giardini, nei parcheggi, nei centri commerciali. Si passa il tempo a 'niquer' (fottere) la propria madre, quella degli altri, quella dei vicini, degli anziani di famiglia, dei professori, dei commessi o proprietari dei negozi, quella dei poliziotti e anche la madre dell'amico più caro. Inevitabile. Ci si saluta sempre con diversi segni di reciproco rispetto, vale per magrebini, neri, "francesi", chiunque...Sono i "nemici interni" e la guerra dello stato richiede una strategia a lungo termine e una tattica che investe il quartiere a 360°, dall'arredo urbano alla scuola materna.

 Gli incendi dei cassonetti sono evitati interrando i containers, gli alimentatori dell'illuminazione pubblica, rinforzata in potenza a richiesta e valutazione delle questure, vengono protetti da griglie e inferriate, le saracinesche sostituiscono i pannelli di vetro, le strade sono trasformate, deviate o allargate per permettere ai mezzi dei CRS (corpo speciale della gendarmeria) di fare retromarcia rapidamente e senza difficoltà. La polizia gestisce le più grandi operazioni di pianificazione urbana in Francia. Come Haussman che per garantire più sicurezza aveva ripensato e cambiato i connotati del centro di Parigi,ma due secoli dopo. Dal 2004 al 2013, una visione totalizzante dove tutto è tracciato fino ai dettagli, visibilità delle unità da combattimento per evitare la deflagrazione sociale e intervento diretto sull'urbanizzazione nei quartieri.

La prima constatazione è che la risposta poliziesca e giudiziaria non funzionano, lo Stato nel corso degli anni si è dato strumenti d'eccezione per reprimere in particolare con Sarkozy, ex-ministro degli interni.

2002, 2005, 2009, anni di riforme primae successivi anni di buona e inefficace volontà politica, poi nelle 'cités' è rimasta solo più la macchina di una politica senza freni con la rincorsa delle statistiche ufficiali per arginare la deriva della ghettizzazione. Stessi discorsi, stesse soluzioni, falliti. Il programma "Espoir Banlieue" della ministra Fadela Amara incaricata agli affari sociali nelle zone cosiddette 'sensibili' considerate come prioritarie è destinato all'oblio. E i 30 miliardi investiti per rinnovare immobili e spazi pubblici non cambiano una situazione sociale.

Tutte le politiche cittadine degli ultimi anni si sono indirizzate verso la sanzione penale, la soppressione del minimo sostegno familiare o assistenza sociale-sanitaria accentuando lo stato di difficoltà in particolare dei genitori cancellando definitivamente il loro ruolo sociale. Una società relegata politicamente, che resta sul pianerottolo davanti alla porta della République senza mai avere il permesso di entrare e una generazione che si sta costruendo 'contro' con le proprie gerarchie di valorie relazioni come forma di dominazione e senza progetto politico.

La politica francese rifiuta, storicamente, di accettare il protagonismo delle comunità locali per paura di un'identificazione comunitaria. Ha sempre voluto evitare la via dell'"empowerment", passaggio che appartiene all'America degli anni '60 con la scelta di attribuire una parte delle responsabilità e dei poteri agli abitanti dei quartieri. Una politica che negli Stati Uniti ha operato un cambiamento sostanziale a livello locale, Barak Obama a metà degli anni '80 è stato un 'community organiser' in uno dei quartieri a sud di Chicago, una figura tra l'educatore e l'assistente sociale ma anche carica di esperienza, una missione politica: aiutare gli abitanti, a prescindere dal colore,a difendere i loro interessi confrontandosi con l'amministrazione, le banche, la municipalità, portare avanti le cause e costituirsi per avere più potere ed essere considerati come interlocutori, riprendersi delle responsabilità prima di tutto come genitori.

È sotto gli occhi l'evidente assenza di fiducia dell'insieme dei partiti politici negli abitanti dei quartieri, segno altrettanto evidente della debolezza della politica di governo e dei governi locali.La moltiplicazione di esperimenti e gli innumerevoli propositi dei socialisti, programmi della destra per gestire con prefetti, delegati dello Stato e generazioni di tecnocrati non hanno permesso una minima cessione di autonomia e decisione sulla politica urbana da parte di chi nasce, cresce e vive nei quartieri.Neanche a partecipare. Nessuno ha mai provato a dare in mano le chiavi di casa agli abitanti delle 'cités'.