martedì 2 marzo 2010

Primo Marzo 2010 - Un nuovo comune della cittadinanza

Dalla capitale al profondo Sud, dal Nord Ovest dell’industria al Nord Est della produzione diffusa, il Primo Marzo 2010 è stata una giornata ricca di colore.
Cortei (partecipatissimi) e iniziative, in oltre 60 città italiane, certo, per esprimere contrarietà al razzismo ed alle attuali politiche sull’immigrazione, ma anche per affrontare situazioni e percorsi concreti, come la questione degli sfratti, dello sfruttamento nel lavoro, della precarietà, della gestione securitaria delle città.
Potremmo, in questo 2 Marzo, il giorno dopo, essere affascinati dall’idea di arrivare ad una sintesi, o farci ingannare facilmente dalla possibilità di raccontare le 24 ore appena trascorse in maniera rituale, retorica. Ma tutto questo non potrebbe che risultare un abito troppo stretto per una giornata che invece apre inediti scenari, tutti da scoprire, tutti da percorrere.

Perchè il Primo Marzo 2010 non è stato semplicemente il giorno dei migranti, non è stata una giornata di sciopero e mobilitazioni dei soli stranieri, per i soli diritti degli stranieri. Piuttosto, il Primo Marzo 2010, raccontato dalle migliaia di facce che lo hanno animato, lascia tutti noi con l’idea e la convinzione che insieme, italiani e stranieri, possiamo costruire un nuovo linguaggio per abitare la crisi.
Perchè se è vero che i migranti sono una parte fondamentale di un paese che sulla precarietà di molti costruisce la sua economia (in crisi), è vero anche che sembra sempre più remota la possibilità di immaginare ricomposizioni semplici di questa marea eterogenea che è il precariato diffuso. E dentro ad esso, ancor più improbabile risulta immaginare la condizione specifica dei migranti come un elemento di comunanza in grado di produrre unità, rivendicazioni comuni, percorsi condivisi.
Semmai, la fotografica del presente, ancora sfocata ed indefinita (ma proprio per questo carica di possibilità) lascia intuire che la condizione dei migranti colora delle sue tonalità trasversalmente ogni ambito della nostra vita, ogni sfaccettatura della cittadinanza, ogni segmento del precariato e che proprio per questo il Primo Marzo è stato possibile.
Se una cosa ci ha detto, tra le tante, questa giornata, è proprio di smetterla con le monolitiche rappresentazioni dei migranti, con le retoriche sulla loro situazione, come se fosse qualcosa di separato dal resto della società e non invece una sua condizione viscerale, strutturale, epidemica. Le piazze del Primo Marzo ci hanno segnalato che i migranti non sono semplicemente una delle tante parzialità che abitano questo mondo precario, ma che invece attraversano la cittadinanza in ogni sua declinazione e che su questo terreno stratificato, trasversale, è forse possibile riposizionare un nuovo cammino.
Perchè se a Rosarno una rivolta contro lo sfruttamento ci aveva fatto assaporare l’idea della ribellione "nera" (conclusasi poi con le espulsioni), in via Padova, poche settimane dopo, avevamo capito che rappresentare gli stranieri, gli immigrati, i migranti, non è cosa semplice, che la scomposizione sociale, accellerata dalla crisi, produce solchi profondi anche tra chi vive condizioni di vita simili, che la ricomposizione dei migranti, come fossero qualcosa di omogeneo, è forse solo un rischioso esercizio teorico e che, piuttosto, esistono elementi ricompositivi che parlano linguaggi, contradditori, ma non per questo irreali e per questo inaggirabili.
Con questi occhi, con la voglia di guardare dentro alle pieghe del presente, quelle che anche il Primo Marzo ha contribuito positivamente a farci scoprire, ci proiettiamo invece verso un nuovo orizzonte.
Tra le diverse sfumature di giallo disegnate dalla giornata senza di noi, proviamo a cogliere quella che più ci parla del nostro futuro: c’è un nuovo spazio da costruire, un nuovo terreno su cui praticare la trasformazione, che ha bisogno di parzialità certo, ma anche di costruzione di pensiero, di pratiche e di vita in comune. Non la rivolta dei "neri", neppure la proposta di un generico "precariato unito", ma percorsi formativi e performativi di una nuova realtà, un nuovo modo di fare società. Non si tratta di dare cittadinanza ai nuovi cittadini, ma di costruire un nuovo comune della cittadinanza per tutti.
 
Nicola Grigion
 
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