mercoledì 17 marzo 2010

Israele-Usa: Obama e il muro Netanyahu

La rottura con Usa e Turchia e la logica follia del governo israeliano. Al momento il perdente è Obama, presidente di una superpotenza impotente. La battaglia per Gerusalemme diventa religiosa.

di Lucio Caracciolo


(articolo pubblicato su la Repubblica il 17/3/2010)

Nel giro di pochi mesi, Israele ha rotto con il suo fondamentale partner regionale, la Turchia, e ha sfidato il suo unico alleato globale, gli Stati Uniti d’America. Follia? Masochismo? Non proprio. C’è del metodo in queste crisi. E c’è una logica nel modo in cui Israele le conduce. Il metodo e la logica sono quelle dominanti in ogni democrazia: prima il consenso di chi vota, poi tutto il resto.

Nel caso turco, per un paese che si sente minacciato di distruzione dall’Iran, lo slittamento di Ankara verso il campo islamista è intollerabile. Erdogan è considerato un traditore dell’intesa turco-israeliana, un sodale di Hamas e di Ahmadinejad. Tornare all’asse costruito negli anni Novanta su impulso dei due establishment militari, uniti dall’avversione per l’islamismo e per i velleitarismi arabi, è fuori questione.

Ma anche nella crisi con gli Stati Uniti,
Netanyahu può contare sul consenso di gran parte della società israeliana. Su Gerusalemme non si discute. E un vero Stato palestinese non ci sarà mai. Solo che finora questo dissidio strategico fra Washington e Gerusalemme era coperto dalla diplomazia. Ora non più.

Obama è  visto da molti israeliani
come un cripto-musulmano. Più attento a guadagnarsi le simpatie del mondo islamico, a corteggiare gli ex “Stati canaglia”, dall’Iran alla Siria, che a proteggere l’esistenza dello Stato ebraico. Netanyahu è convinto che alla Casa Bianca si stia complottando per provocare la caduta del suo governo, in favore di un gabinetto centrista, sperabilmente più aperto al negoziato con gli arabi e meno ossessionato dall’Iran.

Ipotesi molto teorica. Con l’opinione pubblica israeliana orientata a non cedere un palmo ai palestinesi, specie dopo che Hamas s’è installato a Gaza, è impensabile per qualsiasi leader israeliano impedire la costruzione di nuove case a Gerusalemme Est. Sarà pur vero che Benjamin Netanyahu non sapeva del piano del suo ministro dell’Interno, Eli Yishai, di edificare 1.600 abitazioni nella parte orientale di quella che Israele considera la sua capitale eterna e indivisibile. Ma anche se lo avesse saputo non lo avrebbe impedito. Al massimo, avrebbe rinviato l’annuncio di qualche giorno, per non provocare il suo ospite americano, Joe Biden.

E’ possibile, anzi probabile, che nel medio periodo Israele paghi caro la sua intransigenza nei confronti dei pochi amici di cui ancora dispone. Ma fra i dirigenti dello Stato ebraico prevale lo sguardo corto, il tatticismo. Forse perché sentono che immaginando scenari futuri, scoprirebbero che il tempo non lavora per Israele. Meglio restare alla stretta attualità. Per sentirsi tuttora la massima potenza regionale. L’unica nucleare – almeno finché Teheran non avrà la Bomba.

Se Obama si sbarazzerebbe volentieri di Netanyahu, nessuno dubita che l’impulso sia ricambiato.
E la grave perdita di consenso del presidente americano, a pochi mesi dalle elezioni di mezzo termine, induce il leader israeliano ad affrontare il braccio di ferro con relativa serenità. Forte del consenso domestico e della debolezza interna e internazionale di Obama. Al quale si rimprovera di aver enfatizzato lo sgarbo a Biden, provocando secondo Michael Oren, ambasciatore di Gerusalemme a Washington, “la più grave crisi da 35 anni nei rapporti Israele-Usa”. Il riferimento è allo scontro del marzo 1975 fra Kissinger e Rabin sul ritiro delle truppe israeliane dai passi di Jidda e Mitla, nel Sinai. Il primo, americano di origine bavarese ma ben consapevole delle sue radici ebraiche, avvertì il premier israeliano: “Tu sarai responsabile della distruzione del terzo commonwealth ebraico”. “Tu non sarai giudicato dalla storia americana, ma dalla storia ebraica”, replicò Rabin. Sei mesi dopo, Israele cedeva alle pressioni Usa.

E’ molto improbabile che nella crisi attuale Netanyahu possa innestare la marcia indietro. L’incidente verrà formalmente archiviato, prima o poi. Forse già domenica, quando Netanyahu andrà a Washington – sapendo che Obama non ci sarà perché in missione in Indonesia e Australia – per perorare la sua causa davanti all’Aipac, la principale lobby pro-israeliana negli Usa. Ma anche se scambierà sorrisi e strette di mano con Biden e Hillary Clinton, il contrasto strategico è destinato a restare.

Allo stato attuale del match, Obama è il perdente. Sembra passato un secolo – invece nemmeno un anno – da quando prometteva una nuova èra di dialogo con i musulmani e di pace in Medio Oriente, con ostentati inchini alla civiltà islamica e al contributo della cultura araba al progresso umano. Il “nuovo inizio” non è mai iniziato. Le distanze fra Israele e i palestinesi sono aumentate. La diffidenza reciproca è insormontabile. Obama ha scoperto che l’America non può fare la differenza, perché in Terrasanta la stagione dei miracoli pare scaduta. Non si può imporre la pace a chi non la vuole. O fa finta di volerla, ma non ci crede.

Obama non è  il primo presidente
americano a sbattere contro il muro Netanyahu. Quando Bill Clinton lo ricevette alla Casa Bianca, stanco della lezioncina inflittagli dall’amico israeliano, sbottò: “Chi è la superpotenza qui?”. Se Obama osasse ripeterlo a Netanyahu oggi, probabilmente incontrerebbe un sorriso di commiserazione. Perché fra amici gli incidenti si superano, i danni si riparano. Ma ormai gli Stati Uniti non fanno più paura a nessuno. Nemmeno allo Stato che rischierebbe di essere spazzato via se non fosse per la protezione strategica americana.

Americani e israeliani sono una vecchia coppia.
Continueranno a frequentare lo stesso letto, pur sognando sogni diversi. Ma senza un’intesa fra Washington e Gerusalemme i mille dossier mediorientali non potranno trovare soluzione. Anzi, si aggraveranno. Incoraggiando gli estremisti, eccitando i fanatici. In Israele come fra gli arabi e i musulmani. Dall’Egitto all’Iraq, dall’Iran all’Afghanistan, lo stallo del motore israelo-americano intaccherà le posizioni di entrambi.

L’ultimo degli scenari immaginati da Obama quando lanciò il suo “nuovo inizio” era di approfondire la crisi israelo-palestinese. La Terza Intifada, se mai scoppierà, si distinguerà per il marchio religioso. Ce lo annunciano gli incidenti di ieri nella Città Vecchia di Gerusalemme, che hanno suscitato emozione e rabbia nell’universo islamico. Il fallimento di venti anni di “processo di pace” ha trasformato la disputa fra nazioni in conflitto di religioni. Qui non c’è spazio per compromessi, perché la Verità non ne tollera.
Nella battaglia per Gerusalemme - tutta ebraica o tutta musulmana (con i quattro gatti cristiani arabi a rischio di diaspora o sterminio) – ogni vittoria sarà effimera, premessa di rancori e rivincite interminabili. Riportare indietro l’orologio della storia, e ricondurre lo scontro nei classici canoni dei nazionalismi, è esercizio futile. Anche per il presidente della “superpotenza unica”, mai così impotente nella regione e nel mondo. Forse anche gli antiamericani più sfrenati vorranno interrogarsi sui danni che la crisi dell’egemonia a stelle e strisce può provocare, quando nessuno sa come riempire il vuoto scavato dalla beata incoscienza di chi, vent’anni fa, s’illudeva che la storia fosse finita. Con il suo apparente trionfo.