venerdì 5 marzo 2010

Nè pubblico, nè privato ma comune

Matteo Dean dialoga con Michael Hardt

Il professore dellaDuke University e coautore con Antonio Negri della trilogia Impero, Moltitudine e Commonwealth (2009), parla della sua visione filosofica e politica: porre i beni comuni al centro della costruzione di autonomia, autogoverno, di comunità.
Matteo Dean ha elaborato l'intervista che è pubblicata nel numero di marzo di Desinformemonos

Né púbblico né privato
E' necessario incominciare dicendo che abbiamo la cattiva abitudine di vedere il mondo diviso tra privato e pubblico, visto che appaiono come le uniche due possibilità.
La terra, ad esempio, o era proprietà pubblica o era proprietà privata. La stessa cosa succede se parliamo di altri beni, come ad esempio i beni immateriali come le idee, la musica etc ..

Così se vogliamo attaccare la strategia neoliberale di privatizzare tutto, sembra che l'unica arma a nostra disposizione sia la la proprietà pubblica, il controllo statale.
E' chiaro però che ci sono molti mondi, naturali e anche molte idee e molte pratiche, che non sono né pubbliche né private, cioè, sono parte di una autorganizzazione della comunità o delle diverse comunità. Questo diventa un approccio critico alla proprietà sia privata che pubblica. Una critica di fondo al concetto stesso di proprietà. A questa critica corrisponde una pratica politica di autonomia, cioè, una politica contraria sia al capitale (le privatizzazioni) sia al controllo statale (la gestione pubblica), che porta alla costruzione dell'autonomia sociale, all'autogoverno. Questa è la prospettiva che cerco di sviluppare da alcuni anni insieme al filosofo italiano Antonio Negri.
In una prima approssimazione possiamo dire che ci sono due ambiti del comune: il comune ecologico, naturale e il comune sociale artificiale.
Entrambi sfidano e si confrontano con il concetto di proprietà; allo stesso tempo, tutti e due rompono gli schemi e le misure tradizionali di valore economico con le quali il capitale tenta di misurarli. Questo perchè per il comune c'è solo una scala di valutazione, sarebbe a dire, la vita. Dall'altro lato i due comuni (l'ecologico e il sociale) si scoprono apparentemente antitetici.
Il comune ecologico è gestito con l'intenzione della conservazione, mentre il comune artificiale si basa sull'espansione, la creazione illimitata. Inoltre, il comune ecologico ha come orizzonte la biosfera nella sua totalità mentre, dall'altro lato, il comune artificiale ha al centro principalmente gli interessi dell'umanità.
A mio avviso porre al centro il comune è fondamentale. L'ipotesi è che siamo nel mezzo di un cambiamento d'epoca: da un capitalismo economico con base industriale ad un capitalismo basato nella produzione immateriale o biopolitica. Detto in altra maniera la produzione industriale non è centrale e non perchè adesso non ci siano fabbriche, ma perchè la produzione indutriale non ha corrispondenza in tendenza in una società industrializzata, ma perchè è la produzione immateriale che sta dando forma alla società attuale.
Non è una differenza quantitativa ma qualitativa. Ora, se così stanno le cose, dobbiamo pensare che mentre prima la proprietà si è giocata sulla questione della mobilità – terra immobile e mercanzia mobile – oggi la proprietà determina l'esclusività di un bene e la possibilità di riprodurlo. E' qua nasce un problema: le idee, la musica, le relazioni, i saperi funziono solo se sono posti in comune, sono condivisi.
E' per questo che diciamo che, se la produzione immateriale è la nuova fonte di ricchezza per il capitale, il comune diventa centrale. Al tempo stesso anche contradditorio. Esiste la necessità di porre in comune idee, affetti, saperi perchè crescano e risultino produttivi; allo tempo stesso, però, questo si scontra con la necessità di mantenere privati questi beni, come dimensione strutturale dello schema dell'accumulazione capitalista.
Dal nostro punto di vista, c'è un primo esercizio da fare e cioè riconoscere quanto del nostro mondo, quanto della nostra esperienza già è comune. Detto in altra maniera: non è vero che il nostro mondo sia già tutto di proprietà. Non affermo questo per dire che non c'è problema, lo dico per riconoscere che c'è un punto di partenza. Su questa base, il progetto di autonomia cerca di espandere e conquistare o riconquistare, riappropriasi del comune.
La gestione del comune senza proprietà o fuori dalla proprietà non è una cosa naturale, spontanea. Non è che eliminando la proprietà privata o il controllo statale scopriamo la nostra facoltà naturale di gestire il comune. Al contrario è qualcosa che dobbiamo costruire.
Così, la cosa più importante e anche più bella delle comunità zapatiste è il senso di sperimentazione della loro azione politica. Sarebbe a dire che dobbiamo sperimentare, con la gestione, il comune, non c'è una formula precostituita. La sperimentazione è l'unica maniera di conquistare forme di autogoverno e per tanto forme di gestione del comune.

Dopo Copenhagen, una nuova tappa del movimento
Il grande successo di Copenhagen è stato l'essere il primo incontro serio tra due parti dei movimenti sociali, cioè, i movimenti ecologisti concentrati sul cambio climatico e i movimenti sociali non solo antiglobalizzazione neoliberale ma anche quelli in favore dell'autonomia e della sua costruzione comunitaria.
E' stato un grande incontro e, certamente è stato una grande comunanza di desideri e di pratiche e di pensiero comune; ma dall'altra parte ha mostrato una certa differenza, per certi versi anche divergenza, nella forma di scontrarsi con il potere globale. In questa situazione, un grande passo in avanti è stato appunto il confronto tra queste due impostazioni, anche se questo ha posto e pone alcune diffcoltà molto serie sia dal punto di vista concettuale sia a livello di movimento.
Esistono quelle che possiamo definire le “antinomie del comune”: da un lato ci confrontiamo con un comune che è limitato dal contesto ecologico, dall'altro abbiamo un comune che è illimitato nel senso della produzione dei nostri desideri, idee, immagini, di “cose umane”, sarebbe a dire la produzione di società, di relazioni sociali.
Quello che dobbiamo osservare è la differenza tra una politica orientata ai limiti della terra, al comune ecologico e un'altra orientata alla mancanza di limiti dei nostri desideri.
Questa è la differenza che pone alcune difficoltà concettuali e politiche.
Anche negli slogan, per esempio: c'è uno slogan che è molto apprezzato negli ultimi quindici anni e cioè quello che dice che vogliamo “tutto per tutti”. Dal punto di vista dei limiti ecologici questo pare non aver senso, visto che c'è un limite nella terra, nell'acqua, nelle risorse che concettualmente non permette di conquistare questo obiettivo: però per noi questo orizzonte è nel cuore della nostra pratica.
Dall'altro lato, dal punto di vista dei nostri desideri senza limiti, lo slogan che è stato usato “non c'è un pianeta B2” è bello però si adatta molto alla posizione conservatrice personificata, ad esempio, da Margaret Thatcher, e cioè il fatto di dire che non ci sono alternative.
Il movimento anticapitalista sta sempre creando alternative. Questo è parte della nostra mancanza di limiti: produrre alternative è parte del nostro DNA.
C'è anche un'altra differenza molto importante tra le due impostazioni: la temporalità. Nella tradizione autonoma – cioè del movimento di Seattle, gli zapatisti, le assemblee di quartiere in Argentina etc .. - certamente c'è una certa urgenza, visto che quello che vogliamo lo chiediamo per ora; ma i tempi sono definiti dal ritmo della costruzione, cioè è un tempo costituente che a volte può essere lento come lo è la costruzione di comunità. Dall'altro lato i tempi del cambiamento climatico sono altri: il tempo principale è il tempo dell'urgenza di porre rimedio alla situazione, un tempo che forse è già passato. Sarebbe a dire, in termini generali, che per gli ecologisti se non cambiamo ora, tutto è già perduto.
E' dunque questa un'altra differenza importante; le due temporalità che dividono concettualmente i due movimenti ed hanno effetto anche nella pratica.
Dunque, la differenza si traduce anche nella pratica, e questa è l'ultima differenza che vedo,: per il movimento altermondialista, autonomo l'idea principale non è quella di chiedere l'azione degli stati-nazione come quadro principale d'azione ma l'attore principale sono la costruzione di autonomia e della comunità. Al contrario nei movimenti ecologisti, si mantiene in primo piano la richiesta agli stati poiché sarebbero quelli che possono attuare e corregere la rotta. E' evidente che questo ha a che fare con quello che dicevamo prima cioè le differenti temporalità, con la definizione di urgenza, se aspettiamo che si costruisca l'autonomia, che siano le comunità a decidere potrebbe essere troppo tardi.
Per me è molto interessante ed importante confrontare queste differenze, queste antinomie – non so se tutto questo è troppo accademico da affermare in questa maniera ma così passa nella mia testa. E' importante confrontare questi aspetti non perchè sono ostacoli uno per l'altro, non sono differenze tragiche, si può andare molto più in là; per questo però, bisogna confrontare queste due posizioni. Detto in altre parole: non è una differenza antitetica ma una differenza che può essere fruttifera.
Io credo che la soluzione passi attraverso l'azione dei movimenti. Per esempio, dieci anni fa a Seattle, ma anche a Genova, avevamo una antinomia tra la globalizzazione e l'antiglobalizzazione, cioè noi eravamo contro la globalizzazione neoliberale e per questo i media ci chiamavano “no global”. Questo era una difficoltà concettuale: il nostro problema è stato risolvere questa dicotomia inesistente. Senza dubbio è stato necessario molto lavoro collettivo per creare non solo un concetto ma anche le pratiche dell'alterglobalizzazione, cioè la soluzione di questa antinomia che ci imponevano. Nella stessa maniera oggi i movimenti possono confrontarsi con queste differenze, prendendo l'esperienza di Copenaghen non come un punto d'arrivo ma come un punto di partenza.

Potere statale versus Autonomía
Le lotte contro la privatizzazione e contro il neoliberismo dei movimenti sociali in America Latina sono stati un successo nell'ultima decade. Sono costituenti, però ci sono cammini diversi e credo che uno non escluda l'altro. Sarebbe a dire che la conquista elettorale del potere statale può essere parte di questo progetto costituente che, nella mia maniera di vedere le cose, è la produzione di autonomia, di soggetti capaci di autogoverno, di autogestione. Non escludo che un potere statale tra virgolette progressista può essere parte di questo processo. Chiaro, che la conquista di questo potere non è la finalità, ma può essere un mezzo. Senza dubbio, se è così, tutto diventa molto complesso, perchè questo può essere un mezzo per costruire l'autonomia ma può essere anche un ostacolo a questo processo. In Bolivia, uno dei casi più belli di questo passare attraverso lo Stato, è molto difficile decidere quanto la presidenza di Evo Morales aiuta e quanto ostacola la conquista di autonomia delle comunità indigene e di altre comunità nel paese.
A mio modo di vedere, sono entrambe le cose. E spesso la lotta dei movimenti sociali contro lo Stato si realizza in questo terreno per andare più in là di questi ostacoli; chiaro, c'è anche la dimensione del possibile contorno di facilitazione che uno Stato di questo tipo può comportare.
La grande difficoltà in questo senso è come non avere una prospettiva di purezza in questo processo; mi pare che ci sia la tendenza a due posizioni antitetiche: o difendiamo la conquista del potere statale o critichiamo questi poteri perchè non saranno il punto d'arrivo dei movimenti. Credo che sia necessario avere una visione trasversale, bisogna approfittare del contesto forse favorevole, ma essere duri, critici con questi governi.
In questo senso, i movimenti in America Latina sono molto più avanzati che negli Stati Uniti, visto che anche qui c'è un governo che si è conquistato il potere grazie ai movimenti sociali. Oggi però ci sono due posizioni sia a sinistra come nei movimenti: da una parte ci sono quelli che dicono che bisogna appoggiare Obama, è uno di noi, ci rappresenta; dall'altra parte c'è chi dice che è un altro Bush. Io credo che non sia né una cosa né l'altra.
Credo che bisogna approfittare delle possibilità che si aprono con questo governo ma senza avere molta fiducia.
Questo è quello che i movimenti non sono riusciti a fare quest'anno negli stati Uniti. Così sono le cose, la vittoria di Obama è stata quella di distruggere i movimenti, farli sparire. Attualmente c'è una specie di disorientamento concettuale. Durante l'epoca di Bush concettualmente era più semplice: era il nemico e tutti sapevamo perchè. Oggi, però, questo è più difficile. Dobbiamo cercare una maniera di essere antagonisti con questo governo (Obama), cosa che ancora non abbiamo risolto. In America Latina i movimenti sono più sviluppati in questo senso e negli Stati Uniti, come succede, siamo molto indietro.

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