lunedì 22 marzo 2010

Lavoro zero nella pancia del Dragone

La rubrica dalla Cina di Paolo Do

Il fatto che quasi tutte le fabbriche delle zone speciali cinesi stiano soffrendo di una cronica carenza di manodopera migrante sembra ormai un dato assodato. I padroni delle fabbriche stanno facendo di tutto per attrarre una nuova generazione di lavoratori migranti che, rispetto ai loro padri, non e’ affatto interessata a spezzarsi la schiena nelle fabbriche dell`export, a migrare senza alcuna garanzia o lavorare nel massacrante settore edilizio.
Le zone rurali cinesi stanno vivendo una vera e propria trasformazione: i figli della prima ondata di lavoratori migranti, i cui padri oggi hanno 40 o 50 anni e stanno ritornando ai propri villaggi dopo una vita nelle fabbriche di Guangdong, non hanno alcuna intenzione di accettare il testimone e partire a loro volta. Essi sono cresciuti da soli nelle campagne cinesi, abbandonati a loro stessi dai genitori costretti a migrare nelle metropoli della costa del Pacifico. Una nuova generazione dei cosiddetti Mingong che ha perso la disciplina e i valori del lavoro nelle campagne, passando più tempo nelle carceri giovanili, piuttosto che nei campi di riso.

Tali cambiamenti lasciano prevedere che la mancanza di manodopera a basso costo nella ‘fabbrica del mondo’ sia destinata ad essere un problema di lungo, invece che un incidente di breve periodo.

Sembra che il testimone del lavoro senza tempi di riposo, stressante e dai ritmi massacranti sia oggi, al contrario, proprio una caratteristica di quei lavoratori dell`Occidente che sono sopravvissuti ai tagli e ai licenziamenti della crisi. Una recente inchiesta, compiuta da un centro di ricerca di Hong Kong su un bacino di lavoratori internazionali nei settori della finanza, educazione e assicurazioni, ha mostrato come i tagli del personale negli ultimi anni abbiano costretto i lavoratori rimasti a lavorare molte più ore a settimana, in condizioni di stress fisico e mentale al limite del sopportabile e senza precedenti, costantemente sotto minaccia di licenziamento.

Il tutto è aggravato dalle scelte dei neolaureati delle scuole anglo-sassoni di iniziare in massa la propria carriera a Kuala Lumpur, Hong Kong o Shanghai anziché negli Stati Uniti o a Londra, attratti da una crescita senza precedenti e da facili opportunità di carriera.


Il classico immaginario di una Cina fatta di lavoratori infaticabili, disposti a lavorare a qualsiasi condizione e salario sta forse profondamente mutando. Qualcosa sta cambiando, laddove nell`anno della tigre un inedito stakanovista, impaurito e senza garanzie, abita oggi gli uffici di Wall Street e della city di Londra anziché le fabbriche di Shenzhen e Canton. Lavoro zero, parola di Mingong. Ci troviamo forse di fronte a un nuovo, quanto inedito, rifiuto del lavoro proprio nella pancia del dragone?