venerdì 19 marzo 2010

Il Brasile prigioniero delle sue idroelettriche

Approvato ennesimo progetto faraonico nonostante la lotta dei movimenti contro le dighe, mentre prosegue la costruzione di tre centrali sul Rio Madeira, il principale affluente del Rio delle Amazzoni.
di Serena Corsi

Il 2010, anno mondiale della Biodiversità, non poteva iniziare peggio in Brasile. E' di inizio febbraio l'approvazione del mastodontico progetto della diga di Belo Monte, sul fiume Xingù, nel Parà. Più o meno era una notizia attesa, dopo il licenziamento dell'ex coordinatore dell'Ibama (l'ente nazionale che dovrebbe concedere le licenze) che non aveva ceduto alle pressioni governative. E consolano poco e pochi le parole di Carlos Minc, il ministro dell'ambiente che ha preso il posto della dimissionaria Marina Silva, quando garantisce che le imprese che costruiranno la centrale per poi usufruire dell'energia prodotte pagheranno lauti indennizzi al governo e alle comunità locali.
Che, insieme ai movimenti sociali come il MAB (Movimento dos Atingidos por Barragens) non accettano la logica del “Vale tudo por dinheiro” e che si stanno già mobilitando contro la concretizzazione del progetto, coscienti che gli effetti per l'ecosistema e le persone che lo vivono saranno incalcolabili.
Perchè così è stato per tanti progetti “cugini” come il faraonico Complexo Rio Madeira, qui in Rondonia, in quell'Amazzonia che confina con la Bolivia ed è separata dal Perù solo dall'Acre, lo stato che fece da sfondo alle lotte di Chico Mendes e della stessa Marina Silva. Il progetto si muove all'interno dell'Integrazione di Infra Struttura Regionale Sud Americana IIRSA. Quattro centrali idroelettriche, di cui due in Brasile, uno in Bolivia e una quarta binazionale, per un totale di seimila Megawatt prodotti; due laghi artificiali in corrispondenza delle centrali brasiliane, una linea di trasmissione energetica fino a San Paolo, un'autostrada (promette la compagnia Oderbrecht, che guida il consorzio dei costruttori) che perforerà le Ande diretta ai porti del Perù sull'oceano Pacifico. Un costo di cinquanta miliardi di euro, quasi tutti di denaro pubblico (il principale finanziatore è il BNDES). Ma mentre le imprese che compongono il consorzio avranno l'energia disponibile a prezzo di costo, quella che rivenderanno al pubblico sarà a prezzo di mercato, con un lucro inestimabile e destinato a lievitare negli anni. “La battaglia contro la realizzazione del Progetto è stata persa” ammette Orcelio del movimento dei danneggiati dalle dighe (MaB). “Ora bisogna combattere quella per il diritto a giuste indennizzi”. Chi è in contrattazione con le piccole comunità che verranno sommerse dopo la costruzione delle dighe, però, sono le stesse imprese (come la franco-belga Suez Tractebel e le altre del Consorzio: fra tutte Oderbrecht e Vale do Rio Doce) che propongono aut-aut inaccettabili e costruiscono in alternativa le cosiddette “agrovilas”, quartieri dormitorio lontani dal fiume di cui i riberinhos erano abituati a vivere. Come Mutumparanà, una comunità di pescatori e garimpeiros (i cercatori di minerali sul letto del fiume) che vivono in palafitte sulla riva del fiume duecento chilometri a ovest di Porto Velho. E che, accettino o no gli indennizzi, saranno sommersi nel giro di due anni. Così le decine di comunità di indigeni Caripuna e Caritiana, alcune delle quali vivono nella foresta sono riusciti fino ad ora a evitare contatti con la nostra civiltà. “L'Amazzonia è l'unica frontiera di espansione energetica”continua Orcelio del Mab. E la candidata alla presidenza post-Lula, Dilma Rousseff, è la madrina di quel PAC (Programma di Accelerazione della crescita) che ha dato il via allo sfruttamento idroelettrico, punteggiando il paese di nuove dighe. Ecco perchè battaglie di questo tipo diverranno sempre di più all'ordine del giorno nel Brasile che verrà.